Pubblichiamo qui di seguito le corrispondenze di alessandro Mantovani, inviato di Il Fatto Quotidiano su una nave della Flotilla.
di Alessandro Mantovani

3 maggio 2026
“Botte e proiettili di gomma. Ma era resistenza passiva”
“I militari di Israele ci hanno picchiato e sequestrato nella notte del 29 aprile”
Dopo tre giorni i segni sul volto, per quanto abbronzato, sono ancora visibili. “Mi fa male la gamba, dove mi hanno colpito con i proiettili di gomma o quello che erano, qui e qui”, dice, toccandosi l’interno della coscia destra e poi sotto il ginocchio. “Mi fa male anche la la costola, però sono andato all’ospedale, ho fatto la radiografia e dicono che non è rotta”, racconta Julien Blondel, 47 anni, doppia cittadinanza, nato in Svizzera e residente in Nuova Zelanda, il Paese della madre.
“Faccio piccoli lavoretti, soprattutto nelle costruzioni. Politica? Mai fatta, la mia coscienza politica è nata in questi anni, con il genocidio dei palestinesi. Un’intervista? Non mi sento a mio agio”. Blondel è uno dei 181 volontari sequestrati nella notte del 29 aprile sulle barche della Flotilla che sono state abbordate dalla Marina israeliana a ovest di Creta.
È rimasto con la radiografia e poco altro in mano, non ha il telefono perché l’ha buttato a mare come da protocollo della Flotilla, i suoi bagagli sono rimasti sulla barca lasciata alla deriva dai Seals israeliani. Solo su una, Holy Blue, un gruppo di attivisti greci ha recuperato le borse. Blondel l’hanno pestato sulla “nave prigione”, hanno fatto il giro del mondo le sue foto con il volto tumefatto, scattate su uno dei pullman che ha portato i sequestrati a Heraklion, il capoluogo di Creta.
“Noi protestavamo – racconta – perché non volevamo essere separati dai nostri compagni, da Saif (Abukeshek, ndr) e dagli altri che erano stati messi nelle celle, volevamo che restassero con noi. C’era ancora Thiago (Avila, ndr) con noi, era lui che ripeteva le nostre rivendicazioni. A un certo punto hanno preso anche Thiago e ci siamo buttati a terra, abbiamo fatto resistenza passiva, ci rifiutavamo di muoverci e loro ci hanno spintonati, trascinati, colpiti. Ero a terra fin dal primo momento. Mi hanno preso a pugni in faccia, mi hanno tirato dei calci quando ero in ginocchio e mi hanno sparato due volte a bruciapelo”.
Non tutti hanno preso così tante botte, sono 34 quelli che dopo il rilascio – cioè la consegna dei prigionieri alla compiacente Marina greca – hanno avuto bisogno dell’ospedale, a Sitia. Ci sono nasi e costole rotte, traumi cranici, occhi pesti come quelli di Blondel. “Li ho trattati da vigliacchi – racconta lui – perché sono vigliacchi, sono delle maschere con il volto coperto, si vedeva benissimo che erano contenti di fare violenza. A un certo punto ho pure pensato che era diventato un fatto personale, cioè avevo voglia di far qualcosa contro queste maschere, armature con il vuoto dentro”.
Dopo questa esperienza Blondel, con tutti gli altri meno Abukeshek e Avila poi deportati in Israele, il primo maggio è finito sulla nave greca che li ha sbarcati al porto di Atherinolakkos, in mezzo al nulla quasi all’estremità orientale di Creta. Da lì sul pullman scortato dalla polizia greca fino all’aeroporto di Heraklion. Ma l’aereo non l’ha preso. “Sono andato con gli altri nello squat (Evangelios Squat, ad Heraklion: erano più di 50 lì, ndr) e oggi siamo qui a Ierapetra”, dove le barche scampate alle intercettazioni, 31, hanno buttato l’ancora in attesa di ripartire in sicurezza. Blondel è tra quelli che vogliono imbarcarsi di nuovo, non è nemmeno detto che ci sia posto per tutti. “Sì, la mia intenzione è ripartire”. Non ha paura di farsi ancora piu male? “Non lo so, vedremo”.
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4 maggio 2026
Thiago e Saif: più carcere senza accuse. Flotilla, tappa in Turchia
In catene. I due arrestati in tribunale in Israele. Il governo Netanyahu: “Nessuna tortura, ma costretti a usare la forza”
Inviato sulla Flotilla. Dobbiamo ripartire, con gli abbordaggi abbiamo subito un colpo ma non ci possiamo fermare”, ripetono gli attivisti della Flotilla. “Siamo con voi, vi seguiamo”, promette una ragazza greca con la kefiah, venuta a sostenerli sulla piazza accanto al porto di Ierapetra, costa sudorientale di Creta. Lì davanti, alla fonda, spazzata ieri mattina da un vento gelido da nord che strappa le ancore, ci sono le barche non abbordate, 31: gran parte dei volontari sono rimasti a bordo, l’attesa sarà lunga ed è già pesante.
