di Sabrina Provenzani (da Il Fatto Quotidiano)

“Il supporto ad Israele, nell’opinione pubblica, è irrecuperabile”
Lee Mordechai, storico ebreo israeliano dell’Università Ebraica di Gerusalemme, documenta ogni giorno gli orrori della guerra a Gaza attraverso il progetto Bearing Witness, Testimoniare, insieme a un centinaio di volontari. “Non posso stare seduto a urlare contro la TV. Sei lì a guardare questi orrori e non puoi fare niente. E le immagini scompaiono da internet, vengono rimosse. Allora ho deciso di archiviarle. Sto vivendo i miei valori”.
Come definirebbe il “modello Gaza”?
È un nuovo modo di fare la guerra testato a Gaza. Alcune decisioni vengono prese dalla classe politica, dai vertici militari. Altre dalle truppe stesse, che sanno di avere una licenza ad agire, senza dover rendere conto di ogni singola mossa.
Un esempio concreto?
Il saccheggio. Prima era vietato. A Gaza è diventato diffusissimo. Il venerdì sera era come l’orario di punta, i video mostravano soldati che portavano via biciclette, gioielli, denaro. Ora fanno lo stesso in Libano. Poi c’è il controllo dell’informazione, l’uccisione di giornalisti e paramedici. Non li uccidi tutti, ne uccidi abbastanza da spaventare gli altri. Lo stesso accade nel sud del Libano. E poi la distruzione fisica: villaggi demoliti, ufficialmente per colpire infrastrutture terroristiche. A Gaza il governo ha autorizzato privati con mezzi pesanti a demolire edifici, con annunci su Facebook che offrivano compensi giornalieri in shekel.
Ancora, la linea gialla, una fascia di territorio da cui la popolazione deve essere cacciata, una strategia nata a Gaza, ora applicata al Libano. Il cessate il fuoco è la stessa cosa: viene proclamato, ma è una tregua in cui una parte è tenuta a fermare le ostilità e l’altra no. Nei media questo raramente viene presentato come una violazione. Le parole stanno perdendo il loro significato.
Ma il Libano è uno stato sovrano.
Il modo in cui Israele lo presenta è: non stiamo combattendo il Libano, stiamo combattendo Hezbollah. Ma dentro Israele i sondaggi dicono altro: tra il 50 e l’80% degli israeliani ha sostenuto il trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza. L’impunità parte dall’alto, dai ministeri. Lo si è visto con i detenuti della flottiglia, europei, che hanno raccontato i maltrattamenti subiti. I metodi non erano diversi da quelli dei mesi precedenti. La differenza è che questa volta il ministro Ben Gvir se ne è vantato sui social, e questo ha attirato l’attenzione su ciò che altrimenti sarebbe passato inosservato.
Sono tutte violazioni palesi del diritto internazionale…
Si, ma è una discussione sterile a questo punto. Israele è guidato da un premier con un mandato d’arresto internazionale, eppure è libero. Alcuni paesi europei hanno dichiarato che non lo avrebbero arrestato. E gli Stati Uniti sanzionano giudici e relatori speciali dell’Onu che cercano di far rispettare quelle norme. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, le sanzioni sono arrivate in pochi giorni. Con Israele non è accaduto nulla di simile. Il diritto internazionale era stato costruito dopo la Shoah per proteggerci dalla storia. È stato corrotto da chi detiene il potere.
Il sionismo liberale è ancora un’idea praticabile?
No. È in bancarotta. È sempre stato pieno di contraddizioni, ma prima potevano essere oscurate: non guardare la Cisgiordania; guarda invece la democrazia nel tuo quartiere, la prosperità. Ma una volta che inizi a vedere le cose, non puoi più tornare indietro. Quando prestavo servizio nell’eserecito ci dicevano che dovevamo combattere moralmente. C’era questa aspirazione, almeno in parte in buona fede, nel contesto degli Accordi di Oslo. Oggi è stata buttata dalla finestra.
Cosa potrebbe ancora invertire la rotta?
Forse una crisi economica. C’è una fuga di cervelli, accentuata dopo il 7 ottobre, di giovani professionisti, famiglie della classe medio-alta che fanno funzionare l’economia israeliana. Ma non vedo cambiamenti politici reali, neanche se a Netanyahu succedesse Bennet, il sionismo liberale non ha una coerenza interna. Il sionismo religioso invece sì: ha obiettivi chiari, organizzazioni, reti, figure di riferimento, strutture. Sono uno storico, non posso prevedere il futuro, ma penso sia tramontata l’illusione di un Israele liberale, e al suo posto non credo possa esserci altro che una teocrazia, un paese religioso-messianico, simile ad altri nella regione.
