di Laura Battaglia

Ho aspettato quasi due anni per scrivere queste righe. Forse, intimamente, speravo che tutto questo finisse, anche se la logica mi diceva comunque che sarebbe durato tanto, e la logica continua a dirmi che durerà molto. Ho aspettato quasi due anni mentre i giornalisti e gli operatori per i media morti in Palestina, al momento in cui scriviamo, sono 278. Duecento settantotto, sì: lo scrivo anche a parole. Non solo a Gaza, non solo giovani uomini, non solo accusati di essere più che simpatizzanti di Hamas, anzi fiancheggiatori, anzi componenti attivi di brigate operative sul terreno di battaglia come Anas al-Sharif. Ce ne sono anche nei Territori Occupati di Palestina e sono anche donne. Una, di Jenin, si chiamava Shaata Sabbagh, ed è stata freddata davanti alla porta di casa, peraltro, dalla polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese che si dovrebbe supporre possa scegliere di comportarsi diversamente con i civili, rispetto a quanto non faccia l’esercito israeliano. Invece no. Non c’è limite all’abominio criminale e alla criminalizzazione della professione giornalistica.

In queste due anni ho dovuto portare parecchia pazienza, soprattutto ogniqualvolta, di fronte alla denuncia di cotanta impunità e protervia nei confronti del valore della testimonianza, una serie di conoscenti e alcuni amici – molti sostenitori dello Stato di Israele e del progetto sionista, altri ebrei delle comunità diasporiche o con doppia cittadinanza, anche israeliana, altri europei o americani che si informano tramite canali del mainstream liberale – ripetono come un mantra questa frase: «Non sono giornalisti: sono terroristi affiliati ad Hamas che fingono di fare i giornalisti».

La variante più morbida era e continua ad essere: «Non esistono giornalisti a Gaza». Quella meno morbida, anzi assolutamente disumanizzante, è: «Devono morire tutti perché non meritano di sopravvivere».

Oggi sappiamo, grazie ai whistleblowers dell’esercito israeliano e ai colleghi eccellenti del magazine +972, che questa narrativa fa parte delle strategie di comunicazione di Tel Aviv e di un’unità apposita chiamata Legitimation cell.

In questi due anni ho imparato a non ingaggiare conversazioni distruttive sui social e ho scelto di fare una cosa sola: verificare e rilanciare costantemente, quotidianamente, queste testimonianze. Sbatterle sotto gli occhi di chi non vuole vedere, fare sentire i terrificanti audio di chi non vuole sentire. E ho scelto di trasferire la mia personale testimonianza dai social media alle aule universitarie, alle sale conferenze, ai podcast, alla scrittura, anche teatrale. Non fosse altro per un motivo. Perché tra questi quasi trecento morti ci sono persone a cui ho insegnato il giornalismo. C’è un mio giovane ex allievo che è morto qualche giorno dopo il 7 ottobre. Ci sono ragazze sfollate in tende umide, sottoposte alle intemperie del vento, della pioggia, delle tempeste di sabbia, del freddo e del caldo da 36 mesi con i loro neonati. Ci sono ragazzi che escono di casa per recuperare un tozzo di pane tra una ripresa e l’altra realizzata con il loro mobile phone, che vivono senza distinzione tra il giorno e la notte perché bisogna saltare in aria pronti e attivi nel lavoro, ogni qualvolta c’è un raid, un bombardamento, la notizia di un altro capitolo di questa guerra. Ci sono uomini e donne verso i quali ho una responsabilità: dunque, se qualcuno ha voglia di contestare la professionalità e il valore del loro lavoro, questo qualcuno deve passare anche sul mio cadavere.

