di Corradino Mineo (dal suo account social)

I cristiani celebrano la nascita dell’uomo Dio a fine dicembre. Poco dopo il solstizio d’inverno. Quando la notte smette di allungarsi e la luce torna a riprendersi il giorno. Nello stesso periodo gli ebrei accendono le luci di Hanukkah. E i cinesi, con il Dongzhi, celebrano la rinascita. Anch’io attendo con speranza il trionfo della luce e il risveglio della ragione.
Ma sento il peso del silenzio che cade su Gaza. Su un popolo da decenni prigioniero – la giornalista Fatima Hassouna, bella e sorridente, uccisa da un missile con la famiglia, a 24 anni non era mai potuta uscire dalla striscia, ma scriveva poesie, fotografava la vita, parlava con registe, artisti giovani come lei, quando la connessione teneva. Per due lunghi anni Fatima e il suo popolo hanno visto ridurre a macerie le loro case, hanno sepolto figli e sorelle, sofferto fame, assenza di medicine, di acqua pulita. Volantini dal cielo o messaggi radio gli chiedevano di spostarsi, e di spostarsi ancora, poi di nuovo. Li chiamavano “terroristi” perché, fra loro, uomini di Hamas e del Jihad islamico il 7 di ottobre 2023 avevano superato il confine, travolto (non si capisce come) torrette, mitragliatrici, sensori digitali e filo spinato. Rapito e ammazzato 1139 israeliani. Non so se in quanto ebrei o perché, ai loro occhi, alieni di un altro pianeta, dove ci si poteva spostare, cercare un lavoro lontano, fare festa in libertà. Reato terribile il 7 ottobre, sia chiaro. Che in me, europeo erede della cultura ebraica, ha evocato l’orrore nazista .
Poi Israele ha sterminato 60-70 gazawi per ogni vittima di quel crimine. Ha sottoposto due milioni di anime a sofferenze e abusi che non avevo mai visto. Eppure ricordo il genocidio di Sebrenica, il tiro a segno su Sarajevo, lo sterminio degli Hutu ai danni Tutsi, etnia egemone del Ruanda. I Kmer rossi uccidere a colpi di bastone il loro popolo, convinti di cambiarne la natura umana. Ho visto guerre feroci, torture e deportazioni. Mai condannate perché non si condanna la potenza che ha sconfitto Germania e Giappone. Ma ci siamo opposti, la bugia che avevano addotto per scatenare l’inferno è stata svelata. Le truppe, scappate. A niente di ciò, Fatima ha avuto diritto.
La pace di cui si vanta uno che con l’AI si traveste da papa, da imperatore e che defeca dal cielo sulla gente, permette a Israele di occupare metà della striscia. Di chiedere una nuova guerra contro l’Iran. Di occupare il Golan siriano e tenere Libano, Yemen, Irak sotto scopa. L’esercito spalleggia 700mila coloni, arrivati da Russia, Africa, Stati Uniti per cacciare anche l’ultimo palestinese dalla terra che loro chiamano Giudea e Samaria, e che Dio avrebbe donato agli ebrei. Secondo un racconto allegorico, che peraltro narra, nel dettaglio, una cattività egizia del popolo ebraico, del tutto priva di riscontri storici
Immagino che fra 20 anni, nel centenario della liberazione dai campi di sterminio nazisti, il crimine di guerra e contro l’umanità perpetrato da Israele dopo il 7 ottobre 2023, contenderà alla Shoah il titolo di “male assoluto”. Ed è terribile -e una aggravante per i colpevoli- che le stragi recenti siano state compiute da parte di quel popolo per secoli perseguitato, richiuso nei ghetti, esposto a pogrom, fino alla “soluzione finale” programmata da Hitler. Ma ancora più grave è il silenzio che cade sul fatto. Stati Arabo – sunniti, Unione Europea, Russia e Cina, astenuti in Consiglio di Sicurezza, sembrano credere che quella di Trump sia vera “pace”. Lo so, già dormire una notte senza il rumore delle bombe e ricevere qualche aiuto -non dall’ONU che è stata estromessa, ma dalle mani di chi ti ha sparato e forse lo farà ancora- è motivo di sollievo. Per qualche tempo permette di respirare. Ma dopo il solstizio d’inverno, e poi per Pesach, festa della primavera, le piaghe emaneranno il loro fetore, l’ingiustizia oscurerà il giorno.
Il mio segno di pace è dunque un invito: “Ricordate, non lasciate che cali il silenzio sul popolo della Palestina. Su quella Nazione, riconosciuta da 157 Stati sui 193 delle Nazioni Unite. Ricordate Fatima, che avrebbe voluto viaggiare, sorridere con artisti e giornalisti, conoscere il mondo. Ma poi tornare, con orgoglio, nella terra natale, di sua madre e della de lei madre. Una ferita così non si sutura se non ammettendo la colpa e cominciando a porvi riparo. Qualcosa di simile si è fatto in Sud Africa, dopo l’apartheid. Ma non ci sarà libertà, diritto, né benessere, per nessuno di noi se, ignavi, volteremo gli occhi altrove.
