Approfondimenti

Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieripalestinesi nelle carceri israeliane.


Comunicato del comitato FreeMarwanItalia

Anche i prigionieri palestinesi catturati da Israele hanno diritto di tornare a casa. Una
mobilitazione internazionale per la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nei centri
di tortura israeliani. Marwan Barghouti (66 anni), detenuto da 23 anni in condizioni
inumane e ora a rischio di essere giustiziato da Israele, è stato condannato con un processo
che l’Unione Inter-Parlamentare ha dichiarato non conforme al diritto internazionale e non
imparziale.

  1. Background:
    1.1 Situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane
    Nel corso degli ultimi cinque decenni, secondo l’associazione Addameer per la
    difesa dei diritti umani, circa un milione di palestinesi sono stati imprigionati o
    detenuti in Israele, l’equivalente di circa il 20% della popolazione palestinese. Il tasso
    di condanna dei palestinesi davanti ai tribunali militari è di quasi il 90%. I palestinesi
    sono spesso condannati con processi farsa che si svolgono in pochi minuti, senza
    assistenza legale e in una lingua che non sempre conoscono.
    Dal 7 ottobre 2023, Israele ha imprigionato più di 15.000 palestinesi provenienti da
    Gaza e circa 20.000 dalla Cisgiordania, di cui 1.560 bambini, 595 donne, 408 medici
    ed operatori sanitari, e 202 giornalisti. Attualmente, ci sono circa 10.000 prigionieri
    palestinesi in carcere in Israele, compresi circa 350 bambini di età compresa fra i 13 e
    i 18 anni, e 27 donne. Non si conosce il numero dei detenuti provenienti da Gaza.
    Circa 300 prigionieri sono stati condannati all’ergastolo e circa 4.000 sono detenuti in
    “detenzione amministrativa”. Ofer è l’unica prigione che si trova in Cisgiordania,
    mentre le altre 18 prigioni sono in Israele, dove è praticamente impossibile per i
    familiari dei detenuti avere il permesso di entrare per far visita ai loro cari. Oltre alle
    19 prigioni menzionate, il sistema di detenzione israeliano comprende diversi centri
    di detenzione e per interrogatori ed i tribunali militari.
    La detenzione amministrativa è una pratica istituita da Israele per detenere i
    prigionieri palestinesi senza processo, senza un’accusa specifica e spesso senza
    accesso ad un avvocato. La detenzione amministrativa può essere rinnovata di sei
    mesi in sei mesi per anni.
    Medici, infermieri, paramedici, giornalisti, anziani, persone con disabilità, donne e
    bambini si trovano attualmente nelle carceri israeliane in condizioni disumane, dove
    è sistematicamente applicata la tortura, compresa la violenza sessuale contro uomini
    e donne, dove l’accesso a cure mediche è sistematicamente negato, dove
    l’alimentazione giornaliera è insufficiente, provocando un ulteriore deterioramento
    della salute dei prigionieri. Sono stati riportati casi di amputazioni di arti per
    mancanza di cure mediche e frequenti casi di scabbia per via delle condizioni
    sanitarie carenti. Il prolungato isolamento, la tortura e l’umiliazione, oltre ai danni
    fisici, provocano anche traumi psicologici, specialmente nel caso dei bambini.
    Dall’inizio del genocidio, si sono registrati più di 78 decessi nelle carceri israeliane a
    causa delle torture, mancanza di attenzione medica e malnutrizione, ma il numero
    totale dei prigionieri deceduti provenienti da Gaza è sconosciuto.
    Il Prof. Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa di Gaza, stava
    lavorando all’ospedale Al-Awda quando è stato arrestato nel dicembre 2024 con altri medici,
    colpevoli di voler fare il loro dovere di salvare la vita dei pazienti, neonati e bambini, in un
    ospedale distrutto dalle bombe israeliane. Il Prof. Adnan Al-Bursh è morto in carcere, quattro
    mesi dopo l’arresto, dopo essere stato violentato con un bastone rovente dai soldati israeliani.
    Il suo corpo è ancora detenuto da Israele.
    Il Dr. Hussam Abu Safiya, pediatra all’ospedale di Kamal Adwan, rifiutò di abbandonare i
    suoi pazienti durante l’incursione israeliana che distrusse il suo ospedale, sfidando i carri
    armati solo con il suo camice bianco ed il suo stetoscopio. È stato arrestato il 27 dicembre
