Questo popolo ha sette anime

È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”.
Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.

In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata e 8a puntata e nona puntata

Decima puntata: sfollare con sottobraccio il pannello solare per sopravvivere

Gli abitanti dei campi profughi di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, continuano a lottare contro la grave crisi energetica attraverso iniziative individuali che sfruttano l’energia solare per ricaricare telefoni e batterie. Questo avviene in un contesto di frequenti interruzioni di corrente e divieto di importazione di apparecchiature per energie alternative, trasformando questi servizi in una fonte di reddito limitata per alcuni e in una risorsa indispensabile per gli sfollati.

Un palestinese sfollato ci ha raccontato di aver dovuto portare con sé un pannello solare sin dal suo trasferimento da Rafah e di averlo sempre con sé ogni volta che si spostava da un campo profughi all’altro, poiché rappresenta il suo sostentamento e l’unico modo per ottenere elettricità.

“Ho aperto una stazione di ricarica per cellulari nel campo di sfollati ad Al-Mawasi, alimentata a energia solare. Questo progetto è diventato il mio lavoro e l’unico modo per sostenere la famiglia, nonostante il reddito limitato che genera”.

Ha spiegato di chiedere uno shekel (equivalente a circa un terzo di un dollaro) per ricaricare un telefono, ma il suo guadagno giornaliero raramente supera i 20 shekel (6,50 dollari), una somma insufficiente a coprire i bisogni primari della famiglia. “Ma è meglio che rimanere con le mani in mano e attendere l’elemosina degli aiuti umanitari, che scarseggiano sempre di più”.

Non è un lavoro facile. Il gestore ha raccontato che sta tutto il giorno in tenda, sotto il caldo torrido, per controllare costantemente telefoni e caricabatterie, temendo che si sovraccarichino o si surriscaldino a causa del caldo, e di scollegarli di tanto in tanto per evitare danni. “Ho dovuto imparare un nuovo mestiere che non sognavo di apprendere. Io facevo il contadino, nella mia vita passata prima dell’aggressione israeliana. Grazie ad Internet mi sto aggiornando sui segreti dell’elettronica.”

Ha sottolineato che la necessità di ricaricare i telefoni è diventata impellente tra gli sfollati, poiché molti dipendono dai propri cellulari per seguire le notizie e comunicare con i parenti oppure anche per ricevere le donazioni, mentre altri sono costretti ad accontentarsi di una singola carica che dura un’intera giornata a causa delle loro limitate risorse economiche. “Io non sto a badare allo shekel; chi non può pagare, segniamo sul libretto, ma poi se non ha i soldi si cancella il debito. Siamo tutti fratelli e sorelle nella stessa barca. O ci salviamo insieme collettivamente o anneghiamo tutti”.

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