di Laura Schrader*


“Sì, è vero. I parlamentari di Mhp (Partito nazionalista turco, ex Lupi Grigi) un paio di giorni
fa si sono avvicinati al nostro gruppo e ci hanno stretto la mano, non era mai accaduto
prima, nella storia dell’Assemblea nazionale, e poco dopo il presidente Erdogan ha
dichiarato di apprezzare questo gesto perché il Paese è stanco del conflitto, ha bisogno di
normalità”. Così rispondeva a una mia domanda Newroz Uysal Aslan, parlamentare del
partito Dem.
Era il 12 ottobre 2024, il giorno prima alcuni media del Krg, il Governo regionale del
Kurdistan in Irak, avevano parlato di cenni di distensione da parte del governo di Erdogan
sulla questione kurda. Newroz Uysal Aslan (che è avvocata e ha fatto parte dello studio
Asrin storico difensore di Abdullah Ocalan) era in Italia nel quadro della campagna
internazionale “Libertà per Ocalan, una soluzione politica per la questione kurda” e nel
dare conferma della quasi incredibile notizia aveva aggiunto: “Tuttavia ci sono anche
segnali contrari: nelle città kurde numerosi esponenti del nostro partito sono stati posti in
custodia cautelare.”
Il significato di una stretta di mano
Il partito Dem – Per l’eguaglianza dei popoli e la democrazia – è l’erede del disciolto Hdp il
cui leader Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016, è stato condannato a 42 anni
nell’assurdo processo di Kobane. I partiti democratici filo kurdi, una decina dal 1992,
hanno una vita media di circa tre anni prima di venire sciolti dalla Corte costituzionale per
“terrorismo”. Come il suo predecessore, il Dem riunisce l’elettorato kurdo e turco
progressista, le minoranze religiose e etniche e rappresenta le istanze della società civile,
come la comunità Lgbt e gli ambientalisti.
Il Mhp – Partito del movimento nazionalista – è alleato di governo di Ahp, il partito del
presidente Erdogan. E’ il braccio politico dei Lupi Grigi, e come tutti i fascismi è nemico dei
“diversi”, in particolare Kurdi e Armeni. Una sua corrente sosteneva di fatto la soluzione
finale della questione kurda. Nel 2007 il suo leader Devlet Bahceli invitava a impiccare
Ocalan, ed era stato Mhp a chiedere e ottenere la chiusura di Hdp. La stretta di mano con
i parlamentari Dem di per sé è dunque un gesto epocale, come sottolineava Newroz Uysal
Aslan, e si è rivelata il preambolo di una (almeno apparente) evoluzione. Il 22 ottobre
Devlet Bahceli, presidente di Mhp invitava Ocalan a prendere la parola in Parlamento dai
banchi del gruppo Dem per dichiarare la fine della lotta armata e lo scioglimento del Pkk.
In cambio al leader kurdo condannato all’ergastolo a vita e in isolamento sarebbe stato
riconosciuto il “diritto alla speranza” come stabilito dalla Convenzione europea per i diritti
umani, ovvero la revisione del processo e la concessione di una sorta di libertà vigilata e
sarebbero state varate riforme democratiche e economiche. A sostegno di Bhaceli,
Erdogan dichiarava che la Repubblica è dei turchi ma è anche la Repubblica dei kurdi.
Il giorno dopo, il 23 ottobre Omer Ocalan, deputato Dem e nipote del leader, incontra
Ocalan nel carcere sull’isola di Imrali. Ocalan è detenuto dal febbraio 1999 e da 43 mesi,
in violazione di tutte le norme giuridiche comprese quelle della stessa Turchia, è in totale
isolamento: niente visite e neppure lettere e telefonate.

Le parole di Ocalan e l’attentato del Pkk
A conclusione dell’incontro il leader consegna il suo messaggio: “L’isolamento continua.
Se se ne verificano le condizioni, ho il potere tecnico e pratico di spostare la questione dal
terreno della violenza e del conflitto al terreno della legalità e della politica.” Secondo fonti
affidabili prima dell’incontro con Omer Ocalan il leader avrebbe contattato i comandanti
dell’armata del Pkk nel quartier generale sul monte Kandil. In quello stesso 23 ottobre
Erdogan è a Kazan in occasione del vertice dei Brics a presidenza russa e si intrattiene in
un bilaterale con Putin. La Turchia, membro della Nato, non può entrare formalmente a far
parte dei Brics, ma Erdogan mira a una collaborazione sempre più stretta, come ammette
in un esercizio di equilibrismo parlando alla Tv di stato Trt: “Le crescenti relazioni del
nostro paese con i Brics non sono e non saranno mai un’alternativa ai nostri impegni
attuali.”