    2024, suo figlio era appena stato ucciso dalle bombe israeliane. Lo stesso giorno sono stati
    arrestati anche altri membri del suo staff ed i suoi pazienti, che lui aveva cercato di curare
    sino all’ultimo momento. Il Dr. Abu Safiya è stato incarcerato e brutalmente torturato da
    Israele ed è ancora in detenzione amministrativa, durante la quale ha contratto la scabbia. Il
    Dr. Abu Safiya ed altri prigionieri sono confinati in una cella sotterranea ed il pediatra ha
    perso una significativa quantità di peso, circa 40 chili.
    Il Dr. Marwan Al-Hams, direttore degli ospedali di campo, venne sequestrato nel luglio
  2. Ferito durante l’arresto non si hanno notizie da allora.
    Nidal al-Waheidi e Haitham Abdelwahed, due giornalisti palestinesi di 25 e 31 anni che
    lavorano per i canali indipendenti “Ein Media” e “an-Najah” nella Striscia di Gaza, sono
    stati arrestati il 7 ottobre 2023 mentre riprendevano l’attacco di Hamas, e da allora le
    autorità israeliane si rifiutano di rivelare il luogo di detenzione, le loro condizioni e le ragioni
    della loro detenzione.
    Israele è uno dei pochi paesi al mondo dove i bambini – e solo quelli palestinesi –
    vengono sistematicamente giudicati da tribunali militari e detenuti in condizioni
    disumane nelle prigioni israeliane di Ofer e Mejido, in celle buie, umide e fredde,
    sporche e sovraffollate, spesso in celle di isolamento di un metro e mezzo per un
    metro e mezzo prive di luce naturale. Ogni anno vengono arrestati e processati in
    questi tribunali tra i 500 e i 700 minorenni in contravvenzione alla Convenzione
    ONU sui Diritti del Fanciullo, di cui Israele è firmatario.
    Ahmad Manasra venne arrestato all’età di 13 anni, fu brutalmente picchiato da un gruppo
    di israeliani e riportò fratture al cranio e sanguinamento interno. Rimase un anno in
    detenzione amministrativa e, all’età di 14 anni, nonostante il Tribunale riconobbe la sua
    innocenza, venne condannato a 12 anni di prigione poi ridotti a nove. Solo nel 2021, sei anni
    dopo la sua detenzione, ha avuto accesso ad un medico che gli ha diagnosticato la
    schizofrenia. Nonostante questo, continuò ad essere tenuto in isolamento sino al suo rilascio
    nel 2025 all’età di 23 anni.
    L’Associazione Palestinese dei Prigionieri riporta che circa 6.000 minori sono stati detenuti
    da Israele dal 2015 ad oggi ed il 98% ha sofferto abusi e maltrattamenti fisici e psicologici e
    spesso sono stati obbligati a firmare dichiarazioni scritte in ebraico, che non parlano. I
    bambini rilasciati, a causa del trauma psicologico subito, soffrono di incubi, insonnia e
    diminuzione del rendimento scolastico.
    Israele ha creato un doppio regime giuridico, una forma di apartheid giudiziario, che
    assicura l’impunità agli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi,
    mentre criminalizza la presenza e la resistenza anche pacifica dei palestinesi. I
    tribunali israeliani sono una parodia della giustizia, strumenti dell’occupazione
    coloniale e militare.
    Dall’inizio del genocidio, Israele ha negato al Comitato Internazionale della Croce
    Rossa (ICRC) l’accesso alle carceri e ai prigionieri Palestinesi e non gli ha più
    consegnato le liste dei prigionieri, in violazione della Terza e Quarta Convenzione
    di Ginevra del 1949 e del diritto internazionale umanitario. Nonostante gli appelli
    rivolti al governo israeliano da ICRC, dall’Association for Civil Rights in Israel,
    Physicians for Human Rights, HaMoked, and Gisha, l’accesso ai prigionieri
    continua ad essere negato.
    Dopo l’accordo negoziato da Trump, Egitto, Qatar e Turchia con Israele e Hamas, in ottobre
    2025, ed il rilascio degli ostaggi israeliani ancora vivi detenuti da Hamas, Israele ha rilasciato
    1968 prigionieri palestinesi, di cui 250 con condanne all’ergastolo e 1718 sequestrati a Gaza
    senza accuse. Più di cento prigionieri sono stati esiliati in Egitto ed altri paesi. Tutti i
    prigionieri rilasciati riportano di essere stati vittime di torture, maltrattamenti, mancanza di
    cure mediche e scarso accesso a cibo ed acqua. Israele ha, inoltre, restituito i corpi di circa 200
    prigionieri morti in detenzione, tutti con orribili segni di tortura e molti senza organi, rubati
