Un giornalista scomodo di Jenin ha subito la detenzione amministrativa per un anno, senza colpe e senza accuse e senza processo. Israele ha paura della verità.

Giovedì sera, le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato il giornalista e detenuto amministrativo Ali al-Samoudi (59 anni), originario di Jenin, dal carcere del deserto del Negev, dopo un anno di detenzione arbitraria.
L’associazione dei detenuti palestinesiha dichiarato in un comunicato stampa che al-Samoudi è uscito dal carcere con un aspetto drasticamente alterato a causa della grave perdita di peso, conseguenza delle sistematiche tattiche di privazione di cibo impiegate dal sistema carcerario israeliano contro migliaia di detenuti. A ciò si sono aggiunti le torture e i maltrattamenti subiti, la negazione dei suoi diritti più elementari e i ripetuti trasferimenti accompagnati da aggressioni.
L’associazione ha aggiunto che al-Samoudi, arrestato il 29 aprile dello scorso anno, è uno degli oltre 3.530 detenuti amministrativi e uno degli oltre 40 giornalisti, tra cui quattro donne, attualmente incarcerati dalle autorità di occupazione. Tutti loro subiscono una forma di abuso sistematico all’interno del sistema carcerario, che è diventato uno dei suoi principali luoghi di tortura e maltrattamenti a cielo aperto.
Inoltre l’associaziione ha sottolineato che l’occupazione non ha mai smesso di prendere di mira i giornalisti attraverso politiche di arresto sistematiche e in continua escalation, volte a soffocare la libertà di opinione e di espressione, trasformando i media in un’arena di repressione sistematica per mettere a tacere le loro voci. Ciò avviene parallelamente all’assassinio di oltre 260 giornalisti dall’inizio del genocidio, e a un’impennata senza precedenti di campagne di arresto rispetto ai periodi precedenti caratterizzati da rivolte e movimenti popolari.
L’associazione dei prigionieri ha ribadito la sua richiesta di rilascio immediato di tutti i giornalisti detenuti nelle carceri israeliane e di divulgazione della sorte dei giornalisti di Gaza detenuti e vittime di sparizioni forzate.
L’associazione ha inoltre esortato le Nazioni Unite e tutte le istituzioni internazionali ad assumersi le proprie responsabilità legali e umanitarie in merito ai crimini commessi dall’occupazione contro i detenuti, ad andare oltre le semplici dichiarazioni e i rapporti di avvertimento e a lavorare con impegno per porre fine all’inazione sistematica e alla complicità che consentono il protrarsi del genocidio e dell’aggressione su vasta scala.
