Al voto Test antidroga fallaci, il servizio militare come discrimine, grosse cifre di denaro da versare. I nuovi requisiti per candidarsi alle legislative funzionano da filtro politico al servizio di al-Sisi

di Hossam el-Hamalawy

Mentre gli egiziani si preparano ad andare alle urne, la corsa parlamentare viene manipolata dai poteri giudiziari e di sicurezza con l’obiettivo di limitare, controllare e, quando possibile, umiliare i potenziali sfidanti. Il calendario dell’Autorità elettorale nazionale (Nea) è chiaro: votazioni all’estero il 7 e 8 novembre, votazioni nazionali il 10 e 11. Tuttavia, la vera competizione si è già svolta molto prima del voto, nei tribunali, negli uffici governativi e nelle agenzie di sicurezza che determinano chi può candidarsi e a quali condizioni.

LE REGOLE DEL GIOCO favoriscono già alcune parti. L’Egitto mantiene un sistema ibrido che combina seggi individuali con blocchi chiusi a lista unica. In pratica, la soglia del 50% sulle liste impedisce ai partiti più piccoli o indipendenti di ottenere alcuna rappresentanza a meno che non si uniscano a coalizioni approvate dal regime. Le modifiche legislative di maggio hanno ridisegnato i distretti, ma hanno mantenuto intatto questo meccanismo fondamentale, garantendo un altro parlamento fantoccio.

I risultati delle elezioni senatoriali di questa estate indicano cosa ci aspetta: le liste allineate allo Stato hanno dominato la scena e l’affluenza è rimasta intorno al 17%, riflettendo una partecipazione controllata piuttosto che un autentico entusiasmo degli elettori. Gli annunci della Nea e le sintesi degli osservatori elettorali hanno evidenziato quanto poco sia stato lasciato al caso.

IL CONTROLLO ora arriva fino al corpo dei candidati. Per la prima volta, le autorità hanno richiesto screening medici centralizzati, inclusi test delle urine per rilevare la presenza di droghe e alcol, con il ministero della salute e la Nea che hanno indicato laboratori specifici e centri di raccolta campioni in tutto il paese. I media vicini al governo hanno spiegato il requisito – i candidati devono dimostrare di non essere consumatori di «droghe o sostanze intossicanti» – e il ministero ha indicato 26 centri per l’elaborazione dei campioni.

Com’era prevedibile, il test è diventato un filtro politico. In un caso degno di nota, il candidato del Partito dell’Alleanza popolare socialista a Mansoura, Mohamed Abdel Halim, è stato squalificato dopo che le autorità hanno affermato che il suo campione era risultato positivo a «sostanze intossicanti e narcotiche». Ha effettuato un secondo test, eseguito nello stesso laboratorio certificato, che ha dimostrato la sua innocenza; tuttavia, il suo ricorso è stato respinto. L’episodio dimostra come uno strumento medico possa essere utilizzato in modo arbitrario per eliminare i candidati che lo Stato non appoggia politicamente.

IL REQUISITO del test antidroga non è l’unico nuovo ostacolo. Anche i tribunali vengono utilizzati per limitare il campo. Pochi giorni prima dell’inizio della campagna elettorale, la Corte amministrativa suprema ha confermato l’esclusione dell’ex deputato Haitham el-Hariri dalla corsa elettorale perché esentato dal servizio militare, trasformando una categoria di status personale in un motivo di squalifica politica con effetti potenzialmente di vasta portata. La sentenza conferma essenzialmente il potere della Nea di escludere chiunque abbia uno status simile, creando un ulteriore ostacolo per la prossima generazione di opposizione.

Il denaro rimane un fattore chiave di selezione. Il rapporto elettorale del Tahrir Istitute of Middle East Policy (Timep), think thank con sede a Whashington, spiega che la semplice candidatura alle elezioni può costare circa 41 mila sterline egiziane (circa 860 dollari), con spese elettorali che superano di gran lunga tale cifra. Un esponente di spicco di un partito filo-governativo ha dichiarato che una “via sicura” per ottenere un seggio potrebbe costare fino a 50 milioni di sterline (un milione di dollari), rendendo impossibile la partecipazione dei gruppi di opposizione che rifiutano di negoziare con la lista al potere. Il risultato finale è un parlamento comprato, preselezionato e protetto dal dissenso.

