di Giovanna Mezzatesta preside del liceo Bottoni di Milano

Care studentesse, cari studenti,
vi scrivo in una giornata che per l’intera storia democratica del nostro Paese, rappresenta una ferita aperta e un monito indelebile: il 7 luglio.
Oggi ricordiamo i cinque operai — Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli — che nel 1960, a Reggio Emilia, caddero sotto il fuoco della polizia mentre manifestavano pacificamente a difesa della Costituzione e contro la legittimazione di forze neofasciste nel governo dello Stato. Erano giovani, alcuni giovanissimi, uniti dal desiderio di proteggere quella libertà che l’Italia aveva conquistato a caro prezzo solo quindici anni prima.
Vi scrivo queste parole perché sento addosso, come educatrice e come cittadina, una profonda responsabilità. So bene, infatti, che con ogni probabilità questo argomento non lo troverete nei vostri libri di testo e non farete in tempo a trattarlo in classe.
I programmi di storia dei nostri licei soffrono di un male cronico: arrivati al secondo dopoguerra, il tempo stringe, la maturità incombe e le lancette dell’orologio corrono più veloci delle pagine dei manuali. Si finisce quasi sempre per fermarsi alla nascita della Repubblica, lasciando i decenni successivi — i conflitti sociali, gli anni di piombo, le stragi di Stato — in una zona d’ombra, come se la storia recente non vi appartenesse.
Ma la storia che non si studia a scuola non smette di esistere. E, soprattutto, non smette di esercitare i suoi effetti sul nostro presente.
Non possiamo permettere che la mancanza di tempo istituzionale si traduca in amnesia collettiva. La democrazia di cui godete oggi non è un dono caduto dal cielo, né un elemento scontato del paesaggio: è il risultato del sangue versato da chi, prima di voi, ha avuto il coraggio di dire “no”.
Considerate questa lettera non come una lezione aggiuntiva, ma come un invito alla curiosità e alla ribellione intellettuale. Se la scuola corre e non ci arriva, allora tocca a voi compiere quell’ultimo miglio. Informatevi, cercate i testi, ascoltate i canti che nacquero in quei giorni di luglio, domandatevi perché cinque lavoratori morirono in una piazza della nostra Repubblica.
La cultura è l’unico vero strumento di emancipazione che possedete, e la memoria è il vaccino più potente contro l’indifferenza e il ritorno dei totalitarismi. Non siate solo spettatori del vostro tempo: siate cittadini consapevoli.
Con fiducia e affetto,
La vostra Preside
Giovanna Mezzatesta preside del liceo Bottoni di Milano
I morti di Reggio Emilia nella versione degli Stromy Six
Per saperne di più:
Quando la Rai non era TeleMeloni. Milva canta “I moti di Reggio Emilia”:
