L’avventura umana dalla scoperta dell’agricoltura alle crisi globali contemporanee.

di Massimiliano Lepratti e Giorgio Riolo.

Asterios editore, Trieste 2021, pp. 400, euro 30.

Introduzione

È necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali. Questo è un problema capitale e sempre misconosciuto.

Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro

Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare ad ogni istante della eccessiva semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze.

Fernand Braudel, Storia, misura del mondo

Il fine al quale mira questo saggio è duplice. In primo luogo, si tratta di offrire una sintesi della storia globale dell’umanità, di tutti i continenti, di tutte le culture e di tutte le civiltà. Una sintesi e non un’opera di dimensioni considerevoli, in vari volumi. Pertanto si sono operate scelte precise, nella periodizzazione, nelle parti da trattare, negli argomenti, nei temi, nei fatti e nelle nozioni riferite.

Tutto ciò alla luce di una visione complessiva che va sotto il nome di “storia globale”, intendendo nel nostro caso, al di là delle varie tendenze di questa corrente storiografica, una storia che si propone alcuni principi ordinatori.

Una storia veramente mondiale, a partire da una ferma riconsiderazione e da una ferma critica dell’eurocentrismo e dell’occidentalocentrismo. Visioni granitiche, difficili da sradicare essendo così ormai oggettivate in tutti gli strati sociali, non solo nelle classi dominanti e nei gruppi dirigenti in Europa, in Usa, nell’Occidente in generale (Australia, Canada ecc.), a partire dalla decisiva nozione di “superiorità bianca”, così perniciosa ancora oggi.

In secondo luogo, si tratta di contribuire a un vera e propria operazione culturale. Un tempo si sarebbe detto a una battaglia culturale. Le culture e le subculture dominanti oggi tendono a quella che chiamiamo “destoricizzazione”, tendono a cancellare la coscienza storica, a espungere e neutralizzare la dimensione storica dei fenomeni, dei problemi, delle emergenze nella nostra vita contemporanea. Si vive la superficie di un eterno presente e così si elude la possibilità della capacità critica di analizzare e di considerare, potenzialmente pericolosa, destabilizzante. Il dato, il fatto, il risultato nascondono il processo attraverso il quale si è giunti a tale dato o fatto.

Cultura significa avere visione globale, significa trovare nessi e relazioni tra i fenomeni, andare oltre la superficie e cercare di ricostruire i processi non visibili immediatamente ma che sono altrettanto reali del dato reale stesso.

In questo contesto, il necessario, fruttuoso rapporto di passato, presente e futuro è altrettanto messo in pericolo. E, in questo senso, gli autori del presente lavoro non nascondono la loro proiezione nel futuro possibile.

Lo storico fa agire il suo giudizio e, in ultima analisi, il suo essere appartenente a una data epoca storica, a una data società, il suo essere partecipe di una cultura, di una visione del mondo, di un orientamento politico. Come dice lo storico inglese Edward H. Carr, spesso un saggio storico ci dice di più dello storico che della materia che tratta. “Prima di cominciare a scrivere di storia, anche lo storico è un prodotto della storia”.

La storia è sempre storia contemporanea, diceva Benedetto Croce, o come diceva Marx, “l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia”. Non è solo alla luce del passato che noi comprendiamo il presente, ma, al contrario, è spesso dal presente, dagli interrogativi nostri, dalla intelligenza nostra delle dinamiche storiche, sociali, politiche, culturali della contemporaneità che noi possiamo interpretare e cogliere le dinamiche della storia passata. Non solo. Lo stesso Carr aggiunge che senza visione del futuro, senza prefigurazione e desiderio-principio speranza, senza Utopia, non possiamo comprendere né presente né passato. Passato, presente e futuro sono intimamente connessi.

