di Ahmed Abu Amsha
Una canzone da ascoltare, per meravigliarsi dello spirito combattivo e determinato dei gazzawi a vivere, non sopravvivere. La ricostruiremo Gaza! https://www.instagram.com/ahmedmuin_abuamsha/?hl=it
Ahmed Muin Abu Amsha, musicista, compositore e docente di chitarra al Conservatorio nazionale «Edward Said» di Gaza, sfrutta una nota provocata dai droni israeliani che ronzano a tutte le ore nei cieli di Gaza.
In uno dei suoi più recenti post, sul suo profilo ufficiale di Instagram, improvvisa una canzone basata su una nota musicale ossessiva, udibile dal cielo. Ahmed Muin Abu Amsha, musicista, compositore e docente di chitarra al Conservatorio nazionale «Edward Said» di Gaza, sfrutta quella nota – provocata dai droni israeliani che ronzano a tutte le ore nei cieli di Gaza – come un
diapason. Come un simbolo della resistenza dell’arte, contrapposta all’orrore della guerra. In una terra dove il silenzio è spesso rotto solo dal fragore delle esplosioni, la voce di una chitarra, o un canto infantile, possono sembrare suoni anacronistici, quasi irreali. Eppure, proprio da questi suoni nasce la speranza. E Ahmed ha scelto di non arrendersi. Originario di Beit Hanoun, oggi sfollato a Khan Younis dopo un passaggio forzato anche da Rafah, ha dato vita a un progetto che è molto più di una semplice iniziativa musicale: si chiama «Gaza Birds Singing», e porta la vita dove resta solo maceria.
«Sentivo di dover fare qualcosa, anche se tutto è distrutto», racconta Ahmed. «Qualcosa stiamo facendo: il sorriso che si accende sulla faccia della gente davanti al suono di una chitarra è il mio, e il nostro presente risulta migliore». In un ambiente disumanizzato dal conflitto, questo gesto è tutt’altro che scontato: è un atto di straordinaria resistenza, una dichiarazione di esistenza. E quel sorriso, quella luce che si riaccende sul volto dei bambini che si stringono intorno agli strumenti, è
forse il più potente dei manifesti di pace.
Tutto ha avuto inizio quasi per caso, in uno dei campi profughi di Al-Mawasi, a Khan Younis. Ahmed era esausto, fisicamente e spiritualmente. Ma una sera un amico gli mise tra le mani una chitarra. «Mentre pizzicavo le corde, i bambini si radunarono intorno a me. Le loro voci si levarono in canto. Per un breve, magico momento, dimenticammo di essere in guerra», ricorda. «Gli occhi dei bambini brillavano di gioia e ogni giorno attendevano con impazienza il momento in cui avrei
suonato di nuovo». Da quel momento, da quella scintilla di umanità in un deserto di orrore, nacque
«Gaza Birds Singing».
Il progetto, oggi anche visibile sui social (con un profilo Instagram molto seguito), coinvolge docenti e strumentisti sfollati come Ahmed: con al centro strumenti musicali come oud, violino, flauto, derbuka, chitarra. E un canto che sgorga dall’anima. Tutti strumenti che tornano a parlare, che insegnano gentilezza, ascolto, coordinazione, e che soprattutto ridanno dignità. I numeri parlano chiaro: da pochi bambini intorno a un fuoco, «Gaza Birds Singing» è diventato un vero e proprio nucleo musicale di 250 studenti. Alcuni cantano in coro, altri studiano strumento, altri ancora semplicemente partecipano, restano, respirano. In mezzo alle tende, tra le baracche, in rifugi improvvisati o su quel che resta delle scuole.
Uno dei video più emblematici del gruppo mostra bambini e adolescenti che suonano «Bella ciao», tra le tende. Un canto nato nella Resistenza italiana, ma che ha saputo valicare i confini, diventando un inno di libertà. Il contesto è surreale: gli strumenti suonano mentre si ode continuamente quel ronzio dei droni israeliani sopra le loro teste. Ma la musica non si ferma. Ed è
proprio qui che l’arte mostra tutta la sua forza. La guerra ha devastato la Striscia di Gaza, ha distrutto case, scuole, ospedali. Ha cancellato giorni di infanzia. Ma non è riuscita a spegnere la voce di chi, come Ahmed, ha scelto di restare, di non smettere di insegnare. «Oggi stiamo costruendo qualcosa di ancora più grande: un vero e proprio centro educativo per la musica, un
luogo dove i bambini possano guarire, esprimersi e sognare oltre i suoni della guerra», spiega.
«Non è solo arte: è terapia. Porta felicità ai bambini e anche a me. In un mondo che cerca di zittirci, Gaza Birds Singing è la nostra voce. E continueremo a cantare». A colpire è la tenacia dei piccoli allievi, alcuni dei quali, dopo il ritorno al nord, hanno ricominciato a percorrere a piedi chilometri ogni giorno, da Beit Hanoun, Beit Lahia, Jabalia, per non perdere una lezione. «Quelle lezioni non erano solo un modo per imparare note e melodie: erano un modo per ritrovare la felicità in mezzo alle difficoltà, per reclamare un’infanzia rubata dalla guerra». Il lavoro di Ahmed Abu Amsha è oggi sostenuto anche da organizzazioni internazionali che ne riconoscono il valore educativo e terapeutico. Le sue testimonianze, rilanciate anche dalle Nazioni Unite, lo raccontano come un uomo capace di resistere senza odio, con uno strumento musicale tra le mani. E se il mondo sembra non ascoltare, almeno Gaza Birds Singing non smette di parlare. E di suonare. Ogni nota, un atto di coraggio. Ogni sorriso, una vittoria.