Sempre il 23 ottobre un attentato danneggia la fabbrica di armamenti aerei Tusas nei
pressi di Ankara e causa 6 morti e 22 feriti. La fabbrica ha rapporti dì cooperazione con
l’italiana Leonardo. Vengono uccisi i due attentatori, subito identificati come combattenti
del Pkk. Poco dopo l’aviazione di compie un devastante raid aereo contro le strutture civili
del Rojava (la regione siriana a maggioranza kurda che si auto amministra secondo i
principi del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan). Vengono ancora una volta
distrutti impianti idrici, elettrici, energetici, ospedali, panifici, con vittime anche tra i
bambini. I bombardamenti sulle strutture civili e gli attacchi con droni alle donne che si
sono distinte nella guerra contro l’Isis e che rivestono ruoli di rilievo nell’ Amministrazione
autonoma del Nord Est della Siria sono frequenti in quanto Ankara vuole operare una
sostituzione etnica ai propri confini e identifica le forze di difesa del Rojava con il Pkk.
Il 25 ottobre l’agenzia kurda Afn pubblica la dichiarazione e il video del Comando del
Quartier Generale del Centro di difesa del popolo Hsm vicina al Pkk in cui si rivendica
l’attentato e si mostrano gli attentatori in azione a volto scoperto. Per quanto sia
impossibile ritenere che l’azione sia motivata dai recentissimi eventi, il comunicato si
preoccupa di sottolineare che non si tratta di una risposta negativa al clima di distensione
e di evidenziare che i militanti di Hsm agiscono animati dallo spirito “apoista”.
Nuove speranze e antichi scetticismi
Abdullah Ocalan è chiamato familiarmente Apo, cioè Zio, e il termine “apoismo” indica gli
ideali della sua leadership. “… I nostri compagni Asya Ali e Rojger Helin sono gli eroi di
questa azione condotta con grande determinazione, talento creativo e spirito sacrificale
apoista” – comunica Hsm e precisa che “l’azione è stata pianificata da tempo, non ha nulla
a che vedere con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”, rivendicando il
diritto di agire contro una struttura che produce armi che hanno massacrato migliaia di
civili in Kurdistan. Condanna gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili del Rojava e
di Shengal (l’area Yazidi, in Irak) come una vendetta indegna di un esercito onorevole.
Hms fa quindi comprendere di essere aperto a nuove prospettive: “…la riflessione del
caloroso messaggio del leader Apo al pubblico per la prima volta dopo 4 anni è una
situazione positiva per tutte le forze di guerriglia e deve essere presa in considerazione”.
Infine promette, a proposito dei combattenti Asya e Rojger, che: ”Manterremo vivo il loro
ricordo coronando di successo la nostra marcia verso ‘Leader libero e Kurdistan libero’”.

Il 30 ottobre, nonostante l’attentato, Bahceli ribadisce le proposte di apertura al dialogo.
Erdogan gli esprime il suo sostegno e preannuncia novità positive. In un’intervista Mazlum
Abdi comandante delle Sdf, le Forze di difesa siriane del Rojava, parla dell’inizio dì un
percorso dì dialogo con Ankara.
L’opinione pubblica e i politici kurdi sono estremamente cauti. La popolazione è rimasta
traumatizzata dall’esito dei negoziati precedenti: il processo di democratizzazione che
sembrava avviato nel 2013 era sfociato nel voltafaccia di Erdogan, con una fortissima
ripresa delle ostilità contro il Pkk e con le devastazioni e stragi compiute dall’esercito in
quelle città che avevano dato spazio alla espressione dell’identità e della cultura kurde. Si
teme che il presunto nuovo corso – al momento non ci sono passi concreti – sia
influenzato dalla pesante crisi economica (si registra l’88,63 % di inflazione su base
annua) e sia motivato dalla necessità di Erdogan di ottenere i voti di Dem, necessari per
cambiare la Costituzione in modo da potersi candidare ancora il prossimo anno nelle
elezioni presidenziali. Lo scetticismo è motivato. Il 4 novembre i co-sindaci di quattro città
(in Kurdistan ogni carica spetta a un uomo e a una donna) eletti con il partito Dem
vengono rimossi, uno di loro arrestato, e sostituiti da fiduciari governativi.
