di Ibrahim Badra (Da Mediaparte via Il Fatto Quotidiano)

Le stragi dell’esercito di occupazione non si sono mai fermate: dal falso cessate il fuoco di ottobre oltre 1.200 palestinesi sono stati uccisi e quasi 4mila feriti. Per tutti gli altri c’è una quotidianità di miseria e terrore
Anche se da mesi non occupa più le prime pagine dei giornali, anche se i responsabili politici parlano di cessate il fuoco (e in questi giorni Donald Trump parla addirittura di un “accordo storico”, ndt), in realtà la guerra a Gaza non è finita. Ogni notte famiglie intere si addormentano sotto una tenda e ogni mattina si svegliano ponendosi la stessa terribile domanda: siamo ancora tutti vivi?
A Gaza, la catastrofe umanitaria continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, per centinaia di migliaia di palestinesi sfollati resta drammaticamente difficile accedere al cibo, all’acqua potabile e alle cure mediche, così come trovare un luogo sicuro in cui vivere. L’Unicef continua a lanciare l’allarme sulla condizione dei bambini, esposti a fame, traumi e malattie. Da dati del ministero della Salute palestinese di Gaza, nel solo giorno del 16 luglio scorso quattro palestinesi sono stati uccisi e altri 28 sono rimasti feriti. Dal cessate il fuoco annunciato l’11 ottobre 2025, almeno 1.202 palestinesi sono stati uccisi, 3.888 sono rimasti feriti e circa 800 corpi sono stati recuperati dalle macerie.
Dall’inizio del genocidio, il 7 ottobre 2023, il ministero inoltre riferisce di un bilancio complessivo di 73.329 palestinesi uccisi e altri 173.997 feriti. Eppure, neanche questi numeri sono in grado di restituire la realtà della vita quotidiana a Gaza. Alcuni giorni fa, un drone israeliano ha colpito un gruppo di giovani nel campo profughi di Nuseirat: otto sono morti, mentre gli altri sono rimasti gravemente feriti. Si erano ritrovati poco prima per andare al funerale dell’amico Taher. Di loro resta una fotografia, scattata poco prima che si incamminassero tutti insieme verso il cimitero per dare l’ultimo saluto all’amico. Il funerale, che doveva essere un momento di raccoglimento, si è trasformato in un momento di morte. A Gaza, la tragedia si ripete con crudeltà insostenibile. Un martire fotografa un altro martire. Un martire porta la bara di un altro martire. Un martire seppellisce un altro martire. Un’altra storia me l’ha raccontata mio fratello, dal campo per sfollati dove vive la mia famiglia: per alcuni giorni, ha avuto l’impressione di sentire arrivare dalla tenda la voce della moglie di un nostro vicino, Abu Issa, uccisa quasi un anno fa mentre accompagnava il marito a cercare aiuti umanitari. All’inizio ha pensato che fosse la sua mente a giocargli un brutto scherzo, ma poi è successo di nuovo: ha sentito ancora la risata della donna. Un giorno, mentre era seduto con Abu Issa a bere un caffè, mio fratello ha allora deciso di parlargliene: “Scusami Abu Issa, ma da qualche tempo, quando tutti dormono, sento Umm Issa ridere e chiamare i bambini. Non capisco cosa mi stia succedendo”. Si aspettava che il vicino fosse turbato dalle sue parole. Invece, Abu Issa gli ha sorriso: “Oh, amico mio – ha risposto –, è mia figlia Soso che, tutte le sere, fa partire un video in cui si sente la voce della madre e lo ascolta in continuazione, finché non si addormenta”. Mio fratello, con la tazzina in mano, senza più parole, aveva allora guardato Soso che, poco distante da loro, giocava a campana con le sue amiche. Di giorno la bambina ride e gioca, mentre di notte cerca il conforto della voce registrata della madre.
Poco tempo dopo mi è stata raccontata un’altra storia: quella di due fratelli che avevano lasciato la tenda della famiglia con diversi recipienti vuoti, diretti verso il più vicino impianto di desalinizzazione dell’acqua, nella speranza di tornare a casa con acqua potabile sufficiente per tutta la famiglia. Non erano armati e non rappresentavano alcuna minaccia. Erano soltanto due giovani che volevano trovare dell’acqua da portare ai loro cari. Ma un drone di sorveglianza sorvolava la zona e ha individuato i due fratelli prima che riuscissero a raggiungere l’impianto di desalinizzazione. In pochi istanti è stato lanciato un missile ed i due fratelli sono morti sul colpo: il loro unico crimine era voler sopravvivere e aiutare la propria famiglia.
Questa è la vita quotidiana a Gaza. Non si muore soltanto combattendo. Si muore cercando di sopravvivere. Si muore cercando della farina. Si muore aspettando gli aiuti umanitari. Si muore andando a prendere l’acqua. Si muore dormendo sotto una tenda. Si muore seppellendo le persone che si amano. Forse oggi il rischio più grande non è soltanto il protrarsi della violenza. È l’illusione che la violenza sia finita. Quando l’attenzione dei media si affievolisce, molti pensano che anche la sofferenza sia svanita con essa. Quando i governi parlano di stabilità, molti la confondono con la sicurezza. Quando i politici annunciano il cessate il fuoco, si immagina che i bambini tornino a scuola e che le famiglie ricostruiscano le proprie case. Ma la pace non si misura sulla base delle conferenze stampa. Si misura dal fatto che i bambini dormano senza paura, che gli ospedali funzionino, che le famiglie possano tornare a casa, che i genitori possano mandare i propri figli a prendere l’acqua senza chiedersi se torneranno vivi.
Da giornalista e scrittore, ho imparato che spesso la più grande ingiustizia non è soltanto ciò che il mondo vede. È ciò che il mondo sceglie di non vedere più. Ricordo un’altra Gaza. Ricordo i mercati affollati prima della festa dell’Eid. L’odore del pane appena sfornato prima dell’alba. Le risate dei bambini che riempievano le strade di Al-Sabra. Le serate in riva al mare, prima che le tende occupassero la spiaggia. Questi ricordi contano, perché ci ricordano che Gaza non era destinata a diventare una catastrofe umanitaria permanente. Che non è soltanto un luogo di macerie. È la casa di milioni di persone i cui sogni non avevano nulla di straordinario. Persone che volevano studiare, lavorare, innamorarsi, crescere dei figli, invecchiare, vivere. Perciò, quando sentite dire che la guerra è finita, ponetevi questa domanda: a Gaza lo sanno? Perché lì, nella Striscia, nessuno ha mai sentito mai parlare di cessate il fuoco. Le bombe continuano a cadere. I bambini dormono ancora sotto le tende. La guerra non è finita. È solo diventato più facile, per il mondo, distogliere lo sguardo da Gaza e guardare altrove.
Traduzione di Luana De Micco
