
Pubblichiamo a diversi mesi dalla sua apparizione questo articolo dell’antropologo Marco Aime, per la sua riflessione profonda e puntuale sul tema umanità e sulle mobilitazioni per Gaza. Lo pubblichiamo anche per la grande mobilitazione con la GIORNATA NAZIONALE di digiuno per Gaza che abbiamo indetto per ieri 3 luglio 2026, il millesimo giorno di genocidio a Gaza e i presidi in tutta italia della Rete Palestina Anima Mundi.
di: Marco Aime (Da VolerelaLuna del 06-10-2025)
Lo ammetto, fino a qualche giorno fa mi ero convinto che dopo Gaza non avremmo più dovuto né potuto usare la parola “umanità”, in nessuna delle sue accezioni. Al di là del mero dato scientifico biologico, che ci assegna alla stessa specie, il genere umano (“il complesso di tutti gli uomini viventi sulla terra”, dice la Treccani), non avremmo più potuto affermare di appartenere a una stessa comunità “umana”. Non ne avremmo più avuto il diritto. Una comunità si fonda, innanzitutto dell’altro come nostro simile. Come qualcuno con cui si ha qualcosa da condividere e questo oggi non sta accadendo. Non siamo stati capaci di condividere questo senso di appartenenza e fino a poco fa non ne saremmo neppure più stati degni.
Lo stesso valeva per l’altra accezione: “Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini”. Umanità racchiude un insieme di valori che si contrappongono alla brutalità, all’egoismo, alla cattiveria, alla brutalità. Anche qui sembrava avessimo fallito. Fallito per menefreghismo, indifferenza, disattenzione, cose ancora peggiori della violenza esercitata dalle truppe israeliane.
Invece, qualcosa è accaduto. Mi sono tornati in mente i versi di Francesco De Gregori: “E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia) / quando si tratta di scegliere e di andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare”. Sì, nelle strade, nelle piazze abbiamo dimostrato che sappiamo cosa si deve fare e se chi governa finge che nulla sia accaduto, significa che la parola “democrazia” si sta svuotando dei suoi valori. Sì, perché non basta andare a votare ogni 4-5 anni per essere democratici, se non si ascoltano le istanze di decine di migliaia di donne e uomini che sono scesi a manifestare il loro sdegno non solo per il genocidio in corso, ma per l’indifferenza del governo, per non dire della sua complicità.
Democrazia non significa dittatura della maggioranza, perché un simile atteggiamento conduce a una forma di fondamentalismo democratico, che è tutt’altra cosa, vedi Trump e la sua accolita. Peraltro, di fronte a una così imponente mobilitazione spontanea, nata senza il supporto di partiti o sindacati, non può essere liquidata con la scusa di qualche episodio fuori dal coro. Lasciando perdere l’attribuzione della violenza alla sola sinistra, da parte di chi continua a negare le peggiori stragi che hanno colpito il nostro Paese, è meschino e dilettantesco tentare di sviare l’attenzione con trucchetti di bassa lega. Sì ci sono stati episodi deprecabili, ma non si ha il diritto di definire violenza qualche vetro rotto, dopo mesi di silenzio su migliaia di vite spezzate. No.
Un Governo sanamente democratico dovrebbe prendere atto che una buona fetta della popolazione, generazioni diverse, appartenenze diverse, ha voluto esprimere solidarietà alle vittime del genocidio in corso per mano del governo israeliano, ma anche lo sdegno per l’indifferenza manifestata dai vertici dello Stato, asservito a interessi politici ed economici.
Quelle piazze gremite hanno urlato che ci sono altri valori da difendere al di là delle alleanze di convenienza, che il dolore di quelle donne, uomini e bambini massacrati ogni giorno è e deve anche essere in nostro dolore. Che la parola “umanità” ha ancora un senso. Forse non ce l’ha per chi commenta con toni sprezzanti certe dichiarazioni considerate “buoniste”, non ce l’ha per chi irride chi vuole la pace. Non ci aspettavamo di meglio da loro, anche se in fondo lo avremmo sperato. Quello che conta è che da quelle piazze è partito un grido forte, che risuona in tutto il Paese. Continuiamo a urlarlo, che risuoni per altre piazze, in altre strade. Servirà. La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.
Marco Aime
Marco Aime insegna Antropologia culturale all’Università di Genova. Presso Einaudi ha pubblicato Eccessi di culture (Vele 2004), Il primo libro di antropologia (Pbe Mappe, 2008), Una bella differenza. Alla scoperta delle diversità nel mondo (ultima edizione Super ET, 2016, con Anna Cossetta), Il dono al tempo di Internet (2010), La fatica di diventare grandi (Super ET Opera Viva, 2014, con Gustavo Pietropolli Charmet), Contro il razzismo (2016, con Guido Barbujani, Clelia Bartoli e Federico Faloppa), Invecchiano solo gli altri (2017, con Luca Borzani), Il soffio degli antenati (2017) e Classificare, separare, escludere (2020). Per Einaudi ha inoltre curato M. Mauss, Saggio sul dono (Pbe 2002) e l’edizione italiana del Dizionario di antropologia e etnologia (Grandi Opere 2006 e Piccola Biblioteca Einaudi 2009).