L’appello di Ocalan
Il “primo sparo” echeggiò a Eruh il 15 agosto 1984 contro un edificio della Polizia militare e
quasi in contemporanea si ripeté contro una caserma a Semdinli. Era l’inizio della
guerriglia di resistenza dell’Argk, il braccio armato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan.
La Turchia, stato assolutista, mentre negava l’esistenza del popolo kurdo lo colpiva con
massacri e deportazioni e ne vietava lingua e cultura. Dopo oltre 40 anni di un conflitto che
negli anni Novanta ha toccato vertici di feroce intensità da parte del secondo esercito
Nato, la guerriglia del Pkk, (ora Hpg, Forza di difesa popolare) è chiamata a deporre le
armi, e a convocare un congresso per decidere le modalità del proprio scioglimento
nell’ambito di un processo di pace e di democratizzazione dello stato turco. L’appello è
stato inviato il 27 febbraio scorso dal leader del Pkk Ocalan con un video registrato nel
corso di un incontro con tre parlamentari del partito filo kurdo Dem avvenuto nel carcere di
Imrali dove Apo è detenuto in isolamento dal febbraio 1999.
In risposta, il 1° marzo il Pkk ha dichiarato. “L’appello alla pace e alla società democratica
è un manifesto che illumina il cammino di tutte le forze della libertà e della democrazia […]
Siamo d’accordo con il contenuto dell’appello così come è, tuttavia vogliamo sottolineare
che anche la politica democratica e le basi legali devono essere garantite […] A partire da
oggi dichiariamo un cessate il fuoco effettivo. Nessuna delle nostre forze intraprenderà
azioni armate a meno che non venga attaccata. Siamo pronti a convocare il congresso del
Partito tuttavia il leader Apo deve dirigerlo e guidarlo personalmente. Al leader Apo
devono essere concesso le condizioni per vivere e lavorare in libertà fisica e per stabilire
relazioni senza ostacoli con chi egli desidera.”
Un appello alla pace e all’avvio di un processo di democratizzazione in Turchia che
riconoscesse i diritti non soltanto del popolo kurdo ma di tutte le minoranze etniche e
religiose era già stato lanciato dal leader nel 2013 con un video trasmesso nel corso di
una gigantesca festa di Nawroz nella piazza di Amed (Diyarbakir). L’appello era il frutto di
negoziati cominciati a Oslo nel 2009 tra il partito filo kurdo di allora, il leader imprigionato e
la delegazione governativa guidata dall’attuale ministro degli Esteri Hakim Fidan, allora

capo del Mit, il Servizio segreto. L’esercito della guerriglia non depose le armi ma rispettò
a lungo il cessate il fuoco. I risultati del processo di democratizzazione furono irrisori e nel
luglio del 2015 l’esercito turco riprese le ostilità su vasta scala.
Il recente appello pare maturato in tempi molto brevi. Paradossalmente, come abbiamo già
accennato, era stato il leader del partito ultranazionalista Mhp Devet Bahceli nell’ottobre
scorso a sostenere l’opportunità di autorizzare la prima visita al leader Apo in carcere
dopo quattro anni di isolamento totale, durante i quali non gli era stata consentita nessuna
comunicazione con l’esterno, neppure una telefonata con familiari o avvocati. Dopo
l’appello del 27 febbraio il parlamentare del Dem Sirri Surreya Onder, ha comunicato che
erano previsti a partire dal 10 marzo una serie di incontri con esponenti governativi e
parlamentari e che le trattative si sarebbero potute concludere nel giro di tre mesi.
Le mosse di Erdogan
Il premier Erdogan si è dichiarato d’accordo sulla necessità di porre fine al conflitto. Ma
continua la politica di repressione che in gennaio aveva portato la magistratura asservita a
incarcerare 300 parlamentari, sindaci, intellettuali per reati di opinione con l’accusa di
“attività terroristiche”. Continua la destituzione dei sindaci eletti in Kurdistan, il loro arresto
e il commissariamento dei comuni lasciati nelle mani di funzionari governativi. Erdogan
non smette di dichiarare la volontà di eliminare l’Amministrazione autonoma del Rojava in
Siria (Daanes). Allo scopo, si avvale del cosiddetto Esercito nazionale siriano (Ens),
finanziato, armato, addestrato da Ankara e composto da jihadisti di 40 diverse nazionalità
che da un mese, per arrivare alla città – simbolo di Kobane, assedia il ponte sulla diga di
Tishrin sull’Eufrate, presidiato dalla popolazione della città. L’Ens è sostenuto dai
bombardamenti dell’aviazione turca, che ha fatto numerose vittime tra i civili che difendono
la diga e che ha distrutto l’importantissimo ponte di Qereqozat. Dal canto suo Hpg il 4
marzo comunicava che l’esercito turco dopo la dichiarazione del cessate il fuoco aveva
continuato a bombardare da terra e dall’aria le aree della guerriglia costringendolo ad
esercitare il suo diritto di autodifesa.