Per cui, non mi nasconderò dietro un dito e vi racconterò cosa sono stati per me, nel 2012, i due mesi in cui mi sono ritrovata in un’aula universitaria a Gaza City, quali erano le condizioni di lavoro, chi erano i miei studenti e i docenti, quali difficoltà abbiamo incontrato nel cercare di capirci, di intenderci, e quali dubbi quelle condizioni di vita mi abbiano procurato. Da quel periodo di lavoro, una volta rientrata a Milano, dopo essere stata abbondantemente perquisita e umiliata dalla polizia israeliana della frontiera aeroportuale del Ben Gurion di Tel Aviv, sono uscita con un’idea molto precisa di ciò che era Gaza allora e di ciò che sarebbe diventata presto. Molto meno precisa e granitica, invece, era la certezza che il giornalismo dovesse essere “oggettivo” ed “equidistante” ad ogni costo, quando ci si trovi a praticarlo in luoghi dalle condizioni eccezionali. Oggi, di fronte ad atti criminali sistematici e pianificati, volti all’eliminazione del popolo palestinese nelle aree dove esso ancora risiede, non ho dubbi che l’equidistanza possa essere un ottimo strumento per non avere il coraggio di esporsi di fronte alle ingiustizie della Storia, per mantenere l’incapacità pelosa di chiamare le cose con il loro proprio e inconfutabile nome (“genocidio”), dall’alto del nostro soverchiante senso di superiorità europeo.

Il nodo, infatti, è proprio qui. La prima lezione all’al-Ahzar University – dipartimento Media e Comunicazione – era stata problematica. Il pre-breafing era avvenuto in una polverosa sala ovale, con dovizia di Nescafé sul tavolo. Il giovane direttore del Dipartimento era particolarmente contento di questa prestigiosa collaborazione con l’Università Cattolica; il preside di Facoltà elencava le attrezzature a disposizione dei ragazzi e, soprattutto, magnificava la maggiore apertura e liberalità di questa università, ancora gestita dal partito al-Fatah, in un’epoca in cui l’Islamic University di Hamas era in ascesa per le iscrizioni ma per nulla dominante. L’accento era stato posto sui «valori condivisi dell’informazione e della professione giornalistica».

Avevo portato con me un mio ex-allievo eccellente, Lorenzo Bagnoli, che oggi è la colonna portante del consorzio investigativo IRPI e che già allora aveva capito che girare i Sud del Mondo – dall’Africa sub-sahariana all’Asia – può farci capire molte più cose di quelle che supponiamo. Insieme, avevamo già pensato a implementare la capacità degli studenti di giornalismo dal punto di vista produttivo: su modello del citizen journalism, volevamo invitarli a raccontare la loro quotidianità, senza passare dalla stampa di un giornale di carta, ma utilizzando la velocità di connessione della rete. Dunque, avevamo già acquistato un dominio WordPress: lo avremmo donato a loro e dato in gestione una volta avviato e, per creare una community, avremmo generato un account social (all’epoca Facebook restava dominante) in modo da massimizzare la distribuzione del materiale pubblicato sul blog. In fondo, non sapevamo cosa aspettarci esattamente da questa esperienza.

Il primo impatto era stato positivo: la classe era composta da trenta studenti circa, uomini e donne in proporzione quasi uguale. Si capiva che le ragazze erano molto eccitate dal fatto di avere davanti una giornalista donna, ancora abbastanza giovane (all’epoca avevo quasi quarant’anni) che fosse una inviata di guerra e che girasse il mondo. E anche che fosse prossima al matrimonio, il che faceva immaginare loro che vita lavorativa e privata fossero conciliabili. Gli uomini, come al solito, erano abbastanza curiosi. Il rispetto era scontato ma, allo stesso tempo, bisognava anche guadagnarselo. Non perché fossi una donna, ma perché sono europea. Infatti, la prima frizione avvenne su questo punto e la sollevò uno degli allievi più anziani. Yahia all’epoca aveva quasi trent’anni, si stava laureando ma già collaborava con un giornale locale. Non aveva mai tenuto in mano una telecamera o una macchina fotografica ma aveva ben chiara la storia di Gaza e come solitamente veniva raccontata e percepita dall’esterno. Sicuramente aveva già visto abbastanza. Chiese cosa si intendesse per “giornalismo oggettivo”, quale valore aggiunto avesse il modello anglosassone di racconto e di riferimento per gli standard internazionali. Lo spiegai meglio, con l’accortezza di sottolineare che «bisognerebbe sforzarsi di praticarlo, di non cadere nell’attivismo, di rifiutare forme di dipendenza dai poteri locali perché portano inevitabilmente alla corruzione e all’autocensura».

