Il grande artista libanese Ahmad Kaabour, una delle voci più autorevoli che ha portato la Palestina nel cuore e nell’anima, è scomparso, oggi giovedì 26 marzo,dopo una lunga e illustre carriera artistica, improntata a dedizione, creatività e impegno. Kaabour non era semplicemente un cantante; era un poeta, un musicista e una voce sincera per la causa, incarnando il dolore e le speranze del popolo palestinese. Ha trasformato il canto in uno strumento di resistenza, preservando l’identità nazionale e ispirando generazioni.

Era nato a Beirut il9 luglio 1955. Figlio d’arte: suo padre era un eminente violinista Ha studato teatro all’Università di Beirut. Ha inciso 6 album in studio e organizzato centinaia di concerti in tutto il mondo arabo. Ha partecipato a opere teatrali, film e programi televisivi.

Il suo nome è diventato sinonimo di canzoni nazionali impegnate che descrivevano Gerusalemme, Gaza, la Cisgiordania e la Galilea nei loro testi e nelle loro melodie, facendo dell’arte un mezzo per esprimere libertà e giustizia e una fonte di ispirazione per le nuove generazioni. Tra le sue opere più significative figurano “Io vi chiamo… vi stringo le mani” (Ounadikom, una poesia di Tawfiq Zayyad) e “Mi chiamavano rifugiato”, entrate a far parte della coscienza palestinese, libanese ed araba, riflettendo la tragedia dei rifugiati e il loro diritto al ritorno, e immortalando lo spirito di fermezza e resistenza che caratterizza il nostro popolo. Per tutta la vita, Kaabour è rimasto fedele ai valori di libertà e giustizia, sostenendo il messaggio nazionale e umanitario della sua arte. Ha levato la voce in difesa della Palestina e della dignità del suo popolo, rivolgendo messaggi di arte impegnata a ogni persona libera nel mondo arabo e nel mondo intero.

La sua scomparsa, avvenuta oggi, nel difficile contesto della causa palestinese e libanese e dei rapidi sviluppi nella regione, rappresenta una grande perdita per la Palestina e il Libano, e per tutti coloro che credono che l’arte possa essere uno strumento di fermezza e cambiamento, nonché una fonte di forza per la consapevolezza e la resistenza.

Le sue opere non erano semplici canzoni, ma melodie che pulsavano di passione per la causa, un’arma culturale che unisce la determinazione, ci ricorda la nostra identità e riafferma il nostro impegno per i diritti che ci sono stati sottratti. La sua voce portava la voce dei palestinesi ovunque, rendendo l’inno nazionale un ponte tra passato e presente e un mezzo per ravvivare la memoria collettiva.

La sua eredità rimarrà viva nella coscienza delle generazioni future e la sua voce sarà presente in ogni appello alla libertà, a conferma che l’inno nazionale, così impegnato, perdura e che le parole “Mi chiamano rifugiato” e “Vi invoco… stringo le vostre mani” continueranno a risuonare nella coscienza del mondo, infondendo fermezza e ricordandoci che la Palestina è presente nel cuore, nella voce e nell’arte, e che la libertà non muore mai.

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