- 8 Luglio 2026
- di M. Alessandra Filippi (Da IdeeInFormazione)
Un medico che ha salvato migliaia di vite oggi rischia di morire in carcere. Il mondo può ancora impedirlo.

Per mesi il mondo ha conosciuto il volto del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. I suoi video, girati tra le corsie devastate del suo ospedale, hanno fatto il giro del mondo. Quando gran parte degli ospedali del nord della Striscia era stata resa inoperativa da assedi, bombardamenti ed evacuazioni forzate, il Kamal Adwan continuava a rappresentare l’ultimo grande presidio sanitario ancora operativo, capace di accogliere feriti, bambini e neonati. È lì che Abu Safiya è diventato il volto della resistenza della cura contro la logica della guerra.
Le autorità israeliane sostenevano che l’ospedale fosse utilizzato da Hamas, accuse che Abu Safiya ha sempre respinto, continuando a chiedere l’ingresso di osservatori internazionali affinché verificassero sul posto quanto stava accadendo e il rispetto delle tutele garantite dal diritto internazionale umanitario. Malgrado l’ospedale continuasse a essere bersaglio di bombardamenti israeliani, lui fino all’ultimo ha curato bambini, feriti e neonati, registrando video nei quali chiedeva una cosa sola: lasciare vivere i suoi pazienti. Molti lo ricordano mentre seppelliva il figlio, ucciso da un attacco israeliano, nel cortile dell’ospedale. E non possiamo dimenticare l’immagine diventata il simbolo della sua storia: lui, in camice bianco, una colomba in mezzo ai lupi, mentre cammina sulle macerie andando incontro ai carri armati schierati davanti ai resti dell’ospedale.
Quelle sono state le sue ultime immagini da uomo libero. Pochi minuti dopo, il 27 dicembre 2024, è stato arrestato. Da allora è rinchiuso nelle carceri israeliane da oltre diciotto mesi, senza accuse, senza processo e senza una condanna definitiva. Secondo il suo avvocato le sue condizioni sono drammatiche al punto da renderlo irriconoscibile. Amnesty International parla di un rischio imminente per la sua vita.
Una corsa contro il tempo
Le notizie diffuse nelle ultime quarantotto ore hanno aggravato ulteriormente il quadro. Dopo un nuovo colloquio con il proprio assistito avvenuto il 2 luglio 2026, il suo avvocato ha riferito che Abu Safiya appare gravemente debilitato, con difficoltà respiratorie, evidenti segni di violenza e un marcato deterioramento fisico. Ma è soprattutto una frase pronunciata dal medico a destare allarme. Dopo essere stato nuovamente trasferito in un altro istituto di detenzione, avrebbe detto al suo legale: «Questa è l’ultima volta che mi vedi. Mi hanno portato qui perché vogliono uccidermi.». Il nuovo trasferimento è avvenuto in una struttura nota per le durissime condizioni di detenzione, quella sotterranea “Rakefet”, all’interno del complesso penitenziario di Nitzan Prison, vicino a Tel Aviv, descritta da diverse organizzazioni come una struttura sulla quale gravano numerose denunce di violenze e abusi nei confronti dei detenuti.
Organizzazioni come Physicians for Human Rights Israel ed esperti delle Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione per la sua sopravvivenza e ne chiedono l’immediato rilascio. Le autorità israeliane respingono invece le accuse di maltrattamenti e sostengono che i detenuti ricevono cure conformi alla legge.
La gravità della situazione ha spinto Amnesty International a lanciare un’Azione Urgente chiedendo la protezione del medico contro torture e maltrattamenti e il suo rilascio immediato e incondizionato, insieme a quello degli altri operatori sanitari palestinesi detenuti arbitrariamente.
Anche Avaaz ha promosso una petizione internazionale rivolta ai governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, dell’Unione Europea e ad altri responsabili politici affinché esercitino pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del personale sanitario palestinese detenuto.
La punta dell’iceberg di un sistema
La vicenda di Abu Safiya non è un’eccezione. È un metodo. Sono migliaia i palestinesi detenuti senza incriminazione o senza processo sulla base dei diversi regimi previsti dalla legislazione israeliana, tra cui la detenzione amministrativa e, per molti abitanti della Striscia di Gaza, la legge sui cosiddetti “combattenti illegali”. Organizzazioni per i diritti umani e organismi delle Nazioni Unite denunciano da anni il ricorso estensivo a questi strumenti e le condizioni di detenzione cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi.
Abu Safiya rischia inoltre di non essere il primo medico palestinese a non uscire vivo da una prigione israeliana. Nell’aprile 2024 il chirurgo ortopedico Adnan al-Bursh, primario dell’ospedale Al-Shifa, è morto durante la detenzione dopo mesi di custodia. Successive inchieste e numerose testimonianze hanno avanzato gravi accuse di torture e maltrattamenti, sostenendo che la morte sarebbe stata provocata da un’emorragia interna conseguente a gravissime violenze sessuali. Il suo caso è diventato uno dei simboli delle denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi.
Accanirsi sui medici è un crimine di guerra
Qui non si tratta soltanto di difendere un uomo. Si tratta di difendere un principio fondamentale del diritto internazionale umanitario: il personale sanitario deve poter curare chiunque, anche durante una guerra, senza diventare per questo un bersaglio.
Quando uno Stato imprigiona un medico che ha curato civili e quel medico rischia di morire in carcere, non è soltanto la sua vita a essere in pericolo. È l’idea stessa che la medicina debba restare neutrale anche nei conflitti armati.
Colpire un medico non significa colpire soltanto una persona. Significa privare un’intera comunità di chi può salvarne le vite. In un territorio dove ospedali, ambulanze, farmacie e infrastrutture sanitarie sono stati ripetutamente devastati, ogni medico arrestato, ferito o ucciso rappresenta decine, centinaia, talvolta migliaia di pazienti che perdono la possibilità di essere curati. È così che si spegne, un pezzo alla volta, la capacità stessa di una popolazione di sopravvivere.
Firmare una petizione non fermerà una guerra. Ma può salvare una vita. E qualche volta una vita salvata segna il confine tra una civiltà che reagisce e una che sceglie di voltarsi dall’altra parte.
Oggi possiamo ancora impedire che il nome di Hussam Abu Safiya si aggiunga all’elenco dei medici palestinesi morti in detenzione e di quelli uccisi durante la distruzione sistematica del sistema sanitario di Gaza. Difendere lui significa difendere soprattutto ciò che resta del diritto alla cura di un intero popolo.
Le campagne di Amnesty International e Avaaz sono ancora aperte. Il tempo, invece, potrebbe non esserlo più.
7 luglio 2026