Mi riferivo al sistema del per-diem che con Lorenzo avevamo già visto abbondantemente praticato in Africa sub-sahariana e che vige anche in molti Paesi del Medio Oriente: in Europa la pratica più vicina è il buffet offerto ai giornalisti dopo la conferenza stampa. Altrove, consiste nell’invito ad personam di questo o quel giornalista, dove gli organizzatori della manifestazione pagano in danaro il giornalista per essere intervenuto e lo rifocillano durante tutta la giornata. In questo modo, il giornalista potrà mangiare gratis e potrà guadagnare (poco) ma due volte su ogni giornata di lavoro; certamente, però, sarà più facile che si autocensuri di fronte a qualcosa che non lo convince: purtroppo anche il giornalismo nei Paesi cosiddetti liberali sta strisciando verso queste forme di dipendenza, dunque si sappia che non ne siamo immuni (si pensi alla potenza delle case discografiche che, per avere il favore della stampa musicale, caricano su un aereo un certo numero di giornalisti per il lancio dell’LP di questa o quella star del pop, pagano loro alberghi di lusso e li rifocillano per tre giorni: sarà veramente difficile che questi colleghi possano criticare ferocemente o anche flebilmente l’artista o lo chef di turno).

Feci l’esempio di alcune dinamiche che per anni avevo vissuto in Sicilia: devo riconoscere che la palestra rappresentata dall’esercizio del giornalismo in terra di mafia mi ha sempre aiutato a capire chi lavora in Medio Oriente e anche a conquistarmi il rispetto di tutte le persone con cui ho lavorato in contesti simili. Gli esempi erano calzanti ma Yahia tirò fuori la questione in tutta la sua nudità: «come posso provare ad essere equidistante – chiese – se non ho accesso alle fonti dell’occupante, se non posso parlargli, se non mi fa muovere da qui, se non mi considera eguale? Quali altre possibilità di scelta ho?». Ecco, infatti: quali altre possibilità? La questione riguardava due punti in particolare: le condizioni ambientali che inficiavano lo sviluppo di questa eventualità; l’accesso alle fonti di chi viveva dall’altra parte del valico di Erez, nelle quali i gazawi – anche quando avessero avuto accesso alla lingua ebraica come diversi miei ex allievi – non si riconoscevano, semplicemente perché queste non raccontavano un pezzo (ampio) della storia, ossia la realtà quotidiana di occupazione. Le ragazze, timidamente, iniziarono ad accennare che ciò che mancava da entrambe le parti era il racconto della quotidianità spicciola. Nevin, che arrivava ogni giorno in classe perfettamente vestita, truccata, con lo smalto dettagliatamente applicato, i vestiti più alla moda – e io mi chiedevo come facesse, visto che dalla doccia della mia casa temporanea, l’acqua che usciva dal tubo somigliava all’olio Castrol e la mia pelle iniziava a soffrire la presenza di tutte queste impurità, per non parlare dei capelli – ipotizzò quale fosse il problema: «è la politica: parliamo solo di politica ed è un limite ». Ed ecco qui l’anello che non tiene, il burrone dentro cui si precipita. La faglia si apriva in classe e sprofondavamo sempre di più, tutti insieme, in un guado melmoso. Mohammad insorse: «La politica non è un problema: è la risoluzione del problema». Lo lasciai spiegarsi e Mohammad mi aprì lo squarcio che mi ha aiutato in questi anni a comprendere come si possa aderire con pienezza a progetti politici di resistenza che, progressivamente, scelgano armi e tecniche violente per realizzare l’auto-determinazione dei popoli. Così spiegò serenamente che lui, invece, faceva politica ogni giorno, che scattava foto per il partito (Hamas, ndr), che era d’accordo con quella visione «perché è l’unica che reagisce alla quotidianità dell’occupazione e ci restituisce dignità».