Il Knk, Kurdistan national congress, coalizione di partiti politici e di organizzazioni della
società civile di ogni parte del Kurdistan e della diaspora, con un comunicato del 28
febbraio dichiarava il proprio pieno sostegno all’appello del leader e si impegnava a usare
tutte le proprie risorse per una soluzione pacifica e democratica. Osservava tuttavia:
“Finora la risposta internazionale è stata buona ma non è sufficiente. Facciamo appello
alle potenze globali: le parole da sole non bastano, tutti gli attori rilevanti devono cogliere
questa opportunità e svolgere il loro ruolo per la pace e il dialogo.”
In effetti la rapidità con la quale si sono avvicendati gli eventi dall’ottobre scorso potrebbe
fare pensare che essi siano stati preceduti e possano essere accompagnati da una
concertazione internazionale. Si sono espressi a favore dell’appello di Ocalan la Casa
Bianca, Londra e Berlino e il relatore per la Turchia al Parlamento europeo. Anche l’ex
premier Massimo D’Alema, in una dichiarazione all’Ansa, ha definito l’appello di Ocalan
“Un fatto positivo, un messaggio coraggioso”. Tuttavia non risulta al momento la volontà di
compiere passi concreti a sostegno del processo di pace.
Il Pkk affida alle donne un ruolo determinante e indica come date fondamentali per il
successo dell’appello non soltanto il 21 Marzo del Nawroz, simbolo di libertà, ma anche l’8
marzo che per il movimento kurdo celebra la rivoluzione delle donne. Tevgera Jinen Azad

  • Movimento delle Donne Libere – così si esprime: “Il Tja si mobilita per l’attuazione del
    pensiero di Ocalan e invita tutte le donne a abbracciare la chiamata” anche con una forte
    presenza femminile nelle manifestazioni dell’8 e del 21 marzo.
    La rivoluzione delle donne è il risultato più luminoso nato anche grazie al pensiero di
    Ocalan. Dal pieno coinvolgimento delle donne libere del Kurdistan potranno finalmente
    nascere pace e democrazia?
    Il XII Congresso del Pkk
    «Tra i kurdi in tanti con capiscono. “Ocalan ha venduto il popolo kurdo” oppure “IlPkk fa un
    favore alla Turchia” dicono in molti commentando le decisione prese dal Pkk nel XII°
    Congresso – ma non è così. La decisione del Pkk, di sciogliersi e di deporre le armi, è
    legata ad alcune condizioni: la liberazione del nostro leader Ocalan che dovrà coordinare
    tutte le operazioni di questa nuova fase del Movimento, la rimozione del Pkk dalla lista
    delle organizzazioni terroristiche, l’attuazione di misure politiche e giuridiche di
    democratizzazione […] Lo stato turco dovrà liberare i prigionieri politici, in maggioranza
    detenuti per “sostegno al Pkk” e consentire il ritorno dei rifugiati all’estero » spiega
    Mevlude Askara, giornalista yazidi corrispondente dell’agenzia Anf News. Askara è
    rifugiata in Italia dopo essere stata incarcerata per anni a causa della sua attività
    giornalistica e da 16 anni non può rivedere i suoi familiari in Turchia. Le statistiche
    confermano una diffusa incomprensione della decisione del Pkk: tra i sostenitori dei partiti
    di opposizione, meno del 20 % ritiene che la decisione del Pkk possa portare a un
    percorso affidabile. Nell’ambito di Akp, il partito del presidente Erdogan, sceso al 30 % dei
    consensi, una buona metà non condivide le prospettive aperte dal XII ° Congresso del
    Pkk.
