di Jo Meg Kennedy (da Il Fatto Quotidiano)

Diciassette pullman partiti da Sarajevo e Srebrenica

Dopo due Flotille e due missioni di terra arriva la Palestine Convoy che in questi giorni sta raggiungendo il valico tra Turchia e Iraq. Diciassette autobus, con a bordo centinaia di persone di oltre venti nazionalità (tra cui tre italiani), avanzano verso la Palestina accompagnati dai clacson delle macchine e delle motociclette che li hanno fiancheggiati lungo il tragitto e le bandiere sventolate tra le mani delle folle che si sono precipitate nelle piazze per accoglierli a ogni tappa. Sarajevo e Srebrenica sono stati i punti di partenza, legando simbolicamente il genocidio di 31 anni fa a quello in corso oggi in Palestina. Dopo un primo raduno in Bosnia, altri partecipanti si sono uniti in Turchia. “Avevamo preso in considerazione la possibilità di non riuscire nemmeno a uscire dall’Europa” ci spiega Yafa, portavoce della comunicazione “invece siamo arrivati il 31 luglio in Turchia passando per Istanbul e Sakarya”.

Qui si sono tenuti i corsi di formazione su logistica, sicurezza, primo soccorso e procedure legali. Dal 3 agosto i pullman hanno proseguito tappa dopo tappa: Ankara, Konya, Gaziantep, Sanliurfa, Diyarbakir e Mardin. A breve attraverseranno il ponte sul fiume Khabur, confine naturale tra Turchia e Iraq, raggiungendo il valico di Ibrahim Khalil, detto anche Habur Border, per proseguire verso la Giordania. Iraq e Giordania sono gli snodi più delicati, nonostante i numerosi risk-assessment e le iniziative diplomatiche condotte dal gruppo, in particolare con il governo turco che ha scelto di sostenerli logisticamente e diplomaticamente il “che ci dà la garanzia di avere buone probabilità di arrivare in sicurezza in Iraq e in Giordania” ha continuato la portavoce, ricordando anche che l’esperienza accumulata da diversi partecipanti attivi anche nei precedenti convogli li ha aiutati con la preparazione per questo passaggio. Molti membri infatti avevano già partecipato ai convogli del 2025 e del 2026, rispettivamente attraverso l’Egitto e passando per la Libia dove le autorità di Tripoli hanno impedito il proseguimento del convoglio verso Gaza anche con fermi amministrativi nei confronti degli attivisti. “Non ero presente in quello del 2026, ma lavoravo nel team legale” ha ricordato la donna. “Da quelle esperienze abbiamo imparato molto, ma siamo un’organizzazione diversa: non consegniamo aiuti umanitari, la nostra missione è politica. Vogliamo denunciare il genocidio, l’occupazione e l’apartheid schierandoci con la popolazione. I palestinesi non avrebbero bisogno di aiuti se cessasse l’occupazione”.

L’obiettivo è anche denunciare, con un’azione diretta di solidarietà, l’escalation di violenze in Cisgiordania, a Gaza e Gerusalemme con una particolare attenzione per le condizioni dei detenuti palestinesi, definite come un secondo “genocidio dietro mura”, come lo definiscono. Il convoglio chiede inoltre l’abolizione della pena di morte e una presa di responsabilità individuale e collettiva di fronte all’assenza di interventi da parte delle istituzioni internazionali. Per questo, se riuscirà ad arrivare in Palestina, il convoglio metterà a disposizione le proprie competenze collettive in qualità di ex funzionari dell’Onu, medici, ingegneri e legali investigativi per documentare le violazioni in corso e sostenere la comunità palestinese. In caso contrario, il gruppo si riorganizzerà e cercherà un’altra via per rompere l’assedio.

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