In breve, la globalizzazione non è solo delle merci e dei capitali, non è solo a vantaggio dei gruppi dominanti nel mondo, non è solo omologazione e omogeneizzazione eurocentrica e occidentalocentrica, ma è anche la possibilità della costruzione di una cultura veramente democratica, multiforme, ricca, rispettosa dell’ambiente e della giustizia sociale, dell’eguaglianza tra le persone. Il compianto padre Ernesto Balducci parlava di “uomo planetario” intendendo la persona fornita di questa cultura. La storia e la coscienza storica svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione di questa cultura.

I.

Fino al XIX secolo l’idea di raccontare la storia come storia dell’intera umanità era diffusa in molti luoghi del mondo, tra cui Cina, Giappone, Mondo Islamico ed Europa. Tra gli altri, il precursore della sociologia, il tunisino Ibn Khaldun, nel XIV secolo scrisse una storia universale, dando rilievo anche ai fattori geografici e climatici.

Nel corso dell’Ottocento l’Europa, assieme al dominio coloniale nei vari continenti, impose il suo dominio politico anche nella cultura. Concedendo solo a chi aveva fondato uno Stato-nazione “evoluto” la dignità di scrivere la sua storia e relegando lo studio degli “altri” continenti agli etnologi e agli antropologi. Da allora in poi la storia divenne nazionalistica.

Negli anni dopo il 1945 alcuni approcci culturali iniziano a cambiare e negli studi storici si comincia progressivamente a mettere in discussione lo Stato-nazione come oggetto fondamentale di indagine, tornando a occuparsi anche di imperi, di vicende locali e globali e di mutue interrelazioni. Il cambiamento fu opera di grandi studiosi, primo fra tutti Fernand Braudel, soprattutto con la sua fondamentale opera sul Mediterraneo del 1949. Questo approccio sistemico riscoperto si è dimostrato capace nel tempo di perseguire obiettivi culturali e didattici importanti quali quelli di illuminare le vicende di aree diverse dall’Europa e restituire così anche ai non specialisti una storia dell’umanità chiara e comprensibile.

Ma l’approccio della storia globale fa fatica a divenire parte integrante della cultura generale e a entrare nelle scuole dove la ristretta visione nazionale e nazionalistica resta la scelta dominante nei manuali di insegnamento. E questo malgrado sia la realtà dei fatti (gli studenti del XXI secolo vivono anche nel loro quotidiano il concetto di interconnessione e di interdipendenza) e sia la ricerca sulla didattica della storia da tempo abbiano ampliato l’orizzonte e guardino anche da altre parti.

II.

Le pagine di storia globale si concentrano sui fatti e sulle dinamiche storiche che hanno condotto alle interconnessioni fra i popoli e alla formazione del sistema-mondo antico, dai tempi di Alessandro Magno, e del sistema-mondo moderno, dai tempi delle conquiste coloniali e della nascita del capitalismo.

A titolo di esempio, fra questi fatti e queste dinamiche storiche rientrano: la diffusione della cultura ellenistica (dall’Europa all’Indo), il ruolo degli Imperi islamici e dei commerci su lunga distanza nei contatti economici e culturali fra europei, africani, indiani e cinesi; l’importanza delle popolazioni vichinghe nello sviluppo delle vicende transeuropee; la Pax mongolica e il ruolo che essa ha avuto nel facilitare le relazioni fra Oriente e Occidente; gli scambi mercantili degli europei in Asia; le interconnessioni globali create da portoghesi, spagnoli e olandesi e le globalizzazioni dal tardo ottocento ai giorni nostri, senza tralasciare le storie interne degli imperi più importanti di Asia, Africa, America, Europa e le vicende, a lungo isolate, dell’Australia.

I fatti storici sono moltissimi e allargare lo sguardo ad altri continenti potrebbe comportare il rischio di moltiplicare a dismisura le pagine. Al contrario il testo è sintetico perché sceglie solo quelle dinamiche e quei fatti che sono decisivi ai fini della comprensione della formazione del sistema-mondo e dei problemi del nostro tempo. In questo saggio non si troverà tutto, ma lo sforzo è stato quello di esporre i collegamenti, i nessi, i concetti e le categorie utili a comprendere il tutto.

