di Davide Longo (da il manifesto)
Terra rimossa Le ultime fermate sono due cittadine statunitensi di Rabbini per i diritti umani. Pochi giorni fa fermati e deportati altri 21 volontari, raccoglievano olive vicino Nablus

Nella mattinata del 29 ottobre un gruppo di undici volontari appartenenti a Rabbini per i diritti umani (Rabbis for Human Rights – Rhr) è stato arrestato e arbitrariamente detenuto dalle forze di occupazione israeliane in Cisgiordania.
I volontari, nove israeliani e due ragazze con cittadinanza americana, fanno anche parte di un programma di cooperazione per giovani adulti, chiamato Achvat Amim (Solidarietà tra le Nazioni), che mira a promuovere la cooperazione civile tra israeliani e palestinesi. Al momento dell’arresto, i volontari si stavano dirigendo verso il villaggio palestinese di Burin, nel distretto di Nablus, in Cisgiordania, per partecipare alla raccolta delle olive.
Secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati intercettati da un posto di blocco volante dell’esercito israeliano: per arrivare a Burin bisogna attraversare l’Area C, circa il 60% della Cisgiordania. Secondo gli accordi di Oslo del 1993 sarebbe dovuta tornare sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese, e invece è ancora oggi sotto il totale controllo, civile e militare, di Israele. In Cisgiordania vige la legge marziale e, mentre i coloni israeliani vengono giudicati da tribunali civili, questo non vale per i palestinesi, che sono sottoposti all’arbitrio dei militari.
GLI UNDICI VOLONTARI, dopo essere stati fermati una prima volta, hanno cercato di raggiungere Burin per una strada alternativa, perché giudicavano estremamente importante la loro presenza nell’area. Infatti, tra le attività che l’associazione Rhr conduce sul territorio, una tra le più importanti è quella di proteggere i contadini palestinesi dalle azioni dell’esercito israeliano e dei coloni armati, che agiscono come una vera e propria milizia paramilitare: la presenza di cittadini israeliani (i soli a godere dei diritti politici e civili nell’area) o stranieri dovrebbe fare, almeno in teoria, da deterrente ad azioni violente portate avanti dai militari, permettendo così ai contadini palestinesi di far funzionare la propria economia.
Come ha dichiarato al manifesto una volontaria che ha operato nell’area negli scorsi mesi e che preferisce mantenere l’anonimato per ragioni di sicurezza, «fare presenza protettiva in Area C ha molto senso perché la strategia di Israele è allontanare i palestinesi dalle zone rurali per chiuderli nelle grandi città come Hebron e Betlemme, tutte situate in Area A», appena il 20% della Cisgiordania sotto il controllo (teorico) dell’Anp. «In questo modo Israele costringe i palestinesi a lasciare le zone rurali in modo che possano essere colonizzate – continua la volontaria – così da chiudere i palestinesi nelle città che possono essere molto più facilmente controllate a livello militare, per poi probabilmente prendersi anche quelle in una seconda fase».
Dopo essere stati nuovamente fermati da un posto di blocco, ai volontari sono stati tolti i documenti: i militari hanno arrestato tutti i presenti, che sono stati portati nella stazione di polizia della colonia di Ariel per essere interrogati. Mentre i cittadini israeliani sono stati subito rilasciati, l’esercito ha trattenuto in custodia le due cittadine statunitensi, che si trovavano legalmente in territorio israeliano per un programma educativo di quattro mesi.
NEL SILENZIO assordante del governo Trump, le due cooperanti statunitensi sono state detenute nelle carceri israeliane, mentre le autorità militari si sono rifiutate per ore di fornire notizie sul loro stato di salute. Alla fine, dopo oltre 24 ore di fermo, grazie all’intervento di un legale delle associazioni di volontari le due attiviste sono state espulse dal territorio israeliano.
«La partecipazione di ebrei e di volontari internazionali alla raccolta delle olive è sempre stata un atto di solidarietà e di pace – hanno dichiarato i rappresentanti di Achvat Amim e Rabbis for Human Rights in una dichiarazione congiunta – La decisione di deportare queste volontarie riflette una tendenza allarmante a mettere a tacere il lavoro nonviolento per i diritti umani e le voci ebraiche che si battono per la giustizia in Israele e Palestina». In effetti, questo è soltanto l’ultimo attacco subito dalle organizzazioni umanitarie in Cisgiordania.
Quindici giorni fa Rudy Schulkind, un cooperante britannico di trent’anni, è stato arrestato, detenuto per 72 ore e deportato proprio nell’area di Burin. Pochi giorni fa altri ventuno cooperanti internazionali sono stati deportati, mentre più volte gli attivisti sono stati attaccati da coloni israeliani armati di bastoni e coltelli, come accaduto a luglio a Qusra, sempre nel distretto di Nablus.