    Il 12 maggio il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha pubblicato i risultati del suo XII°
    Congresso annunciando lo scioglimento e la continuazione della lotta per la democrazia in
    Kurdistan per mezzo di strumenti politici. Il Congresso ha così risposto all’appello “Per la
    pace e per una società democratica” del leader Abdullah Ocalan, reso pubblico il 27
    febbraio.
    Il Pkk è stato fondato nel 1978. Inizia la lotta armata nel 1984. Il conflitto, condotto dalla
    Turchia negli anni Novanta con uno straordinario sforzo bellico incentivato dal presidente
    americano Clinton, con la distruzione di migliaia di villaggi e con il ”terrorismo di stato”
    degli squadroni della morte, ha causato 40 mila morti. Il nuovo manifesto del Pkk progetta
    la riconciliazione turco-kurda e il proseguimento con gli strumenti della politica della lotta
    per la democratizzazione della Turchia, di cui fa parte il riconoscimento dei diritti del
    popolo kurdo e delle minoranze .
    “Il XII Congresso ha valutato che la lotta del Pkk ha smantellato le politiche di negazione e
    di annientamento imposte al nostro popolo portando la questione kurda a un punto in cui
    può essere risolta attraverso la politica democratica. – annuncia il lungo e articolato
    comunicato del 12 maggio – Su queste basi ha deliberato di sciogliere la struttura
    organizzativa del Pkk e di porre fine alla lotta armata, affidando la gestione e la guida del
    processo di attuazione al leader Apo. Tutte le attività condotte sotto il nome del Pkk sono
    pertanto concluse”.
    Molti media hanno scritto che il Pkk si è sciolto e ha deposto le armi. Non è così.
    “L’attuazione di queste decisioni richiede che il leader Apo (Abdullah Ocalan) guidi il

processo […] e che vengano stabilite solide e complete garanzie legali. In questa fase è
essenziale che la Grande Assemblea Nazionale della Turchia svolga il suo ruolo con
responsabilità storica” precisa il comunicato.
La reazione del governo turco e delle altre forze politiche
Il governo turco sembra non comprendere, o meglio non vuole comprendere, le
dichiarazioni del Pkk. Si è infatti affrettato a precisare che la decisione del Pkk è
unilaterale e non deriva da un accordo, impegnandosi peraltro “a purificare il Paese dal
terrorismo”. Il 16 maggio il presidente Erdogan dedicava questo “risultato storico” alle
madri dei soldati uccisi, scavando ulteriormente il solco fra turchi e kurdi che la decisione
del Pkk e l’appello di Ocalan vogliono colmare mettendo in primo piano la necessità della
riconciliazione tra i due popoli. Erdogan dimentica che il “risultato storico” dovrebbe porre
fine alla guerra contro l’eroico Rojava, da lui considerato una emanazione del Pkk.
Una risposta positiva arriva da Devlet Bahceli, leader del partito di estrema destra Mhp,
alleato con Akp nel governo Erdogan, al quale – paradossalmente – si deve l’avvio del
processo nell’ottobre 2024. Bahceli il 18 maggio ha proposto in parlamento la creazione di
una commissione composta da circa cento deputati, le cui decisioni saranno sottoposte al
voto parlamentare. Per il momento il nuovo manifesto del Pkk è sostenuto soltanto dal
partito filo-kurdo Dem a cui aderiscono i progressisti turchi.
Il XII Congresso riafferma il principio della democrazia diffusa nata dal pensiero di Ocalan
e attuato nell’Amministrazione autonoma del Rojava in Siria. “Per la costruzione della
democrazia – dice il comunicato del Pkk – è di vitale importanza che il nostro popolo,
guidato da donne e giovani, costruisca le proprie organizzazioni in tutti gli ambiti della vita,
si organizzi sulla base dell’autosufficienza attraverso la propria lingua, identità e cultura, si
autodifenda di fronte agli attacchi e costruisca una società democratica comunitaria con
spirito di mobilitazione”.
La condizione del paese
Il nuovo manifesto del Pkk arriva in una Turchia devastata dalla crisi economica e da una
dilagante corruzione, in una situazione in cui la magistratura è asservita al potere, le
carceri ospitano in condizioni durissime migliaia di persone sgradite al regime – tra questi i
due copresidenti del disciolto partito Hdp, Demitars e Yuksekdag, il magnate e filantropo
Kavala, il sindaco di Istanbul Imamoglu, tredici sindaci eletti in Kurdistan, la folk singer
Nudem Durak – e in cui non esiste libertà di stampa. Migliaia di oppositori sono costretti
all’esilio ed esistono prove di perduranti rapporti tra ambienti di governo e narcotraffico.