“Siamo ancora qui ed è una sconfitta dell’Iof (le Forze di occupazione israeliane, ndr), sono arrivate fino a qui senza fermare la Flotilla”, diceva ieri mattina al microfono il 32enne Muri, egiziano-tedesco, durante la manifestazione che ha riunito qualche centinaio di persone sul lungomare della cittadina cretese. Sugli striscioni “Free Palestine” e “Stop al genocidio” in greco e in inglese, un corteo tra i negozietti e i bar del lungomare, cartelli e preoccupazione per “Thiago (Avila, ndr) e Saif” (Abukeshek, ndr), i leader flotilleri deportati in Israele dopo la spregiudicata intercettazione della missione a ovest di Creta. “Dobbiamo andare avanti anche per loro”, ripetono dagli equipaggi di mare e di terra.
Abukeskek e Avila sono apparsi ieri nelle immagine dell’udienza che ha prolungato la detenzione per altri due giorni. CVon le divise da carcerati, le catene ai piedi, Avila anche ammanettato dietro la schiena, entrambi con i lividi sul viso ma in condizioni all’apparenza non terribili. L’accusa aveva chiesto quattro giorni, ne ha avuti due per formalizzare le accuse ma il termine può essere prolungato. Secondo le avvocate Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma di Adalah, associazione che assiste i palestinesi e ora anche i due leader della Flotilla, il procuratore ha indicato i “presunti reati” di “assistenza al nemico in tempo di guerra, contatti con un agente straniero, appartenenza e fornitura di servizi a un’organizzazione terroristica e trasferimento di beni per conto di un’organizzazione terroristica”. Le legali contestano la sussistenza della giurisdizione israeliana, gli “arresti” in acque internazionali e tutto il resto.
Il ministero degli Esteri israeliano ha risposto alle accuse di violenze e torture sui prigionieri: “Contrariamente alle false e infondate affermazioni preparate in anticipo, Saif Abukeshek e Thiago Avila non sono mai stati torturati. A seguito di un violento scontro fisico contro i membri dell’equipaggio israeliano, quest’ultimo è stato costretto a intervenire”, scrivono. “Durante il trasferimento dei passeggeri alle forze greche, alcuni passeggeri si sono rifiutati e hanno iniziato a protestare violentemente – sostiene il ministero -. Per sedare la violenza e completare il trasferimento, un’unità di polizia a bordo di una nave delle Idf è stata costretta a usare la forza”.
La “violenza” era resistenza passiva, chissà cos’altro potevano fare contro militari armati di tutto punto e mascherati.
La piazza sul mare di Ierapetra è diventata la base logistica della Flotilla, con l’arrivo di rinforzi per l’equipaggio di terra e di almeno una ventina dei 181 volontari sequestrati dopo gli abbordaggi. Gli altri sono partiti, alcuni sono ancora all’Evangelios Squat di Heraklion, il capoluogo di Creta: quelli giunti a Ierapetra, senza telefoni e per lo più senza bagagli, vogliono imbarcarsi di nuovo. Se c’è posto. Le barche abbordate, danneggiate e lasciate alla deriva dagli israeliani non sono recuperabili: qualcuna è affondata e altre con questo vento saranno già in Libia. Torneranno cariche di migranti, magari.
La Flotilla ripartirà, non prima di domani, e andrà in Turchia. Alcune barche si uniranno dalla Grecia, altre dalla Turchia dove peraltro sono già andati numerosi turchi e malesi che erano fra i 181 rapiti in alto mare dagli israeliani. Qualcuno vorrebbe andare giu dritto per sud est, fino a Gaza. Ma senza turchi e malesi la Flotilla non esisterebbe. I tempi si allungano, la valutazione dei rischi sarà aggiornata strada facendo. Con un occhio alle trattative con l’Iran.
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4 maggio 2026
Flotilla | Intervista a Gianfranco, che era sulla barca di Thiago e Saif: “La nave degli israeliani? Organizzata come un lager. Mi hanno costretto a pilotare la barca col fucile puntato addosso”
di Alessandro Mantovani
Alessandro Mantovani
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Intervista all’ufficiale di marina mercantile, cagliaritano, che si trovava sulla Eros 1 con i due attivisti poi deportati da Israele: “Ci hanno affiancato con due gommoni e hanno spianato le armi con fari e laser. A bordo della porta-anfibi ci hanno preso a botte perché chiedevamo di liberare i nostri compagni. Ripartire? La volontà ora è aumentata: per Gaza e per la liberazione di Avila e Abukeshek”
L’abbordaggio a Ovest di Creta, la detenzione sulla nave militare israeliana e le violenze dei militari. Gianfranco, 51 anni, cagliaritano, ufficiale della marina mercantile, era imbarcato su Eros 1, una barca a motore, forse la più veloce della Global Sumud Flotilla. Li di trovavano Saif Abukeshek e Thiago Ávila, i due attivisti dello steering committee della Flotilla che sono stati poi deportati in Israele mentre gli altri, circa 180, sono stati consegnati dopo due giorni alla guardia costiera greca.