Per questo il testo offre un linguaggio semplice, uno stile di scrittura che tenta di appassionare il lettore comune. Vale la pena di aggiungere che l’approccio della storia globale rappresenta un aiuto ulteriore alla chiarezza. Se si è in cerca di un fenomeno specifico è meglio partire guardando alla realtà complessiva in cui quel fenomeno si inserisce. La mappa globale di un territorio è un grande aiuto per orientarsi e per capire come raggiungere una località specifica.

Oltre a proporre uno sguardo universale, il testo offre una ricostruzione storica attenta all’origine di quattro dei grandi problemi che attraversano il mondo oggi: lo sviluppo ineguale e la disuguaglianza economica internazionale, i problemi climatici e ambientali, la condizione femminile, i fenomeni migratori.

I momenti storici più rilevanti sono introdotti anche da brani narrativi che riassumono i cambiamenti occorsi nel periodo, attraverso uno stile di racconto il più possibile letterario e coinvolgente.

In generale il testo punta a un equilibrio tra illustrazione di fatti, spiegazione di meccanismi e di categorie storiche e racconto di aneddoti per rendere stimolante la lettura, nella convinzione che la storia possa essere narrata come una grande avventura umana appassionante, senza sacrificarne la scientificità.

III.

Il saggio racconta la storia delle relazioni e degli interscambi tra le formazioni sociali umane per illustrare i fatti e i processi che hanno condotto allo sviluppo del sistema-mondo, un sistema politico-economico-culturale integrato, sviluppatosi in un primo assetto non diseguale a partire dal III secolo a. C. e definitosi nell’assetto moderno e diseguale dal XV secolo in poi.

La scelta di concentrare la narrazione sulla formazione del sistema-mondo risponde alla principale domanda di ricerca da cui nasce il presente contributo: perché oggi vi è uno squilibrio internazionale così grande nell’accesso ai diritti, sociali, economici, politici, civili, ambientali, legati al genere ecc.? Perché oggi nascere in una zona del mondo rispetto ad un’altra fa sì che una persona possa godere del raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, come quelli fissati dall’Onu, in modi e tempi così diversi?

L’approccio basato sul sistema-mondo permette anche una visione di più ampio respiro, e integrata nelle strutture storico-sistemiche, relativamente a fenomeni di portata globale, continuamente presenti nella storia umana, quali le migrazioni e i cambiamenti ecologici e climatici.

Per illustrare la formazione del sistema-mondo diseguale il testo usa una periodizzazione non eurocentrica, basata sulla successione a livello planetario dei grandi sistemi politico-economico-culturali (caccia e raccolta, tributarismo, mercantilismo, capitalismo). La periodizzazione scelta si avvale in particolare del concetto di tributarismo, introdotto dallo scienziato sociale egiziano Samir Amin per definire i sistemi politico-economico-culturali basati sul prelievo fiscale, il tributo appunto o rendita, in merci o in lavoro, operati da un’autorità verso i produttori primari (i contadini in primo luogo). Laddove l’autorità politica è centralizzata (Antico Egitto, Cina ecc.) si parlerà di “tributarismo centrale”, laddove invece gli addetti alla riscossione del tributo sono prevalentemente locali (Europa medioevale, Giappone) si parlerà di “tributarismo periferico” (utilizzando questa nozione al posto del più eurocentrico “feudalesimo”, “società feudale” ecc.)1

Le fonti ispiratrici di questo lavoro sono state le teorie e le opere storiche di Fernand Braudel, con un’attenzione particolare allo sviluppo originale che a esse hanno apportato Samir Amin e Immanuel Wallerstein, tra i massimi studiosi di scienze sociali della storia contemporanea (essendo Amin diretta espressione del Sud del mondo) e universalmente riconosciuti come due dei quattro fondatori della cosiddetta “teoria del sistema-mondo”, assieme ad Andre Gunder Frank e a Giovanni Arrighi. Altra fonte di grande rilevanza, in linea con gli autori citati, sono stati gli scritti di Erich Wolf.