Mohammad spiegò che questo era l’unico modo, per lui, di fare giornalismo nella Striscia e che questo impegno non-violento dava un senso alla sua vita. Gli chiesi cosa intendesse per propaganda, allora. Propaganda politica. Rispose che non sapeva cosa fosse, anzi disse che «propaganda è qualsiasi cosa spinge a tingere di verità le bugie e che raccontare la resistenza non può essere propaganda, perché questa soluzione politica è la nostra unica possibilità ed è la nostra verità». Gli dissi che capivo ma che non approvavo, sulla base del fatto che l’uso della forza portato avanti da Hamas mal si conciliava con il giornalismo. Discutemmo per un po’ sull’idea della macchina fotografica come un fucile. Arrivammo in classe alla soluzione condivisa che questa narrazione può diventare propaganda se esalta e giustifica senza alcun distinguo la violenza. Magnificare qualcuno che uccide è un servizio che il giornalismo non può e non deve fare. Le ragazze erano molto d’accordo con me; gli uomini oscillavano. Questo momento era cruciale per proseguire con il nostro lavoro su una base valoriale comune. Mohammad, di cui dopo la lezione visionai i suoi lavori video e fotografici – tecnicamente perfetti, narrativamente potenti e completamente a servizio dell’idea di resistenza armata del partito – arrivò ad essere d’accordo con noi, con riluttanza convinta. Così, con 29 studenti a favore e uno solo quasi contrario, decidemmo che su questo blog avremmo raccontato cose semplici, vite ordinarie, le attività di chiunque in quella terra avesse deciso di non imbracciare un fucile. Fuori, dunque, la politica e le armi, dentro la frustrazione dei palestinesi sotto occupazione, probabilmente una doppia occupazione: quella israeliana prima di tutto; quella dei nuovi vincitori delle elezioni, Hamas, che iniziavano a cambiare alcune abitudini sociali e imporre nuove regole, dall’altra.

Così, dopo un paio di giorni, alcuni allievi e allieve arrivarono in separata sede, per invitarmi nelle loro case. Venivano fuori storie di una strana regressione sociale: dalle coppie fermate dalla polizia morale in spiaggia perché, nonostante non fossero ancora sposate, andavano a passeggiare mano nella mano, a controlli randomici nei bar aperti la sera, con qualche detenzione di una notte, condita da scudisciate con le cinte a fini dimostrativi, di ragazzi che ascoltavano il pop e fumavano il narghilè insieme alle ragazze. Una mia ex allieva si era spinta a raccontarmi come una ragazza che frequentava l’Islamic University, rimasta incinta, fosse stata costretta a lasciare gli studi e di una conseguente campagna del partito che incitava ad evitare luoghi promiscui, indottrinando le ragazze a proteggersi meglio, coprendosi con il niqab.

La stretta morale era evidente fin da allora ma funzionava perfettamente con il resto del quadro: il concetto di corruzione attribuito ad al-Fatah metteva in un unico contenitore il dialogo acquiescente e peloso di Ramallah con Israele insieme ai costumi genericamente laici. Hamas sarebbe stato duro e puro, soprattutto prometteva di essere puro: dunque, in quella purezza propagandata iniziava il nuovo corso delle cose. Su tutto questo meccanismo di potere, una cosa a Gaza restava profondamente innegabile: l’inaccettabilità per i palestinesi di una vita sotto occupazione. E questa era e restava la priorità anche per i miei studenti, l’unica cosa che volevano raccontare. Così arrivarono i primi video, le prime foto, le prime testimonianze su ciò che vedevano dalle loro finestre. Avevano deciso di chiamare il progetto Una finestra su Gaza. Così si scopriva che c’era gente che viveva senza finestre, nel campo di Jabalia, e al massimo avevano un lucernaio sul tinello stretto; c’era chi aveva il balcone, ma lamentava l’assenza di energia elettrica ad un certo orario del pomeriggio; chi viveva agli ultimi piani, e dimostrava che gli ascensori erano inutili. Una ragazza fece un lavoro solo sui suoni: cosa significa una “sonar bomb”, quello scoppio di bomba finto che, ad un certo punto, avverti la notte, perché l’esercito israeliano ama terrorizzarti in modo preventivo, quando non lo faccia concretamente appena scoppia una guerra (pochi mesi dopo scoppiò, infatti, “Protective Hedge” e ci tornai). In questo lavoro sui suoni, un certo rilievo aveva il ruolo del droni da ricognizione: oggi sono il basso continuo di ogni immagine che arriva da Gaza su Instagram ma allora i droni erano degli UAV giganti che oscuravano il cielo parzialmente, producendo un ronzio meno petulante ma estremamente potente. Un’altra allieva raccontava la sua odissea alla ricerca di un prodotto di bellezza che arrivava da Israele e che, quando arrivava, costava il doppio degli shekel previsti; un’altra fece un lavoro sull’inquinamento dell’acqua che arrivava nell’appartamento (quando arrivava). Mohammad, sempre tentato dal modello del miliziano indomito, decise di raccontare come si svolgesse una giornata tipo di un poliziotto a Gaza. A seguirla, sembrava essere piuttosto faticosa, a partire dal trovare un momento per lavarsi in bagno al mattino in una casa di sette persone, con cinque figli. Il ritratto finale di Gaza, dalle cose che si vedevano e sentivano dalle finestre di queste trenta persone (e dunque trenta famiglie), era qualcosa di simile a un inferno, per un europeo. Una vita da assoluto sfigato, diremmo da queste parti, e anche con un certo disprezzo, nella convinzione un po’ calvinista che la sfiga colpisce chi non ha altri strumenti per ribaltare la propria sfortuna. E, però, se le storie erano terribili, il modo di raccontarle era meraviglioso: ironico, poetico, comico, fiero. Trasudava dignità. L’ultima lezione fu particolarmente toccante: lasciammo agli studenti in gestione il blog che diventò perfettamente funzionante durante la campagna di guerra “Protective Hedge”, sempre con la stessa regola: niente politica, solo il racconto della vita quotidiana.