Quando avete preso le botte, Gianfranco?
Dopo che siamo stati intercettati dalla Marina israeliana e ci hanno trasbordato con i gommoni nella nave da guerra. Ci hanno trattenuto. Ci hanno sequestrato per quasi due giorni prima di essere trasbordati ulteriormente nei battelli greci in acque territoriali greche ci hanno prelevato con la forza dalle celle, dal lager a cielo aperto sulla coperta di questa nave che era una porta-anfibi. E quindi ci hanno prelevato con la forza nel momento in cui ci tiravano fuori dallo spiazzo che era stato organizzato per trattenerci nel tunnel che ci avrebbe poi portato fuori per il trasbordo lì lontano dalla vista degli altri compagni e compagne ci hanno “dato il saluto” ecco.
Però il momento peggiore sulla nave è stato quando vi siete accorti che non avrebbero rilasciato tutti che Thiago Avila e Saif Abukeshek sarebbero rimasti sulla nave.
Sì infatti all’inizio la motivazione per cui hanno usato la forza, picchiandoci perché stavamo protestando richiedendo la libertà dei nostri compagni che erano stati portati via, spariti davanti ai nostri occhi. Chiedevamo la loro liberazione e quindi poche ore dopo è avvenuto il nostro trasbordo ma in quel frangente hanno usato violenza per quasi rispondere al nostro grido di libertà dei nostri compagni.
Gianfranco ha solo quello che indossa in questo momento, perché non gli hanno restituito nulla. Loro sono stati poi portati a Heraklion dalle autorità greche dall’altra parte dell’isola, la capitale di Creta. Però adesso Gianfranco è tornato qui a Ierapetra perché a Ierapetra ci sono dietro di me le barche della Global Sumud Flotilla che sono qui alla fonda davanti alla città di Ierapetra perché dovrebbero ripartire nel giro di un paio di giorni. Tu sei deciso ad imbarcarti di nuovo.
Sì, la volontà di tutti è di ripartire. Ci stiamo organizzando, stiamo cercando di capire come possiamo fare dobbiamo contarci, dobbiamo contare le barche nel senso anche i comandanti, l’equipaggio che si vuole formare. La volontà c’è. C’è per tutti perché anzi ciò che è successo l’ha aumentata ancora di più perché adesso non stiamo solamente riprendendo il mare per quello che era la missione principale, la liberazione di Gaza, per la fine dello stato di internamento nel quale la popolazione si trova da decenni. Ma anche perché si sta chiedendo a questo punto la libertà dei compagni che son stati prelevati con la forza attraverso un atto di pirateria. In particolar modo Saif che ha doppio passaporto ma è palestinese quindi è ulteriormente a rischio. E quindi prenderemo di nuovo il mare siamo decisi ad arrivare fino alla fine. Non ci facciamo intimorire e anzi abbiamo in certo senso abbiamo anche preso anche più coraggio.
Thiago e Saif. Tu eri sulla stessa barca che era Eros 1 Era perché credo che sia affondata nel frattempo se non è affondata è arrivata in Libia ci arriverà perché gli israeliani l’hanno lasciata alla deriva. E tu sei un marittimo. Ci racconti come è andato l’abbordaggio?
La mia barca non trasportava dall’inizio Thiago e Saif e siamo andati a prenderli dalla madre ammiraglia della nostra flotta. Poche ore dopo c’è stato l’abbordaggio. La mia barca è stata abbordata e forse non a caso è avvenuto con la modalità che si conosce: di notte, attraverso l’azione di due gommoni che ci hanno affiancato e intimato di fermarci attraverso la minaccia di fucili puntati contro, illuminati dalle luci bianche dei fucili e dei laser ci hanno intimato di fermarci, di portarci verso la prua dell’imbarcazione dove ci siamo raccolti. Nel frattempo dalla poppa si sono affiancati con uno dei gommoni dove sono scesi mentre uno ci teneva sotto mira dall’altro gommone sono sbarcati i militari. E a quel punto ci hanno chiesto chi era il comandante. E non ci sono comandanti nella nostra barca. Questo è quello che dobbiamo dire per evitare che ci siano dei problemi, ripercussioni nei confronti del comandante, e siccome dovevano portarci in questa nave da guerra che ancora noi al momento ignoravamo hanno chiesto se ci poteva essere un volontario che potesse pilotare la barca. È Thiago che ha parlato direttamente con loro. Thiago ha parlato come organizzatore dell’equipaggio, quindi non come marittimo tanto meno come comandante. Ha detto cercate se qualcuno è disponibile come volontario per portare la barca si offrirà lui come volontario, così hanno fatto hanno chiesto chi potesse portare la barca. Quindi mi sono alzato io e ho preso il comando della barca. Sempre con la minaccia del fucile puntato addosso e ho portato la barca a destinazione, su questa nave che dopo 20 minuti di navigazione abbiamo raggiunto.
