Aya Ashour, 17.04.2025
Fatima, la mia amica reporter che documentava i massacri
Un raid israeliano ha interrotto i suoi sogni e il suo lavoro

All’alba di ieri i caccia israeliani hanno bombardato la casa della famiglia Hassouna. Undici persone sono state uccise. Ho letto la notizia nella chat di gruppo di un’organizzazione locale: “Oggi Gaza dà l’addio alla brillante fotografa Fatima Hassouna, l’occhio che ha catturato la vita di Gaza e le storie della sua gente sotto i bombardamenti”.
Ho conosciuto Fatima Hassouna nel 2021, quando con un gruppo di amici stavamo formando dei club studenteschi per i giovani assediati di Gaza: cinema, lettura, fotografia, media digitali, lingue… Fatima si è unita a due club: il club della fotografia e il club del libro. Ricordo con chiarezza il nostro primo incontro: era piena di vita e parlava con passione. Aveva appena iniziato il suo percorso nella fotografia, coltivando anche l’amore per la scrittura. Insieme abbiamo realizzato una serie di doc.
“Una donna coraggiosa che insegue la luce alla ricerca della meraviglia”, così si descriveva Fatima Hassouna, 25 anni. Viveva a Gaza City con la sua famiglia e si era laureata in Multimedia all’University College of Applied Sciences. Insegnava anche ai bambini: arte, fotografia, scrittura e teatro. Ma questa luce si è spenta: Israele ha sterminato la sua famiglia colpendo la casa nel quartiere Al-Tuffah, a est di Gaza City.
Hassouna è stata una delle documentariste più importanti del genocidio in corso. “Non ha mai lasciato il campo dall’inizio della guerra, documentando massacri sfidando proiettili e bombardamenti. Ha lavorato affrontando la morte ogni giorno fino a che Israele l’ha ammazzata”, ha scritto un nostro amico sui social. Nel suo testamento, pubblicato dopo l’attacco dell’Idf alle tende dei giornalisti al Nasser Medical Hospital, ha scritto: “Se muoio voglio una morte che scuota il mondo. Non voglio essere solo un titolo di giornale o un numero tra le statistiche. Voglio una morte che il mondo senta, un’eredità che duri per sempre, immagini immortali che il tempo non possa seppellire”.
Il suo amico poeta, Haydar Al-Ghazali, ha scritto per lei: “Il sole di oggi non sarà violento con nessuno. Abbraccia la città con il calore di una madre, che non ha mai conosciuto. E si scrolla di dosso il dolore con la fermezza di una vecchia donna i cui figli fanno visita dopo una lunga attesa. E la cornice sarà perfetta, dall’alto, proprio come Fatima amava scattare le sue foto”.
Nella Giornata internazionale della donna, Fatima scrisse: “Ricordiamo ogni donna palestinese che è diventata un simbolo di resilienza di fronte alla macchina del genocidio, che ha sopportato l’oppressione e l’ingiustizia, che si è privata della propria carne per nutrire i figli e risparmiargli la fame”. Fatima per 18 mesi ha affrontato razzi, proiettili e granate. Ha sopportato la fame, la sete e l’assedio nel nord di Gaza. È stata un modello. Ha vissuto solo 25 anni, senza mai vedere un’altra città oltre Gaza, ma sognava di fotografare le città di tutto il mondo. Nonostante gli orrori di questo genocidio, Fatima si è fidanzata durante la guerra. Si stava preparando per il suo matrimonio nei prossimi giorni, ma un aereo da guerra israeliano l’ha uccisa.
Fatima ha lasciato le fotografie che documentano il genocidio: uccisioni, fame, sete, sfollamenti e incendi. Il nome di Fatima Hassouna si aggiunge alla lista di giornalisti e fotoreporter uccisi da Israele, finora 212, in un chiaro e sistematico attacco a chi documenta la verità per il mondo.
Cara Fatima Hassouna, vorrei che tu potessi vedere come il mondo intero ti piange. Scrivo per te e su di te, come mi hai chiesto: non come un semplice numero, ma come una persona viva, con una storia, dei sogni, dei desideri e delle foto che ha sempre voluto scattare. Grazie, Fatima, per tutto quello che hai lasciato in noi.
