Aggiornamento a cura di Fonti di Pace
Da Firat Ak: aggiornamento del 10 gennaio 2026: ad Aleppo l’assedio si intensifica.

Un’offensiva senza precedenti è stata lanciata contro i quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud, Ashrafiyeh e Beni Zed ad Aleppo. L’attacco è portato avanti da milizie legate al governo di transizione di Damasco e alla Turchia, tra cui figurano le Brigate Al-Amshat, la Brigata Sultan Murad, la Brigata Hamza e il movimento Nur al-Din al-Zenki.
Per la popolazione civile, questa non è la prima aggressione. Il nuovo assalto viola sia lo spirito dell’accordo del 1° aprile 2025, sia la tregua che aveva seguito il ritiro delle principali forze delle SDF dalla zona. Da allora, la sicurezza dei quartieri era affidata a sole unità di polizia locale.
L’attuale escalation è iniziata il 6 gennaio 2026. Già il giorno seguente, il 7 gennaio, il conflitto si è esteso al governatorato di Deir ez-Zor, dove le SDF hanno respinto diversi assalti e il villaggio di Deir Hafir è stato bombardato. Secondo fonti delle SDF, i bombardamenti nell’area proseguono senza sosta.
L’offensiva segue l’accordo mediato dagli Stati Uniti tra Damasco e Israele, che sembra aver concesso maggiore libertà d’azione al governo di transizione siriano, e contraddice palesemente l’ultimo round di negoziati tenutosi tra le parti il 4 gennaio 2026.
Situazione attuale (10 gennaio):
I combattimenti hanno assunto dimensioni drammatiche. Le milizie filo-governative hanno rafforzato il loro schieramento con oltre ventimila uomini, centinaia di mezzi blindati, droni armati turchi e droni kamikaze. A fronteggiare questo spiegamento di forze ci sono civili e poche centinaia di forze locali composto dai curdi e assiri.
Ogni giorno il numero dei civili morti e feriti aumenta. Finora, nessun paese nella regione e nessuna istituzione internazionale è intervenuto in modo fermo per far cessare il conflitto.
Parallelamente, dopo aver ripreso i bombardamenti intorno alla strategica diga di Tishrin, oggi verso le 18:00 ora locale, droni armati turchi hanno colpito le postazioni delle SDF nella regione di Tabqa. Questo attacco viola il cessate il fuoco stabilito dall’accordo del 10 marzo 2025, firmato dal generale delle SDF Mazloum Abdi e dal capo del governo di transizione di Damasco, Al-Sharaa ( noto anche con il nome di guerra, comandante di HTS, gruppo affilato ad Al-Qaeda, Abu Mohammed Al-Jolani).
La scena richiama un tragico precedente: l’assedio di Kobane nell’autunno 2014, quando un pugno di combattenti curdi resistette a migliaia di miliziani dell’ISIS. Allora, come oggi, tra i comandanti dell’assedio figurava Al-Sharaa, e il supporto della Turchia, sebbene presente, era meno esplicito.
Il dato più sconcertante, tuttavia, riguarda la comunità internazionale. Le stesse nazioni che hanno subito attacchi terroristici e si sono proclamate baluardi della lotta anti-estremista, anti integralisti, oggi,mentre i curdi resistono a nuovi assalti di milizie radicali, intessono relazioni con i capi di quelle stesse fazioni. Il rappresentante speciale degli USA, Tom Barrack, ha incontrato Al-Sharaa, complimentandosi con lui e affermando: “Tutto è per una Siria sovrana e unita”. Inoltre, oggi, in quella che è stata la prima visita ufficiale dal 2011 a Damasco, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il Presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, hanno promesso un sostegno economico di 722 milioni al governo di transizione di Damasco.
La risposta delle comunità assediate
Di fronte all’accerchiamento militare e al silenzio diplomatico, la società civile locale ha alzato la voce. L’Assemblea Civile dei quartieri ha dichiarato che la popolazione non abbandonerà le proprie case e, se necessario, morirà al fianco delle forze locali che resistono agli attacchi.
Le forze di difesa locali, dal canto loro, hanno rilasciato un comunicato in cui sottolineano che la loro resistenza sarà eroica, come già avvenuto in passato contro ogni forma di aggressione e barbarie.
Nel frattempo, l’Assemblea Civile della Siria Democratica ha lanciato un appello urgente, chiedendo mobilitazione e sostegno contro quella che definisce l’aggressione barbarica delle forze filo-governative. L’appello esorta le istituzioni democratiche internazionali a fermare l’assedio, salvare i civili e i feriti intrappolati nell’ospedale “Khalid al-Fajir”, sottoposto a bombardamenti continui.
A corroborare queste drammatiche testimonianze, video e immagini che circolano in rete mostrano in modo esplicito quelli che vengono denunciati come crimini di guerra contro la popolazione civile.
