di Farid Adly

17 gennaio 2026

Attività di svago. Cant soto un capannone. Foto Al-Najdah

Carissimi e carissime,

non è mia consueturine scrivervi a 4 giorni di distanza, ma due messaggi che mi sono arrivati oggi, mi hanno convinto di disturbarvi. 

Un messaggio sul raccolto e un altro contenente un racconto.

1) Cominciamo con il denaro raccolto. Per la segreteria amministrativa è tempo di bilanci. Mi hanno confermato che al 31 dicembre sono state raccolte e spedite all’associazione Al-Najdah, con 4 bonifici, 43.450 euro, per adozioni a distanza e pasti caldi.

Abbiamo iniziato la campagna il 3 marzo 2025. In meno di 10 mesi, il risultato è ottimo.

2) L’amica e compagna Mirca Garuti, del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, mi ha scritto stamattina per chiedermi di una dirigente di Al-Najdah, che aveva conosciuto a Gaza nel 2014, durante un viaggio di solidarietà organizzato dal Comitato: 

“non so se puoi aiutarmi….. stavo rileggendo i miei appunti su un viaggio fatto a Gaza nel 2014  e  ho notato il nome dell’associazione di cui faceva parte una Dottoressa che abbiamo incontrato nel campo profughi di Shati. All’epoca non lo potevo sapere, ma ora sì.

Si tratta della Dott. Nawal Solaiman El Dagma, membro del Fronte Democratico e dell’Ass.ne Al-Najdah. Lei si occupava dei bambini del campo e con lei siamo anche andati a presenziare un sit-in di donne in una piazza che manifestavano ogni martedì contro l’occupazione israeliana e a visitare il suo centro, un luogo adibito a doposcuola”. 

La mia risposta:“Certo che conosco l’Ingegnera Nawal. 

Ha avuto molti problemi di famiglia e con la polizia di Hamas, tra il 2019 e il 2020. Ha dovuto lasciare Gaza, per evitare l’arresto. Ha perso il marito e suo figlio allora minorenne è rimasto nella Striscia”. 

Poi mi sono messo a cercare notizie di Nawal sul web. Lei sta bene. Vive in europa e si occupa di accogliere bambini da Gaza. Organizza per loro, tra le altre cose, corsi di musica e di teatro.

Ho trovato anche un articolo scritto dalla stessa Mirca, un reportage-diario di viaggio risalente al 2014 (la citazione è lunga, ma vale la pena leggerla tutta, perché dà una fotografia della complessità della società palestinese e del ruolo difficile nel nascere donna): 

“Le donne corrono veloci a Gaza. Molte sono interamente coperte da un lungo abito, normalmente nero e dal niqab, un velo nero che copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi, una piccola fessura sul mondo! Altre indossano solamente la hijab, un grande  foulard che copre i capelli ed il collo, lasciando scoperto solo il volto. Pochissime totalmente senza veli. E’ severamente proibito, tra un uomo ed una donna, avere atteggiamenti d’affetto, come per esempio l’abbracciarsi, in pubblico. Sono le imposizioni difficili da accettare. Per la strada cerco di cogliere lo sguardo delle donne che hanno il viso scoperto, sorrido, cerco di trasmettere la mia solidarietà, la mia amicizia e, devo dire, che ho sempre trovato una risposta positiva. Un cenno del capo, un sorriso, una mano sul cuore. Non posso sapere quali sono i sentimenti di queste donne se, nonostante queste imposizioni, siano serene perché credono veramente in questa religione. Faccio fatica a crederlo, perché sono gli uomini a fare le leggi e lo fanno sempre e solo per un interesse personale e di potere. Abbiamo incontrato una donna molto particolare, membro del Fronte Democratico dell’associazione Al-Najda.  Si è presentata vestita all’occidentale con il capo ed il viso scoperto, con il vento nei capelli.Si occupa dei bambini del campo di Shati, che si trova nella zona più bassa della Striscia, vicinissimo al mare. Con un piccolo gruppo siamo andati con lei a presenziare un sit-in di donne in una piazza, dove ogni martedì s’incontrano per manifestare contro l’occupazione. Ci aspettavamo di vedere gruppi di donne con striscioni, bandiere, invece, niente di tutto questo. La loro lotta consiste nello stare semplicemente sedute su delle panchine in due o tre in silenzio. Abbiamo visitato il campo, uno dei più poveri. Questo campo ha però una particolarità: il mare. Hamas ha quindi deciso che questa zona deve cambiare, deve diventare una zona turistica con grandi alberghi. Gli abitanti di Shati devono andare via,  più all’interno, in altre zone, ancora non si sa né dove e né come. Infine, abbiamo visitato il suo centro, un luogo adibito a doposcuola per bambini ed adolescenti che si trova vicino al Comando Generaledi Hamas e ad una moschea. Questo non le facilita il lavoro proprio per la sua scelta di laicità e libertà: viene considerata da Hamas come una prostituta e spesso le sputano addosso. Confessa che, a volte, vorrebbe chiudere con questo lavoro, che si sente frustrata e sconfortata, ma poi, riprende coraggio e continua la sua battaglia che consiste nel portare il più alto numero di bambini alla sua associazione, strappandoli così ad una educazione religiosa. Il suo aspetto orientale, tipo giapponese, l’aiuta un po’ a fuggire da tanti soprusi”.  (clicca!per leggere l’articolo).
Grazie Mirca, per lo spaccato che hai delineato della società palestinese e della lotta delle donne di Al-Najdah, contro il fondamentalismo e contro il maschilismo patriarcale. 

Il nostro impegno è dalla parte giusta, sia nello scontro contro l’occupazione, sia nella lotta nel campo sociale palestinese. Sono due aspetti intimamente legati, per una prospettiva di liberazione. 

Cordiali saluti.

Farid Adly

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