    da Israele.
    1.2 Marwan Barghouti: il leader politico e l’educatore
    1.2.1. Leader politico
    Marwan Barghouti, prigioniero politico, condannato a cinque ergastoli, in carcere da
    23 anni, accusato di aver fondato le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, braccio armato di
    Al-Fatah. Si è sempre dichiarato innocente, ma ha rifiutato di difendersi dichiarando
    di non riconoscere la giurisdizione israeliana sui territori palestinesi e la legalità dei
    tribunali israeliani.
    Nato in Cisgiordania nel 1958, è entrato giovanissimo in Al-Fatah e ne è divenuto il
    leader alla morte di Yasser Arafat. Venne arrestato una prima volta a 18 anni e poi
    rilasciato. Nel 1987 venne, nuovamente, arrestato e poi esiliato. Ritornerà in Palestina
    nel 1994, dopo la firma degli accordi di Oslo di cui è stato sostenitore. Nel 2002,
    prima di venire nuovamente arrestato, scrisse una lettera aperta al Washington Post,
    dichiarando che Al-Fatah “non abbandona il diritto a difendere la terra palestinese e la
    lotta per la libertà del suo popolo”, ma allo stesso tempo si riferisce agli israeliani come
    “i nostri vicini” e si schiera contro atti di violenza contro i civili israeliani. Marwan
    venne condannato definitivamente nel 2004, in un processo ritenuto parziale e non
    conforme al diritto internazionale dall’Unione Inter-Parlamentare.
    Nel 2006 redige il “Documento dei prigionieri”, un documento programmatico per la
    riconciliazione fra le diverse fazioni palestinesi condiviso da Fatah e Hamas che
    propone la fine dell’occupazione israeliana e uno Stato palestinese indipendente e
    sovrano, accanto ad Israele, sulla base dell’accordo del 1967.
    Marwan Barghouti, riconosciuto dai palestinesi – sia da Hamas che da Al-Fatah e
    dalle altre formazioni politiche – come il possibile unificatore del popolo palestinese
    sotto una visione ed una agenda comune, gode di una popolarità maggiore di Abu
    Mazen. Sinwar, il leader di Hamas ucciso da Israele a Gaza, ne aveva chiesto la
    liberazione negli scambi di prigionieri del 2011, 2021 e 2024. Netanyahu, consapevole
    del valore politico della sua liberazione, si è sempre opposto.
    La necessità di consolidare una leadership palestinese capace di coalizzare i vari
    gruppi dietro un progetto politico unitario viene menzionata internamente da più
    parti e Marwan Barghouti è identificato come il possibile leader, spesso paragonato a
    Nelson Mandela, non solo per la sua ingiusta e prolungata incarcerazione, ma per la
    sua visione progressista e unitaria. Nelle recenti trattative in Egitto si è tornato a
    parlare di Marwan Barghouti, che non è il leader di Hamas e mai lo è stato, ma è il
    leader di tutti i palestinesi e l’unico in grado di dialogare con l’autorità del suo
    popolo con il governo israeliano, il mondo arabo, e tutta la comunità internazionale.
    E come fu il caso per Nelson Mandela, la sua liberazione e la sua leadership
    potrebbero cambiare il corso della storia in Palestina ed in Medio Oriente.
    1.2.2. L’educatore
    Marwan Barghouti si è laureato in storia all’Università di Bir Zeit in Cisgiordania,
    dove divenne rappresentante degli studenti nel consiglio d’amministrazione
    dell’ateneo. Ottenne, poi, una seconda laurea in scienze politiche ed un Master of
    Arts in relazioni internazionali.
    In carcere ha sempre stimolato gli altri prigionieri a studiare, organizzando lezioni di
    diritto internazionale, di politica e storia. Molti ex-prigionieri hanno proseguito gli
    studi e si sono laureati grazie ai suoi insegnamenti. Ha invitato gli atri prigionieri
    anche a studiare ebraico, che lui conosce, perché sostiene che bisogna capire il
    linguaggio e la cultura di Israele per poterci dialogare. Un “professore in prigione”
    che ai suoi compagni di prigionia insegna la differenza tra rabbia e dignità.
    Questo contrasta con l’atteggiamento del Ministro degli interni israeliano Ben Gvir,
    che nell’agosto 2025 si è recato nella cella di Marwan Barghouti per umiliare
    l’avversario politico più temuto da Israele, ormai ribattezzato “il Mandela di
    Palestina”. Il video dell’incontro tra Ben Gvir e Barghouti mostra un uomo