Secondo lo scrittore Hasan Bildirici, molto severo nella critica per la mancanza di una
risposta seria e consapevole alle proposte del Pkk, oggi soltanto il partito Dem e Ocalan
“rappresentano al meglio gli interessi della Turchia”. Il 17 maggio il Knk, Congresso
nazionale del Kurdistan, formato da partiti e associazioni di ogni parte del Kurdistan, ha
pubblicato una lettera aperta ai leader internazionali, ai partiti, agli attivisti invitandoli a
sostenere il processo di pace in Turchia. Il KnK chiede il sostegno alle richieste del Pkk –
liberazione di Ocalan, misure politiche e legali concrete di democratizzazione da parte
della Assemblea Nazionale, rimozione del Pkk dalle liste del terrorismo, pressioni
diplomatiche e sforzi di mediazione per garantire che la Turchia rispetti i principi
democratici, cessi le ostilità militari e si impegni in un processo di pace credibile,

impegnandosi attraverso canali diplomatici, parlamentari e con ogni alto strumento
disponibile.
Ci saranno risposte da parte della Comunità internazionale?
Fino ad ora non si riscontrano azioni concrete. Pace e democrazia sembrano troppe volte
parole vuote per i grandi leader dell’Occidente. A fronte della freddezza degli Usa nei
confronti della proposta di pace del Pkk, non si può non ricordare la visita a Riad di Donald
Trump del 14 maggio in cui il presidente americano strinse la mano al governatore della
Siria Al Sharaa. Ovvero a Al Jolani, tra i leader di Isis e di Al Quaeda, nel registro dei più
pericolosi terroristi del mondo, la cui milizia jihadista ha compiuto e compie crimini orribili
come il massacro degli Alawiti, stupri e rapimenti di donne non velate, omicidi dei Drusi.
Trump ha definito Al Sharaa “un tipo tosto” e ha stretto accordi di notevole portata
economica con la nuova Siria. L’incontro tra Trump e Al Shraa era stato sollecitato e
propiziato dal presidente turco Erdogan.
Donna Vita Liberta’
Jin Jyian Azadi, è il grido che ha incendiato le città iraniane dopo la morte, il 14 settembre,
di Mahsa Amini, massacrata di botte dalla Polizia Morale a Tehran perché l’hijab le
lasciava scoperto un ciuffo di capelli. Era il 14 settembre del 2024. Dalla sua città di
origine, Saqqez, la rivolta contro il velo islamico si era per giorni e giorni estesa ad altre
città del Kurdistan e alla capitale, dilagando sui social. Jin Jyian Azadi – Donna Vita
Libertà – è il grido con cui le combattenti kurde del Rojava hanno sfidato e vinto le orde
del Califfato Nero e oggi resistono alle aggressioni dell’esercito turco e dei suoi alleati
jihadisti. Come il mitico fuoco di Nowruz, acceso di vetta in vetta per comunicare la vittoria
del fabbro Kawa sull’oppressore, 1 la rivoluzione delle donne si è propagata dai monti del
Tauro ai paesi tra cui il Kurdistan è diviso.
L’ideologo di questa rivoluzione è Abdullah Öcalan. Il pensiero di Öcalan ha restituito alle
donne quel ruolo di protagoniste in pace e in guerra che fa parte dell’identità culturale del
Kurdistan e che è stato negata da un secolo di colonizzazione. Con la nascita della
Turchia, un secolo fa, il popolo kurdo si trova ad essere una minoranza all’interno del
territorio in cui vive da millenni ed è vittima di un genocidio portato avanti con ogni mezzo
e con indescrivibili crudeltà. Fino al 1991 si negava l’esistenza dei kurdi, definiti turchi
delle montagne. Bastava dire una parola o cantare una strofa in kurdo e anche un
bambino poteva subire carcere e tortura. L’alienazione per i kurdi comincia dalla nascita,
basti pensare che tra le due lingue c’è un abisso: la lingua kurda è come la nostra
indoeuropea, il turco appartiene al gruppo uralo-altaico, parlato nelle steppe dell’Asia.
Dopo mezzo secolo di stragi, violenze, umiliazioni, torture, terrore di stato nel 1976 un
gruppo di giovani uomini e donne guidato da Öcalan fonda il Pkk, Partito del Lavoratori del
Kurdistan che, essendo impraticabile la via politica per arginare il genocidio, il 15 agosto
1984 inizia la lotta armata di resistenza.
