di Paolo Martini (da Il Fatto)

Qualche cartellone con l’immagine ‘indiavolata’ del premier israeliano e sotto scritto in grande ‘SATAN-YAHU’ saltava all’occhio anche solo nei servizi dei telegiornali sulla sfida per l’elezione del sindaco di New York. La rappresentazione mediatica dei gruppi più infervorati di sostenitori della corsa del democratico socialista di fede musulmana Zohran Mamdani non lasciava grandi dubbi.

Si dà il caso che il più polemico nickname affibbiato dai Pro Palestina a Benjamin Netanyahu sia stato già immortalato dal cantante rap Magic Ali in ‘Satanyahu’s Inferno’ di Popluezy, poi nel brano ‘Satanyahu’ che dà il titolo al nuovo album del cantautore rock Din Ilango, e chissà quante altre volte ancora. Eppure, altro che rapper: nel mondo dello spettacolo le manifestazioni di solidarietà ai palestinesi di Gaza abbattono i confini non solo geografici, ma delle discipline più disparate. L’altra sera, a Milano, per il festival Danae, il raffinato coro di ALOT si è esibito in una rarefatta e quasi mistica rappresentazione che cuciva insieme vari canti sacri delle isole del Mediterraneo. E alla fine degli applausi, subito prima del dibattito con lo scrittore cattolico vicino a CL, Luca Doninelli, due coriste sono uscite di scena per ripresentarsi stendendo una grande bandiera della Palestina.

Nel mondo del teatro inglese, che poi è per tradizione uno dei più importanti non solo d’Europa, s’è arrivati in qualche caso addirittura al divieto di analoghe manifestazioni di solidarietà soprattutto perché – secondo l’accurata cronaca del giornale specializzato The Stage – alcuni teatri e società di produzione o distribuzione degli spettacoli temono ritorsioni dei finanziatori privati a cui hanno dovuto far sempre più ricorso dopo i tagli dei fondi pubblici. Tra essi, non mancano capitalisti vicini alla comunità ebraica e società che hanno interessi commerciali in Israele, in primis i fornitori di materiali bellici.

Del resto gli eventi teatrali Pro Pal più significativi a Londra, organizzati dal collettivo White Kite che riunisce gli artisti più vicini alla causa, compresi esuli e rifugiati palestinesi, si stanno intensificando proprio in questo periodo. E sia chiaro, non stiamo parlando di filo-Hamas, anzi: basta leggere l’ultimo intervento di Hossam Almadhoun, considerato il personaggio più di spicco della scena di Gaza, per trovare critiche pesantissime agli integralisti e alla censura che esercitano rigidamente da quando sono al potere.

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