    consumato dalla prigionia e dalla tortura, ma che ha preservato il proprio rispetto e
    il proprio valore intrinseco, dimostrando una dignità individuale ancora intatta.
    Testimonianza di un prigioniero rilasciato nella West Bank: “Noi lottiamo per la
    libertà, ma non odiamo. La lotta basata sull’odio è un crimine, quella basata sull’amore è
    rivoluzione. Noi crediamo nella giustizia sociale e nella democrazia e nell’unità nazionale.
    Noi vogliamo lo stato di Palestina nei confini del 1967, ma la nostra appartenenza è alla
    Palestina storica. In questa terra c’è posto per tutti gli uomini liberi. Abbiamo bisogno di un
    leader come Marwan per attraversare questo momento difficile”.
  3. La liberazione di Barghouti
    La detenzione di Barghouti è funzionale alla politica di Israele di mantenere la
    dirigenza palestinese divisa nelle varie fazioni per impedire la creazione di una
    visione e programma unitario per lo stato palestinese. Barghouti è il simbolo
    dell’unità palestinese da Gaza alla Cisgiordania e fra la diaspora.
    Nel corso degli anni, diversi politici israeliani si erano detti favorevoli alla sua
    liberazione, compreso Shimon Peres, che però non fece nulla per liberarlo. Fadwa
    Ibrahim Barghouti, la moglie ed il suo avvocato, si batte da anni per la sua
    liberazione.
    Nel 2013, Ahmed Kathrada, figura emblematica della lotta antiapartheid in Sud
    Africa, e Fadwa Barghouti, lanciarono, dalla vecchia cella di Nelson
    Mandela sull’isola di Robben Island, una campagna internazionale per la
    liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, ottenendo
    il sostegno di otto premi Nobel per la Pace, 120 governi e centinaia di leaders,
    parlamentari, artisti e studenti universitari di tutto il mondo.
    Con questa nuova campagna chiediamo nuovamente la liberazione di Marwan
    Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi – i bambini, le donne, i medici e tutti
    gli operatori sanitari, i giornalisti -, così come la chiusura dei centri di tortura
    israeliani, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario,
    l’accesso dei detenuti alla difesa, alle cure mediche, a sufficiente cibo ed acqua e
    l’accesso di ICRC ai prigionieri e alle liste dei prigionieri.
    Appelli per la liberazione di Marwan Barghouti sono stati fatti da The Elders,
    progressisti israeliani e politici di tutto il mondo. Il 12 novembre 2025 il parlamento
    israeliano ha approvato in prima lettura un emendamento del codice penale che
    introduce la pena di morte per i cosiddetti “terroristi”, con effetto retroattivo. La vita
    di Marwan Barghouti è a rischio, mentre la sua salute in carcere continua a
    deteriorarsi per effetto delle torture, isolamento e trattamento inumano.
    Lettera di Fadwa Barghouti (2025): “Marwan non ho riconosciuto i tuoi lineamenti, e forse
    una parte di me non vuole accettare tutto quello che il tuo viso e il tuo corpo esprimono, tutto
    quello che tu e i prigionieri avete sopportato in carcere.
    Marwan ti stanno ancora inseguendo, anche dopo 23 anni di prigione e 2 anni nella cella
    d’isolamento in cui vivi.
    Ti stanno ancora prendendo di mira, le catene sono ancora alle tue mani, ma conosco il tuo
    spirito e la tua determinazione.
    So che rimarrai libero… libero… libero. Ti preoccupi solo del tuo popolo e di porre fine alle sue
    sofferenze che hanno raggiunto il cielo a Gaza, ottenendo la loro libertà e preservando la loro
    dignità.
    “Oh montagna, nessun vento può scuoterti”.
    So che l’unica cosa che può scuoterti è ciò che senti del dolore del tuo popolo, e l’unica cosa che
    ti ferisce è l’incapacità di proteggere i bambini palestinesi. Tu sei del popolo, e ovunque tu sia,
    sei in mezzo a loro, sei di loro e parte di loro; il tuo destino è legato al popolo. Così eri, e così
    rimarrai”.
    Fadwa Al Barghouti

4 commenti

  1. io ho dato la mia adesione e penso che sarebbe utile mettere in coda all’appello un link per facilitare altre adesioni.
    Daniele barbieri- IMOLA

  2. aderisco

  3. È un uomo di grande prestigio è potrebbe fare un grande contributo ad un processo di pace. Forse è proprio per questo che non lo fanno uscire.

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