Sulla storia precedente alla nascita della scrittura il contributo più importante è arrivato da Jared Diamond e dalle sue indagini di taglio biologico, geografico e storico-ecologico su come l’agricoltura si sia diffusa nel mondo.

Infine l’idea di una sintesi storica essenziale che considerasse le ineguaglianze internazionali, il ruolo delle donne e quello delle civiltà non europee è debitrice dell’approccio di Chris Brazier, autore di una breve storia del sistema-mondo, metodologicamente utile come esempio di selezione dei fatti storici essenziali alla formazione generale del lettore.

IV.

Spesso lo studio della storia è considerato qualcosa di noioso e di inutile e uno dei desideri di queste pagine è quello di provare a dimostrare che nessuna delle due cose è vera.

La storia diventa noiosa se è scritta in modo noioso, se ci si dimentica che è fatta di tante avventure che possono essere scritte e lette con passione, limitando le date e i nomi. Che sono comunque importanti (e per capirlo proviamo a immaginarci un romanzo in cui non ci siano i nomi dei protagonisti e non si capisca se una cosa sia successa prima o dopo l’altra). Ma che possono essere ridotti all’essenziale utilizzando un poco dello spazio risparmiato per spiegare come mai quell’avventura sia andata proprio in quel certo modo.

La storia diventa inutile se non serve a rispondere alle domande che ci sorgono spontanee oggi per risolvere i grandi problemi di chi legge questi testi e di chi abita il mondo adesso. Le domande possono essere mille e qui si proverà a rispondere solo a quelle che gli autori hanno giudicato più importanti. Solo alcuni esempi. Se negli anni la temperatura aumenta e il clima cambia, si può immaginare che non succeda niente di grave all’umanità? Le migrazioni possono essere evitate? La disuguaglianza tra i popoli può essere limitata? Le donne hanno meno diritti degli uomini perché la natura le ha fatte meno muscolose?

Ma per capire che la storia può offrire risposte alle domande del presente occorre anche liberarsi di un’altra idea sbagliata che suona più o meno così: “le soluzioni che si trovano oggi sono migliori di quelle che si trovavano nel passato”. Non è sempre vero (così come non è sempre vero il contrario). La popolazione dei Walser nelle Alpi europee costruiva nei secoli passati case che erano un modello di risparmio energetico molto più avanzato di quelle costruite intorno al 1960. I diritti delle donne presso gli antichi Egizi erano più avanzati di quelli riconosciuti da diversi Stati nel mondo all’inizio degli anni 2000. L’antichissimo concetto di “mandala indiano” applicato all’agricoltura di oggi permette di nutrire le popolazioni che abitano nelle zone di siccità, più efficacemente di altri ritrovati tecnologici. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

V.

Noi esseri umani siamo animali sociali, perché abbiamo molto bisogno dei nostri simili per vivere. Al momento della venuta al mondo siamo più fragili di altri tipi di cuccioli, nasciamo infatti senza sapere quasi nulla della realtà. Un uccellino nasce sapendo come si costruisce un nido, una piccola ape è in grado da subito di sapere su quali piante posarsi. Un cucciolo di essere umano invece non sa niente, è fatto per imparare, ma tutto ciò che impara gli deriva da altri esseri umani, a cominciare dalla madre con la quale ha bisogno di passare molto più tempo, rispetto agli altri animali, prima di rendersi autonomo.

Non avendo ricevuto dalla natura quasi nessuna conoscenza del mondo, il tanto che gli esseri umani sanno deriva da un insieme organizzato di conoscenze che vengono trasmesse non attraverso i geni innati, come negli altri animali pieni di “istinti”, ma attraverso la cultura, in senso lato, come modalità tipicamente umane di reagire alle circostanze e all’ambiente, non solo quindi linguaggio e sapere.