1 La leggenda di Kawa il fabbro e del re Zohak costituisce il mito di fondazione del popolo kurdo,
ricollegandosi a una delle feste più antiche del mondo: quella del Nowruz, celebrata da tutti i Kurdi e dai
popoli iranici.Il Nowruz è una ricorrenza tradizionale che celebra il nuovo anno. Ricorre il 21 marzo, sebbene
in alcune specificità lo si festeggi il 20 o il 22 dello stesso mese, venendo di fatto a coincidere con l’equinozio
di primavera.

Il Pkk – movimento terroristico per Turchia e Stati Uniti e Nato e per parti della Ue – è un
movimento legittimo secondo il diritto internazionale, che combatte sul proprio territorio per
il diritto di esistere e l’autodeterminazione di un popolo che la etnia dominante ha
condannato a morte, e che a differenza della Turchia rispetta le regole internazionali in
materia di conflitti armati. Il Pkk fin dal 1993 ha più volte indetto tregue unilaterali per
favorire negoziati per la soluzione politica della questione kurda, speranze di pace e
giustizia affossate dall’attuale presidente turco Erdogan nel 2015. Fin dalle sue origini il
partito e il suo braccio armato, Argk esercito di liberazione del popolo kurdo, contavano su
una forte presenza femminile.
La rivoluzione delle donne
All’inizio degli anni Novanta avevo incontrato, nell’Accademia Maslum Khormaz, il quartier
generale di Apo, situato nella valle della Bekaa, alcune donne dell’Argk Una di loro, Zaleh,
mi disse: “Il regime turco impone il proprio dominio sugli uomini perchè lo trasmettano alle
donne. Per continuare la colonizzazione, puntano sulla divisione all’interno della famiglia. I
colonialisti hanno reso i kurdi diversi, alienati dalle loro tradizioni. Nella cultura kurda, in
passato, la donna ha sempre avuto un ruolo importante, ma la colonizzazione ha voluto
renderla schiava, fino a farla diventare una manovale della casa. Mentre nella cultura
kurda il ruolo sociale, oltre che familiare, della donna era in primo piano, nel Kurdistan
colonizzato la donna non può partecipare alla vita sociale, quindi non è più compiutamente
umana. Dopo il 1975, con la lotta di liberazione, inizia il cambiamento. La donna kurda
ricomincia a diventare quella che era e diviene protagonista anche nella lotta. Nella storia
kurda antica e recente ci sono molti esempi di donne-leader che hanno combattuto perla
libertà. Quando la donna kurda crede in qualcosa, vi rimane fedele, a qualunque costo. “
E proprio agli albori della storia e della cultura kurda, alla memoria vivente del suo popolo,
che Öcalan si richiama per teorizzare la “rivoluzione delle donne” che è fondamentale
nella sua elaborazione del sistema politico-sociale egualitario chiamato confederalismo
democratico. Egli ricorda che proprio nella Mesopotamia, antica terra di insediamento del
popolo kurdo, “ebbe inizio la rivoluzione neolitica, quando i cacciatori-raccoglitori decisero
di insediarsi stabilmente e di coltivare i campi […] La lingua e la cultura kurde riflettono
l’influenza della rivoluzione neolitica, che si crede fosse iniziata tra i monti Zagros e Tauro.
Il kurdo appartiene al gruppo linguistico indo-germanico” (detto di solito gruppo iranico
nord-occidentale, ndr)
Scrive ancora Ocalan: “Sia nelle società agricole del Neolitico che nelle strutture sociali
kurde la donna occupava una posizione di preminenza . Fu lo Zoroastrismo che tra il 700
e il 550 a. C. cambiò in maniera definitiva il pensiero kurdo. Lo Zoroastrismo promosse
uno stile di vita caratterizzato dal lavoro nei campi, dove uomo e donna erano allo stesso
livello. L’amore per gli animali occupava una posizione importante e la libertà era
considerata un grande bene morale.”
