Un anno fa, il 5 lulgio 2025, ci lasciava (il corpo) di Emilio Molinari, che è stato, tra l’altro,  fondatore di Fonti di Pace. 

di Roberto Mapelli (Fonti di Pace ODV)

Nel 1977, Michel Foucault tenne a Parigi un corso intitolato  “introduzione ad una vita non fascista”, dove, partendo da un attento commento a “Anti Edipo” di Deleuze e Guattari, recuperava dai due filosofi un fondamentale monito su ciò che un vero rivoluzionario non doveva mai fare: innamorarsi del potere. Il rivoluzionario deve conquistare il potere, deve imparare a gestirlo, deve sporcarsi le mani con le sue contraddizioni, ma mai e poi mai deve innamorarsi del potere… e il verbo è decisivo: il potere esprime lo stesso fascino erotico e passionale dell’amore, solo che lo violenta nella sopraffazione della gerarchia e del comando. E il capitale aggiunge a tale condizione la benzina del denaro e della avidità, portando la volontà di potenza del desiderio di potere e del suo esercizio ai massimi livelli.

Dopo quasi 50 anni possiamo dire che la quasi totalità dei politici e di chi ha incarichi politici non solo è pienamente innamorato del potere, ma ne fa propaganda aperta nella più assoluta personalizzazione leaderistica, aliena ad ogni limite. E forse aveva ragione Foucault a vedere nel dilagare di questa malattia la condizione fondante della rinascita del fascismo, anche se in forme nuove. E forse aveva ragione a vedere nelle figure di movimento che allora, proveniendo dalla straordinaria stagione egualitaria del 1968-69, animavano nel movimento ribelle giovanile una speranza non solo per un futuro, ma una vera e propria disposizione umana per una vita appunto non fascista. Ma si sa che la dialettica gioca brutti scherzi: e gli stessi che gridavano alla liberazione come realizzazione piena e vera dell’uguaglianza, sono diventati, e anche molto velocemente quando il movimento è retrocesso, i nuovi protagonisti dell’innamoramento per il potere, e forse con una intensità (e ferocia) mai visti prima. Gramsci, molto acutamente, parlava in proposito di “rivoluzione passiva”.

Questo però non fu il destino di tutti. Non tutti i rivoluzionari del 68 sono diventati (di solito in posizioni molto ben pagate) degli attivisti della rivoluzione passiva.

Emilio Molinari non lo ha fatto, anche se ha occupato posizioni istituzionali che gli avrebbero aperto la strada per ricchezza e popolarità. Non lo ha fatto perché il vaccino del tanto vituperato egualitarismo del 68 ha funzionato: l’odio profondo per ogni forma di sfruttamento e l’amore profondo per le lotte di liberazione dallo sfruttamento lo ha preservato dall’innamoramento per il potere, proprio perché ha capito che in ogni lotta agisce l’amore vero per la libertà che è sempre e dovunque amore per la libertà di chi ami e di chi ti sta vicino, perché, come ci ha insegnato Carlo Marx, la mia libertà comincia (e non finisce) dove comincia la libertà degli altri. E l’Emilio lo ha impartato prima di tutto in fabbrica, dove ti accorgi che se non fai nulla e te ne stai zitto, in verità stai con il padrone, perché magari oggi ti risparmia, ma domani ti colpirà…

Ecco caro Emilio oggi ci manchi più che mai, in carne ed ossa, ma anche come “introduzione a una vita non fascista”. E ci viene la tristezza… Ma a ben guardare nei milioni di occhi dei milioni di giovani ragazze e ragazzi, stupiti e arrabbiati, ma anche innamorati del vicino a cui tengono la mano, fanno ancora cortei infiniti in tutto il pianeta per pretendere libertà, urlando e praticando un altro mondo possibile. Lì vive lo spirito dell’Emilio, amico dello spririto del mondo e dello spettrro che si aggira ancora per il modo e che incita alla rivoluzione.

Roberto Mapelli, Fonti di Pace ODV

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