La situazione sul campo rivela una chiara strategia di accerchiamento e pressione militare totale, mentre a livello diplomatico si consolida un allineamento che riscrive le alleanze regionali, lasciando la resistenza curda e le comunità locali in una posizione sempre più isolata e sotto una minaccia esistenziale.
UN PO DI STORIA
Il Kurdistan è una delle terre più ricche al mondo di petrolio e non solo, ricca di minerali, ed è uno dei motivi principale per cui gli Stati che hanno colonizzato il Kurdistan (Turchia, Siria, Iran e Irak) non vogliono cedere all’indipendenza del Kurdistan..
I curdi rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente dopo arabi, persiani e turchi. Il numero di curdi che vivono in Medio Oriente è stimato in quasi 30 milioni, ai quali si aggiungono i curdi che vivono in Europa. I curdi comprendono dal 18% al 20% della popolazione in Turchia, probabilmente fino al 25%;15-20% in Iraq; 10% in Iran; il 9% in Siria e l’1,3% in Armenia.
La popolazione curda all’inizio del XX secolo ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi in nessun’altra parte del mondo, soprattutto nel Kurdistan turco. Gli stati che attuarono queste politiche, principalmente la Siria e la Turchia, le hanno condotte con il fine di negare persino l’identità e l’esistenza stessa del popolo curdo; utilizzando tutti i mezzi a disposizione, televisione, radio, stampa, esercito, polizia e istituzioni scolastiche, per attuarla.
Negli anni ’60 si verificarono molte manifestazioni razziali in Siria; infatti nelle zone curde vennero allontanati gli insegnanti d’origine curda dalle scuole e sostituiti con altri d’origine araba. Il governo siriano iniziò una deportazione della popolazione curda dai territori d’origine verso le zone centrali e sud-occidentali del paese, modificando i nomi delle località e dei paesi con nomi arabi. Una legge emanata nel 1963, toglieva la cittadinanza siriana a circa 100.000 curdi.
Negli anni ’70, migliaia di curdi siriani vennero arrestati e torturati per essere stati trovati in possesso di opere scritte in lingua curda, o per essere accusati di far parte di organizzazioni clandestine curde. In seguito la repressione è diminuita, e nei primi anni ’90 le genti curde hanno potuto festeggiare il Newroz, il 21 marzo, capodanno e festa nazionale curda.
Dopo aver subito per anni una dura repressione da parte dei governi arabi in Siria, i curdi siriani hanni dato vita ha uno stato autonomo nel 2012, dove nel corso della guerra civile siriana, le forze governative siriane si ritirarono da tre aree abitate dai curdi rilasciando il controllo militare alle milizie curde (YPG). S’istituì il Comitato Supremo curdo (Dbk) con il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e il Consiglio Nazionale Curdo (KNC) come organo di governo del Kurdistan siriano nel luglio 2012.
“La libertà non è selettiva.
O vale per tutti, o non è libertà”. Di Firat Ak
In Italia (e non solo) si invoca la libertà di espressione, di manifestazione e di democrazia.
Tuttavia, quando altri popoli rivendicano il diritto di scegliere il proprio futuro, il discorso cambia. In nome di un presunto interessi, si giustificano regimi autoritari, repressioni violente e negazioni sistematiche dei diritti umani.
È una contraddizione evidente.
Difendere la sovranità dei popoli non significa difendere il potere dei regimi.
Sovranità non è bombardare città, incarcerare oppositori o uccidere il dissenso. Sovranità non è annettere territori e legittimare il dominio attraverso accordi tra élite e potenze egemoni.
La storia è chiara.
Il colonialismo occidentale è stato messo in discussione grazie a lotte popolari e movimenti di liberazione. Al contrario, molti regimi oggi difesi in chiave anti-occidentale hanno esercitato a loro volta pratiche di dominio, occupazione e repressione, mascherandole dietro la retorica della “sicurezza” e della “sovranità nazionale”.
Con la fine della Guerra Fredda, l’ordine bipolare è crollato, ma non il desiderio di egemonia.
Le strategie di potere si sono trasformate dalla guerra indiretta a quella aperta, dalla pressione diplomatica alla violenza armata. Le cronache quotidiane ne sono la prova.
Infine;
In molti paesi, soprattutto in Medioriente, dissentire significa rischiare la vita. Regimi autocratici e teocratici puniscono chi non si conforma, chi non crede, chi non obbedisce.
È contro questo sistema che le popolazioni si ribellano. Non per influenza esterna, ma per necessità vitale.
Delegittimare queste lotte parlando di “rivolte colorate” o “manipolazioni straniere” oramai è il gioco più semplice, ma significa negare la dignità di chi resiste. Significa osservare da lontano e pretendere di decidere per chi vive sotto repressione.
Per governi, in particolare per quelli autoritari la vita non è eterna.
Cadono… cadranno!
E quando cadono, la scelta dei popoli va rispettata.
Sempre.
Aiutateci a realizzare i nostri progetti a sostegno del popolo curdo.
FONTI DI PACE ODV, IBAN: IT45 N 01030 01656 00000 2624683
