Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

24 novembre 2021

Rassegna anno II/n. 147

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I titoli

Etiopia: I ribelli avanzano verso la capitale Addis Abeba.

Libia: L’inviato ONU si dimette a sorpresa ad un mese dalle elezioni.

Turchia: La Corte Europea per i diritti umani condanna Ankara.

Iran: Il direttore dell’AIEA in visita a Teheran ad una settimana dalla ripresa del negoziato di Vienna.

Le notizie

Etiopia

Le milizie ribelli stanno avanzando verso la capitale. Ieri è stata occupata la città Debri Sinà, a meno di 190 km dalla capitale, Addis Abeba . Il premier Abiy Ahmed, in un gesto che tradisce le difficoltà delle truppe governative, ha dichiarato che avrebbe raggiunto il fronte per guidare la battaglia contro quelli che ha chiamato “i traditori”. Il mediatore africano e quello statunitense sono tornati ai loro paesi dopo che sono falliti tutti i tentativi di mettere le parti belligeranti attorno ad un tavolo . L’ONU ha deciso di ritirare i familiari dei funzionari internazionali e la Francia ha chiesto a tutto il personale diplomatico, non strettamente necessario, di lasciare le sedi.

L’Etiopia è uno dei paesi più popolati dell’Africa e sede della fondazione dell’Unione Africana e rischia, con il prolungarsi di questo conflitto, la frammentazione territoriale come avvenne per l’ex Jugoslavia.

Libia

L’inviato speciale dell’ONU per la Libia, Jan Kubic, si è dimesso a sorpresa ad un mese dalle elezioni. Non sono state fornite spiegazioni sul gesto che lascerà le sue tracce negative sul percorso politico libico. Doveva intervenire ieri al Consiglio di Sicurezza, ma non si è presentato. Il Consiglio ha svolto ieri due riunioni sulla Libia per ascoltare la relazione del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, ex difensore di Seif Islam Gheddafi. Nella sua relazione, infatti, ha spiegato che ad interessarsi della questione libica è stato il suo vice. Nel dibattito il rappresentante degli Stati Uniti ha chiesto al governo di Tripoli di consegnare alla Corte i due ricercati: Seif Islam e Abdalla Senussi.

Nel frattempo in Libia prosegue il lavoro di preparazione delle elezioni. Si sono chiuse le liste con 98 candidati alla presidenza. Questo significa che mezzo milione di libici hanno firmato per questi politici, alcuni dei quali improvvisati e la loro presentazione, probabilmente, serve soltanto ad inondare la Commissione elettorale di un enorme lavoro di controllo sull’autenticità delle firme raccolte (5mila per ogni candidato).

Turchia

La Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato la Turchia per l’arresto illegale e coercitivo di 427 giudici e pubblici ministeri, avvenuto nel 2016 in seguito al fallito colpo di Stato. La Corte ha ordinato ad Ankara il pagamento di un risarcimento morale di 5 mila €, “perché quegli arresti rappresentano una violazione della Convenzione Europea per i Diritti Umani”. Dopo il fallito golpe del 16 luglio 2016, in Turchia è stata operata una repressione di massa che ha coinvolto 40 mila dipendenti pubblici licenziati e decine di migliaia di militari incarcerati, molti dei quali sulla base di sospetti di legami con l’associazione del predicatore Golen, ex amico dello stesso Erdogan, accusato dell’organizzazione del colpo di Stato ed attualmente rifugiato negli Stati Uniti.

Iran

Una visita difficile quella del direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Raffael Grossi, a Teheran. Si è incontrato ieri con il capo dell’Ente nucleare iraniano, Mohammed Islami e con il ministro degli esteri, Hossein Amir Abdullahian. La visita avviene ad una settimana dalla ripresa del negoziato di Vienna, tra l’Iran e i 6 paesi membri permanenti dell’ONU più la Germania, per resuscitare l’accordo sul nucleare iraniano. Grossi, dopo la sua visita di settembre agli impianti nucleari, aveva rilasciato dichiarazioni che sono state bollate dal governo iraniano come politiche e non rispettose del ruolo tecnico dell’Agenzia. Nella scorsa settimana tra Teheran e Washington ci sono stati scambi di accuse sulle intenzioni di ciascuna di non rispettare gli impegni. L’accordo del 2015 prevedeva la cancellazione di tutte le sanzioni contro l’Iran in cambio di forti limitazioni al suo programma nucleare, sottomesso alle ispezioni dell’ONU. L’amministrazione Trump ha mandato tutto all’aria, ritirandosi dall’accordo ed imponendo ulteriori sanzioni economiche contro l’Iran che hanno sottoposto la popolazione a molte privazioni.

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