Trascorsi l’ultimo mio giorno in Gaza a bruciare fisicamente tutti gli elenchi cartacei con i dati personali dei miei studenti, per evitare che venissero sequestrati al valico di Erez o in aeroporto a Tel Aviv. Era una forma di rispetto nei confronti delle mie fonti, di questa comunità di giovani giornalisti. Con Lorenzo, ripulimmo perfettamente i computer uplodando tutto su un server in Italia. Ero arrivata con un computer totalmente nuovo, una tecnica che utilizzo costantemente in contesti informatici problematici e che mi ha sempre ben ripagato nel passaggio ai confini e ai posti di blocco. Al Ben Gurion, infatti, erano particolarmente infastiditi dal fatto di non avere trovato nulla sui miei devices. Si appigliarono a un ago da siringa che tengo sempre in valigia, nel caso abbia bisogno di auto-somministrarmi una iniezione. Mi dissero che dovevano indagare se non fossi andata in Striscia per trafficar droga. Sono stata sottoposta a controllo corporale sul mio apparato genitale, non si sa mai avessi avuto qualche ovulo lì dove non batte il sole. Decisero di sequestrarmi lo zaino e mi diedero un borsone sostitutivo che, appena arrivata a Milano, ho provveduto a gettare nel cassonetto, prima di entrare in casa. Mi recapitarono lo zaino una settimana dopo. Anche qui, lo zaino è finito prontamente nel cassonetto, senza nemmeno essere trattenuto in portineria.

Dopo “Protective Hedge” il sito WordPress venne oscurato. Restò la pagina Facebook e i ragazzi pubblicavano sempre qualcosa lì. Siamo rimasti in contatto. Ho cercato di aiutare economicamente alcuni sopravvissuti che sono riusciti a raggiungermi sui social. Ogni giorno scorro i loro profili, cercando di capire se sono ancora vivi. Quando guardo le loro Stories su Instagram e quelle degli altri colleghi gazawi, penso che, in fondo, più di dieci anni fa, siamo stati pionieri. Abbiamo dato inizio a un’era. E non per merito mio ma per merito esclusivamente loro. Forse mai avrei potuto immaginare che quella finestra su Gaza sarebbe diventato il modo più immediato e l’unico possibile, oggi, per raccontare un genocidio quotidiano. In queste Stories ritrovo la stessa ironia di allora, un’amplificata tragedia, ma, soprattutto, una ancor più gigantesca dignità.

Dopo il mio racconto, in cui avete avuto uno spaccato di una piccola comunità di giornalisti, di cui uno solo era, di fatto, un simpatizzante di Hamas, avrete dunque ancora il coraggio di dirmi che la cronaca minuta di una vita in guerra e la testimonianza della morte che ti tocca giorno dopo giorno non è giornalismo? E ditemi: cosa sarebbe giornalismo, dunque?


Laura Silvia Battaglia, reporter, documentarista, voce di Radio3

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