Senza cultura le persone non possono sopravvivere, la natura li ha fatti troppo deboli e ignari. Con la cultura, al contrario, gli esseri umani si impadroniscono di una quantità di conoscenze superiori a qualunque altro animale e in questo modo imparano a vivere in tutti gli ambienti naturali che il pianeta offre, dai ghiacci più gelidi ai deserti più bollenti. Quando si studia storia la cultura è quindi uno dei tre elementi da tenere in massima considerazione. La cultura racconta il modo in cui gli esseri umani nelle diverse epoche organizzano e trasmettono le conoscenze sul mondo, dal modo di coltivare gli ortaggi al modo di vestirsi, dal linguaggio alle tecniche per scrivere poesie raffinate, al linguaggio simbolico per riassumere in simboli e in equazioni matematiche l’immensa ricchezza della realtà e dell’universo.

Vivendo insieme (siamo “animali sociali”) gli esseri umani hanno bisogno di darsi reciprocamente alcune regole su cosa è giusto e non è giusto fare, per evitare caos e ingiustizie. Stabilire le regole, cercare di farle rispettare e giudicare chi le infrange significa fare politica, ossia occuparsi delle norme del vivere insieme. La politica è il secondo dei tre elementi da tenere in massima considerazione quando si studia storia, la storia osserva come le regole e il modo di elaborarle cambiano (e di molto) nel corso del tempo e nei diversi luoghi del mondo.

Infine gli esseri umani per vivere bene hanno bisogno di avere a che fare con oggetti di ogni tipo. Le bacche, i frutti e i semi che fin dall’antichità sono stati raccolti come cibo, così come i computer che le ultime generazioni usano per scrivere, comunicare, creare immagini sono esempi di oggetti utili per vivere bene. Ma raccogliere le piante o costruire computer richiede conoscenze (ossia cultura) e azioni (ossia lavoro), e siccome la natura non fa cadere nelle tasche degli esseri umani tutti gli oggetti di cui essi hanno bisogno, occorre che essi si organizzino per produrli e distribuirli. I modi in cui si lavora per produrre gli oggetti e i modi in cui ce li si distribuisce costituiscono la vasta nozione di “economia”, ossia il terzo e ultimo tra gli elementi importanti per lo studio della storia. Anche l’economia cambia molto nel tempo e nei luoghi. Anticamente ci si procurava gli oggetti raccogliendoli così come si trovavano nell’ambiente circostante, poi si è cominciato a produrli intenzionalmente, attraverso l’agricoltura e l’allevamento e attraverso l’artigianato, poi ancora la rivoluzione industriale ha reso disponibili tantissimi nuovi oggetti di cui oggi pare impossibile fare a meno.

Questo libro parla quindi di come gli esseri umani in tutto il mondo hanno scambiato conoscenze (ossia “cultura”), di quali “regole” si sono dati per gestire liti di condominio o imperi immensi, di quali sono stati i modi migliori di organizzare l’economia, per poter avere senza troppi sforzi cibo, vestiti, automobili o smartphone.

VI.

Un’ultima osservazione. Le conoscenze prodotte dalle culture, e gli oggetti prodotti dalle economie sono materia di scambio tra esseri umani da sempre e da qualche millennio gli scambi sono avvenuti lungo distanze anche intercontinentali. Questo significa che gli imperi, gli Stati, le città e tutti i territori gestiti da un potere politico non sono mai rimasti uguali a se stessi perché da mondi vicini e lontani sono arrivate continuamente idee, persone, merci, tecnologie nuove che si mescolavano con quelle interne e le mutavano, rendendo la vita estremamente varia e degna di essere raccontata sotto forma di storia dell’umanità.

Questi fenomeni prendono nomi diversi: intercultura, interdipendenza, relazioni sistemiche ecc. Un antropologo statunitense alcuni decenni fa li ha spiegati per mezzo di un breve racconto. Tanto più significativo perché reso nel paese, gli Stati Uniti d’America, nel quale la concezione della “superiorità bianca” è un tenace pregiudizio. Chiudiamo lasciandogli la parola:

“Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel Vicino Oriente, ma che venne poi modificato nel Nord Europa. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originario del Vicino Oriente, o di lana di pecora, animale addomesticato sempre nel Vicino Oriente.