Gaza- 14.04.2025
I medici evacuano i pazienti, ma l’esercito israelaino bombarda lo stesso
Colpito di nuovo l’ospedale battista. Solo negli ultimi 2 giorni l’esercito di Netanyahu ha distrutto oltre 90 “obiettivi”
In mezzo alla brutalità implacabile, ho perso il conto di quante volte sono sfuggita alla morte. Si potrebbe pensare che ormai mi sia abituata a questa sensazione, ma non è così. Sabato mattina, mentre cercavo un nuovo rifugio per la mia famiglia, ho sentito un missile squarciare il cielo. Il mio cuore è andato in frantumi. Mi sono bloccata in strada, accovacciata, con le mani sulla testa, in attesa dell’impatto. Il missile ha colpito – abbastanza vicino da permettermi di vedere il fumo –, poi ne è seguito un altro, che si è accanito di nuovo sullo stesso bersaglio. Era l’edificio del municipio di Deir al-Balah, a soli cinque minuti di distanza a piedi da dove mi trovavo.
Due ore dopo l’esercito ha ordinato di nuovo l’evacuazione e ha bombardato ancora sulle nostre teste, provocando un massacro. La gente è scappata in preda al panico, chiudendo bancarelle e negozi. Ho cercato rifugio in un caffè, lontano appena per sentirmi al sicuro, ma l’esplosione ha scosso l’intera città. I vetri sono andati in frantumi, il fumo nero ha riempito l’aria e l’odore di polvere da sparo ha avvolto tutto per chilometri. L’ultima volta che l’avevo sentito così forte era stato durante il bombardamento della scuola in cui mi ero rifugiata, nell’ottobre del 2023.
Era solo la mattina. Poche ore più tardi, nella notte tra sabato e domenica – un’altra notte piena di terrore – l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione immediata per l’ospedale battista Al-Ahli (Al-Maamadani) di Gaza City. Le squadre mediche hanno provato a spostare i pazienti ma non c’era il tempo. Pochi minuti dopo, due massicci attacchi aerei hanno distrutto infatti le unità di emergenza e chirurgia. Le vittime, conto aggiornato ieri sera, dovrebbero essere quattordici, tra cui un bambino.
Non è stata la prima volta, né sarà l’ultima. L’ospedale era già stato bombardato il 16 ottobre 2023, durante una delle notti più buie della guerra, quando centinaia di civili sfollati si erano rifugiati nel suo cortile. Il massacro che sconvolse il mondo. Molti pensavano che avrebbe segnato una svolta. Invece, aprì solo le porte a un orrore più profondo.
Da allora, quasi tutte le strutture sanitarie di Gaza sono state attaccate: l’ospedale Indonesiano, Al-Shifa, l’ospedale Nasser, le cliniche mobili, persino le ambulanze e i paramedici con le pettorine. Non si tratta di una coincidenza. Si tratta di una strategia di distruzione sistematica volta a far crollare il sistema sanitario di Gaza e a rendere la sopravvivenza stessa un atto di resistenza.
Gli ospedali godono di una protezione esplicita da parte del Diritto internazionale: l’articolo 18 della Quarta Convenzione di Ginevra e l’articolo 12 del suo Primo protocollo affermano che le unità mediche devono essere protette in ogni momento e non possono mai essere legittimamente prese di mira. Eppure Israele ha bombardato Al-Maamadani senza un adeguato preavviso, usando una forza schiacciante: una chiara violazione del Diritto internazionale e un attacco diretto all’idea stessa di rifugio medico.
Ma il bersaglio non inizia a essere tale quando il missile viene lanciato. Inizia con la narrazione. Per mesi, Israele ha accusato gli ospedali di ospitare militanti, diffondendo disinformazione per privare gli ospedali della loro sacralità, in modo che il mondo diventasse insensibile e l’indignazione svanisse. E lo ha fatto anche ieri: “Dentro c’era un centro di comando di Hamas”, hanno affermato Idf e Shin Bet.
A Gaza, la gente ora vive con la schiacciante consapevolezza che persino gli ospedali non sono più sicuri. A ogni attacco non cadono solo i muri, ma anche la fiducia, la protezione e qualsiasi illusione che il diritto internazionale abbia un significato. Questa è una guerra non solo ai corpi, ma anche alle convinzioni che ci possano ancora essere spazi sacri e inviolabili. Una guerra alla speranza, che trasforma l’eccezionale in atteso e l’insopportabile in routine. L’Idf esulta sostenendo di aver colpito più di novanta obiettivi in 48 ore. Per i palestinesi di Gaza non c’è alcun luogo sicuro sotto il cielo.