“Guardando più da vicino la famiglia dall’interno dell’organizzazione tribale – scrive Ocalan
in Liberare la vita – la rivoluzionedelle donne (2013) 2 – vediamo la preminenza del
matriarcato e della libertà. Le donne erano sufficientemente influenti e libere. La vigilanza,
la forza e il coraggio delle donne kurde di oggi origina da questa antica e storica
2 Abdullah Ocalan Liberare la vita – la rivoluzionedelle donne, Tabor edizioni, Valsusa, 2019

tradizione.” Nelle medesime strutture storiche Ocalan trova un collegamento con i princìpi
del confederalismo democratico, in quanto preludono ad un’organizzazione della società
non gerarchica e non accentratrice. 3
Alcuni storici considerano la forzata islamizzazione come il primo genocidio nella storia
kurda, per il numero elevatissimo di vittime tra i fedeli di Ahura Mazda. Ma ancor più
catastrofiche, se possibile, sono state le conseguenze culturali di quel genocidio. Alla
religione di Zardasht (Zoroastro o Zarathustra) filosofica, tollerante, rispettosa anche del
mondo vegetale e animale, si sostituì una religione assolutista, che considerava la donna
una proprietà maschile. Tuttavia, nella società kurda la donna anche dopo
l’islamizzazione ha mantenuto un ruolo importante. Nella storia kurda, vi sono state donne
a capo di clan e di principati, in pace e in guerra; si ricordano donne esperte nell’arte
medica e nella letteratura, influenti in politica.
La rosa imperiale
Nei canti del ricchissimo folklore kurdo come nei poemi letterari le donne vivono e
amano da protagoniste, siano esse aristocratiche o popolane.
Tutti i viaggiatori occidentali che, nei secoli scorsi visitavano quelle terre e ne scrivevano,
ci hanno lasciato resoconti stupiti per la “libertà” delle donne kurde che, a differenza di
quelle dei popoli vicini, non si coprono il volto, vestono abiti dai colori smaglianti, adatti a
far risaltare la loro figura, danzano e fanno musica insieme agli uomini nelle feste
popolari, partecipano alle gare di abilità a cavallo.
Il divieto islamico di fare musica fuori dal contesto religioso non ebbe alcun ascolto da
parte kurda. Poesia, musica, danza sono connaturate con il popolo kurdo, tanto che
l’etnologo Oleg Viltchevsky parla di “ipertrofia del folklore”. E una delle forme più note di
poesia popolare, il Laùk. era composto e cantato esclusivamente dalle donne.
Come nota Ocalan, nel ruolo sociale e familiare della donna kurda affiorano tracce di
matriarcato, memorie di una civiltà remota eppure tenace, tanto da aver resistito
all’offensiva antifemminile del Corano. Cori e danze fanno parte della durissima vita dei
combattenti del Pkk; alcuni anni fa in un campo di addestramento al confine turco-iracheno
uno dei guerriglieri mi fece notare che, nelle marce, ogni qual volta sia possibile, c’è per
ogni otto combattenti, uno che porta il tamburo o il saz.
Nasce dunque dalla memoria vivente di un popolo – a cui, diventato “colonia
internazionale” secondo l’espressione del sociologo turco Ismail Besikci, da un secolo è
negata l’uso della propria lingua ed è oggetto di persecuzioni e massacri al limite del
genocidio – la proposta di un’altra società possibile. Una proposta splendente, insolita e
fragile, come lo strano fiore chiamato rosa imperiale che per i kurdi è il simbolo dei martiri
senza nome.
Sul processo di pace, finora nessuna risposta
Helin Umit, autorevole membro di Comitato centrale del Pkk, in una intervista alla
televisione kurda Medya Haber Tv il 10 giugno scorso ha dichiarato: “Lo stato turco non ha
ancor adottato misure significative in risposta. Se il leader Apo rimane imprigionato a
Imrali, come sarà possibile procedere?” L’intervistata ha tra l’altro sottolineato che gli
3 Abdullah Ocalan Confederalismo democratico, Tabor edizioni, Valsusa, 2019

appelli unilaterali affinchè il Pkk deponga le armi senza garanzie politiche equivarrebbe a
esigerne la resa: “Imporre di disarmare, arrendersi, andare in prigione senza dibattito e
senza stabilire condizioni implica una colpevolezza. Ma noi non siamo colpevoli. Siamo
membri di un movimento che ha condotto una delle lotte più giuste della storia “

  • Laura Schrader, giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri sulla storia e la
    condizione del popolo kurdo. E’ co-fondatrice dell’Istituto Internazionale di Cultura kurda di
    Roma e fa parte del comitato “Time has come – Freedom for Öcalan”. E’ presidente
    onoraria di Udik-Unione Donne Italiane e Kurde.

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