di Luigi Eusebi – Volontario torinese del progetto “Faz’a”.

giovedì, 30 ottobre 2025 Le puntate precedenti: ( 1° puntata; ; ; )

Shajara mubaraka (albero benedetto). Se persino Allah lo ha benedetto nel Corano, l’ulivo per l’Islam è un’albero sacro, il pilastro del mondo, albero del povero e simbolo di resilienza.
Dismessi per una volta i panni del… contadino per caso ho indossato quelli istituzionali del diplomatico, con giacca e cravatta (beh, ho cambiato maglietta e fatto una doccia calda, dopo una settimana…).
Sono stato invitato ad un convegno dell’ONU, del suo braccio di coordinamento degli affari umanitari, OCHA, che ha la funzione appunto di coordinare l’azione umanitaria delle diverse agenzie dell’ONU (UNICEF, UNHCR, WFP, ecc.) e degli altri attori umanitari (ONG, società civile) durante le emergenze.


Di fatto si è trattato di una visita di campo con la presenza di decine di diplomatici e funzionari di mezzo mondo, di sindaci e rappresentanti delle comunità locali, di agricoltori colpiti duramente negli ultimi tempi da attacchi di coloni e soldati.
La zona perlustrata è stata quella del villaggio di Al-Mughayyir, molto vicina a tutte le aree dove abbiamo tentato la raccolta delle olive in queste settimane (cfr report precedenti).
Servirebbero pagine per elencare i soprusi che accadono qui da anni, solo nel 2025 sono state uccise 11 persone, 164 ferite, 325 arrestate, 180 attacchi ai terreni, con una popolazione nel villaggio di 3.300 persone.


Migliaia di ulivi sono stati distrutti. Tagliati con le motoseghe, sradicati dalle ruspe, bruciati, avvelenati con liquidi che rendono il raccolto da buttare e danneggiano in modo permanente le piante. Colpire gli uliveti è un danno enorme in questo territorio: si tratta di zone semidesertiche, con gravi problemi di siccità, in cui le piante adulte di ulivo, che vivono anche con pochissime piogge, sono il sostentamento principale.
Ripiantare un ulivo significa che la prima scarsa produzione arriverà dopo quattro anni.
L’ulivo è un simbolo, cardine dell’economia di una popolazione che spesso non ha altre fonti di sostentamento. Anche perché dopo il 7 ottobre i permessi di lavoro di tanti palestinesi che prima si recavano ogni giorno in Israele sono stati revocati e la terra è l’unica risorsa rimasta.
Circa il 45% dei terreni agricoli della Cisgiordania era occupato da 10 milioni di ulivi. La produzione potenziale annua era di 35mila tonnellate di olio. Adesso le stime parlano di una produzione devastata, centinaia di migliaia di alberi bruciati o distrutti.
Alla base di queste mosse c’è una strategia precisa di Israele e dei coloni: impoverire e affamare i palestinesi. Ed anche offenderli ed umiliarli.
Ad esempio negli ultimi due anni è stato consentito l’accesso ai propri terreni agricoli ai contadini una o due volte l’anno e per periodi di tempo sempre più corti. In un’occasione, in seguito al lancio di pietre sulla statale 458, ad uso israeliano, è stato impedito il passaggio in andata e ritorno a Al-Mughayyir per 20 giorni consecutivi

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