di Lucia Goracci (un racconto da Gaza di 12 anni fa. Dal suo account social)

“Anche la mia doccia, al mattino, dipende dalla presenza o assenza di elettricità in casa”. Me lo dice una giovane giornalista che conosco da tempo, a Gaza. Mentre lo racconta, osservo il suo raffinato tailleur nero, squadro il make up perfetto – quanta cura deve averci impiegato – e penso a come sono combinata: capelli arruffati, stivali in cuoio neri sfondati. Camicia tipo premaman, in verità solo slabbrata. Il diritto a farsi bella per quelle come me, è così scontato da diventare il lusso della sciatteria.
A Gaza no. A Gaza anche un rossetto è battaglia di dignità. “Perché – mi sta ancora dicendo la mia amica giornalista – mi dicono che devo avere pazienza, ma sono sette anni e mezzo che ne ho”. Sette anni e mezzo. La giornalista con tailleur nero e chignon vezzoso ha contato anche il mezzo anno, di questa vita così. “E all’ultimo che mi ha detto di avere pazienza ho risposto: certo, ma ora fammi andare, che tra mezz’ora a casa mia l’ascensore smette di funzionare. E sto al settimo piano”.
Quello che sta tentando di dirmi, mentre il caldo le allenta leggermente la patina profumata del fondotinta sul volto, è che a Gaza hai voglia a cercare di essere diversa. A metterti il tuo tailleur nero comprato l’ultima volta che sei andata all’estero – quando è stato? A scendere in strada e cercare di evitare il fango. Tanto il puzzo delle acque reflue stagnanti, quello ti scova ovunque. A Gaza la femminilità è una sfida. E con questo Hamas c’entra poco.
Tornarci dopo tre anni è contrasto di sentimenti. E’ come da bambina, le vacanze da certi parenti lontani: all’inizio ti gettavano nello sconforto con la loro distanza inarrivabile, ma presto diventavano quotidiano, voglia di esserci sempre stata.
A Gaza una donna ha dato alla luce una bambina. Il marito ha fatto arrivare lo sperma dal carcere israeliano dove è detenuto, attraverso i tunnel del contrabbando. E’ un altro modo di protestare contro l’assedio. La vai a trovare e ti racconta che quando la bimba è nata lei era mezza svenuta, così è stato il marito il primo a udirne i vagiti, al telefono dal carcere. Te lo racconta con indosso il niqab, anche se è a letto sotto le coperte. La stanza immersa nel buio della corrente che non c’è. Racconta: e la sua storia non è la cosa più folle che ci succede, a Gaza.
