Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

03 luglio 2022.

Rassegna anno III/n. 183

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129 giorni di guerra. I russi annunciano la caduta della città strategica di Lysychansk. Missili ucraini su Belgord, città russa di confine. Domani a Lugano la conferenza per la ricostruzione. La carovana per la pace non trova spazio sui media con l’elmetto.

Continua lo sciopero della fame solidale a staffetta per chiedere la liberazione di #AlaaAbdelFattah, attivista egiziano leader delle rivolte di piazza Tahrir, da 92 giorni in sciopero della fame nelle carceri di Al-Sissi. Anche la sorella, Mouna Seif, ha iniziato 21 giorni fa lo sciopero della fame permanente. Appello della redazione ai lettori ed ascoltatori di Anbamed, per non interrompere la catena, di aderire alla staffetta solidale di sciopero della fame per un giorno.

Oggi digiuna Caoimhe Butterly (Irlanda).

Per maggiori info: http://www.invisiblearabs.com

Il 30 giugno, Anbamed ha spento la seconda candelina. Due anni fa è iniziata questa maratona dell’informazione quotidiana sul Grande Vicino Oriente. Puntuale, completa e senza interruzioni. Agli abbonati del 2022 andranno due quadri donati da Silvia Lotti e Giuseppe Di Giacinto.

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Titoli

Libia: Tutti i politici cavalcano l’ira dei cittadini. Condanna per l’incendio del Parlamento.

Afghanistan: Delegazione USA incontra a Doha il ministro degli esteri di Kabul.

Iran: Misteriose esplosioni colpiscono la capitale iraniana.

Libano: Tre droni di spionaggio di Hezbollah abbattuti da Israele.

Palestina Occupata: Deceduta in carcere la più anziana detenuta palestinese.

Tunisia: Per il sindacato, la nuova costituzione è un “pericolo per la democrazia”.

Le notizie

Libia

Dopo il “venerdì dell’ira”, la situazione nelle città libiche sta tornando alla calma in attesa della prossima esplosione. Condanna del vandalismo da parte di tutti gli organizzatori delle proteste. Le violenze vengono attribuite a elementi infiltrati, “che hanno agito per conto di agende estere”. Il massimo di populismo e ipocrisia è stato raggiunto dal premier Dbeiba, che dopo aver ordinato di sparare ai manifestanti che avevano raggiunto il palazzo del suo governo, non ha esitato a pronunciare un sostegno alle rivendicazioni del popolo: “Sono con voi. Tutti le istituzioni devono andarsene. Il mio governo resta fino alle elezioni”. La rabbia della popolazione è stata scatenata anche dalla mancanza di servizi che il “suo” governo non ha mai risolto: interruzione dell’elettricità, carovita e scarsezza di carburanti e derrate alimentari. L’immagine del Palamento bruciato ha girato il mondo e ha suonato il campanello d’allarme all’élite libica, che si era adagiata sul lusso, illegittimamente: il Parlamento è stato eletto nel 2014 (scaduto da 4 anni, quindi), il congresso non è stato mai eletto, ma semplicemente nominato a Skheirat, in Marocco, durante gli accordi del 2015 e il Consiglio di Stato è stato eletto da un organismo provvisorio scelto dall’inviata dell’ONU. Non è stato raggiunto l’accordo politico per le elezioni per una questione di lana caprina: possono candidarsi i libici che posseggono la doppia cittadinanza? Il quesito sottintende un altro posto dagli islamisti: come si può impedire al generale Haftar di candidarsi? E il portavoce del generalissimo, Mismari, ha preso la parte dei manifestanti, pur condannando le violenze, ergendosi paladino delle libertà e dimenticando che la deputata Siham Serghewa è sparita da Bengasi, dal 19 luglio 2019, per aver criticato l’attacco su Tripoli. Tra islamisti e militaristi, la Libia ha perso la bussola.

Afghanistan

Una delegazione USA si è incontrata, il 29 e 30 giugno, a Doha, con il ministro degli esteri di Kabul, Muttaqi. Argomento della discussione è la restituzione dei fondi afghani sequestrati da Washington dopo la caduta del governo Ghani. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso le condoglianze per le vittime del terremoto ed ha offerto aiuti umanitari ai terremotati per 55 milioni di dollari, ma si tiene stretti 7 miliardi di dollari di fondi dello Stato afghano.  

Iran

La stampa locale ha pubblicato immagini e video di incendi e esplosioni nella base di Malik Ashtar delle Guardie Rivoluzionarie, nella capitale Teheran. Le fonti ufficiali non hanno né confermato, né smentito. Le esplosioni sarebbero avvenute venerdì primo luglio e non sembra che vi siano state vittime. Secondo alcuni analisti, le esplosioni potrebbero essere state causate da IED (Ordigni esplosivi improvvisati). Dall’estero, l’organizzazione iraniana Mujahideen Khalq ha rivendicato gli attentati.

Libano-Israele-Siria

L’esercito israeliano ha intercettato e distrutto tre droni nell’est del Mediterraneo, nei pressi di una stazione off-shore per la ricerca del gas. Hezbollah ha dichiarato l’appartenenza dei droni di spionaggio alle sue milizie: “servivano per la raccolta di informazioni sulle attività israeliane in una zona contesa. Non erano armati”. L’incidente non sembra finito lì, perché Israele ha tutto l’interesse a non alzare il livello dello scontro sulla questione dei confini marittimi con il Libano. La risposta di Tel Aviv è stata quella di colpire in Siria. Il governo di Damasco ha accusato Israele di aver lanciato missili da un’unità marittima nel Mediterraneo contro Tartous, sulla costa siriana. Secondo la stampa locale, i missili israeliani hanno colpito un allevamento di polli, ferendo due persone, un uomo e una donna, che gestivano l’impresa.

Palestina Occupata

È morta in circostanze misteriose la più anziana detenuta palestinese nelle carceri israeliane, Saadyia Farajalla. La settantenne era stata arrestata due anni fa con la solita accusa di tentativo di accoltellamento di un soldato, ma la donna al momento dell’arresto non aveva nessun coltello. In due anni, non ha mai potuto ricevere visite dei parenti e dopo la morte, il suo corpo è stato “sequestrato” dalle autorità carcerarie, che si rifiutano di consegnarlo immediatamente ai familiari.

Tunisia

Un duro giudizio del sindacato UGTT sulla proposta di Costituzione messa a referendum il prossimo 25 luglio. “Le prerogative del presidente sono troppo ampie e senza argini equilibratori. Questo testo è un pericolo per la democrazia”. Il sindacato però lascia libertà di scelta ai propri iscritti e non dà indicazioni di voto nel referendum. La bozza di Costituzione trasforma la Tunisia in una repubblica presidenziale. Il Parlamento diventa un’istituzione senza poteri reali sulle scelte politiche del governo. Per poter mandare a casa il governo del presidente ci vorranno i due terzi dei deputati.

Aggiornamento del 3 luglio ore 16:00

Il presidente della Commissione per la stesura del testo costituzionale, professore di Diritto Sadeq Beleid, ha definito il testo pubblicato dalla presidenza come “un pericolo per la democrazia ed una strada lastricata verso una vergognosa dittatura, perché permette al presidente di rinnovare all’infinito il proprio incarico, senza controllo”. Beleid ha preso le distanze dal testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale tunisina, perché è completamente diverso da quello consegnato dalla Commissione”. La critica del professore di Diritto Costituzionale tocca anche la seconda camera del Parlamento, “Il Consiglio delle regioni”, che viene menzionato empiricamente, ma non regolarizzato.

Approfondimento

IN MEMORIA DI ORHAN DOGAN

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