TUTTO QUESTO AVVIENE in un momento politico cruciale per l’Egitto. Secondo gli emendamenti costituzionali del 2019, l’attuale mandato del presidente Abdel Fattah al-Sisi terminerà nel 2030 e qualsiasi tentativo di prolungare il suo governo richiederebbe un parlamento disposto ad approvare gli emendamenti necessari con una maggioranza dei due terzi prima di un referendum. Queste elezioni, sebbene strettamente controllate, sono quindi cruciali per determinare se l’Egitto riuscirà a prolungare il mandato oltre il 2030 o se orchestrerà una transizione post-Sisi attentamente supervisionata dalle stesse forze di sicurezza.

La strategia più ampia del regime chiarisce il motivo di un controllo pre-elettorale così intenso. Sisi deve affrontare una questione di egemonia. Le autorità hanno indebolito gli spazi politici indipendenti cercando di creare un fronte “civile” leggero, formando nuovi partiti allineati al regime, gestendo i media e mobilitando reti corporative, per controllare potenziali disordini senza perdere il proprio potere.

L’obiettivo è ricostruire le riserve che Mubarak utilizzava un tempo per allentare la pressione, ma dopo un decennio di coercizione e militarizzazione diffuse, tali riserve sono fragili e la legittimità pubblica è diminuita a causa del debito, dell’inflazione e dell’austerità in corso.

Questa stretta economica ha un impatto diretto sulle elezioni. I costi per qualificarsi – visite mediche, depositi, pratiche legali – fungono da barriera che limita l’accesso ai sostenitori del regime, agli uomini d’affari ricchi o agli alleati della lista dominante. Timep racconta come anche i partiti tradizionali abbiano scelto di non correre per i seggi individuali perché non riuscivano a soddisfare la soglia finanziaria, un tacito riconoscimento che sono determinanti il denaro e l’approvazione della sicurezza – piuttosto che la politica o le radici del partito.

NÉ LA MAGISTRATURA agisce da contrappeso. Human Rights Watch ha documentato come le leggi del 2024 abbiano ampliato l’autorità militare sulla vita civile e aumentato la portata dei tribunali militari sui civili. Se si combina questo contesto giuridico con un regime di test antidroga supervisionato da agenzie esecutive e un sistema giudiziario disposto a interpretare lo status di servizio militare come un veto politico, lo “stato di diritto” diventa la regola della selezione.

Il risultato probabile è noto: una Camera bassa piena di membri del Partito del Futuro della Nazione e dei suoi alleati; pochi indipendenti le cui connessioni locali li rendono più utili che minacciosi; e candidati dell’opposizione limitati a candidature simboliche in alcuni distretti o a negoziazioni per una presenza simbolica nelle liste del regime.

L’ANTEPRIMA DEL SENATO fornisce un riferimento a breve termine per la partecipazione. Se il voto della Camera darà risultati simili, confermerà che il regime considera le elezioni principalmente come un rituale di approvazione piuttosto che come una competizione.

Tuttavia, l’esercizio rimane importante. Poiché la costituzione richiede l’approvazione parlamentare per qualsiasi proroga del mandato presidenziale, la composizione di questa camera rivela se il Cairo mira a normalizzare un governo prolungato o favorisce una transizione controllata che mantenga il dominio del complesso militare-sicurezza. Entrambe le opzioni dipendono da un organo legislativo scelto con un rigoroso processo di verifica – medica e politica – che restringe il dibattito pubblico prima di una decisione.

DUE NOTE FINALI sui meccanismi evidenziano come si sta delineando la competizione. In primo luogo, le regole sui test della Nea e del ministero della salute non riguardano solo l’igiene, ma fungono da strumento nel processo di selezione, poiché i risultati contestati possono «restare validi» anche quando nuovi test dello stesso laboratorio li contraddicono. In secondo luogo, la sentenza sul servizio militare introduce un nuovo principio di esclusione nella legge elettorale, che secondo i difensori dei diritti potrebbe impedire a migliaia di persone di candidarsi per motivi non legati alla capacità democratica. Nel complesso, questi cambiamenti trasformano la candidatura da un diritto a un privilegio revocabile.

IN BREVE, LE ELEZIONI parlamentari del 2025 sono meno una competizione aperta che una prova di controllo. Le date delle elezioni sono fisse, le procedure sono stabilite e l’immagine di normalità sarà diffusa. Ma la vera competizione – quella su chi si qualifica come candidato, quanto costa apparire al seggio e quale tipo di parlamento assisterà all’estensione del dominio di al-Sisi oltre il 2030 – è già stata quasi del tutto decisa dietro le quinte. Il resto è solo messa in scena.

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Hossam el-Hamalawy

Hossam el-Hamalawy

Giornalista egiziano

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