Si infila quindi i mocassini, inventati dagli Indiani delle contrade boscose del Nord-Est americano, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane.

Lì si toglie il pigiama, indumento creato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche.

Poi si fa la barba, rito masochistico che deriva forse dai Sumeri o forse dagli antichi Egizi.

Uscendo da casa si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete, antica invenzione della Lidia.

A pranzo viene a contatto con una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta in India del Sud; la sua forchetta ha origini medioevali italiche; il cucchiaio è un derivato dell’originale romano.

Quando il nostro amico ha finito di mangiare si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un’abitudine degli Indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile.

Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi Semiti, su di un materiale creato in Cina e secondo un procedimento di origine cinese e tedesco.

E mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, con un linguaggio indoeuropeo finalmente ringrazia una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano” (Adattamento da uno scritto di Ralph Linton del 1936).

SINTESI DELL’OPERA

In queste tre parti del saggio si racconta la storia di come donne e uomini nei secoli e nei millenni siano arrivati a creare il sistema-mondo di oggi. Un sistema in cui tutte le parti del pianeta sono collegate tra loro, ma in cui al contempo la diseguaglianza è molto alta, i diritti delle donne fanno fatica ad affermarsi, i migranti attraversano mari e terre pieni di pericoli e i rischi che la natura si rivolti contro gli esseri umani sono sempre più grandi.

La storia insegna che non è sempre stato così e non è quindi inevitabile che sia così. Vi sono state epoche di maggiore eguaglianza, epoche in cui le donne godevano di molti diritti, periodi in cui gli esseri umani non mettevano a rischio quella natura di cui pure non possono fare a meno, perché natura essi stessi. Studiare queste epoche e capire come siamo arrivati al punto di oggi ci può aiutare a indirizzare i tempi futuri verso mete più desiderabili delle attuali per le tante persone che abitano il pianeta.

Per capire come si sia formato il sistema-mondo attuale, le tre parti espongono una storia di interconnessioni crescenti: gruppi di donne e uomini dapprima separati cominciano ad entrare in relazione, a volte di conflitto, altre volte di scambio. Scambio di merci utili, di scienze, di arti e di religioni.

All’inizio vedremo come i cambiamenti climatici agiscono sulla diffusione degli esseri umani nelle diverse aree sul pianeta, in alcune delle quali possono insediarsi anche perché la scoperta delle modalità di controllo del fuoco permette loro di proteggersi dal freddo e dagli animali aggressivi. Poi vedremo come una stagione climatica fortunata e lunga favorisca la nascita dell’agricoltura e con essa la nascita delle città e poi degli imperi. E se per lungo tempo gli imperi sono più o meno isolati gli uni dagli altri, le strade, le carovane, le navi favoriscono l’avvicinamento e l’aumento delle relazioni e degli scambi. Dall’epoca delle conquiste asiatiche di Alessandro il Macedone detto anche Alessandro Magno, e dei primi grandi imperi indiani e cinesi (tra i 300 e i 200 anni circa prima della nascita di Cristo) queste relazioni divengono molto più strette dando vita a quella che venne poi chiamata la “Via della seta”. A rafforzarle ulteriormente interverranno poi soprattutto l’enorme impero islamico, ma anche il breve, ma immenso impero mongolo e i molti viaggi e le scorrerie dei vichinghi.

Fino alla svolta iniziata nel XVI secolo, quando gli europei connettono anche Americhe e Australia con il resto del mondo, e cominciano ad andare negli altri continenti non solo per scambiare merci e idee, ma anche per conquistarne i territori e per imporre che questi continenti producano le merci per le classi europee più potenti. Questa svolta segnerà l’inizio di un sistema-mondo profondamente diverso da quello conosciuto tra il 300-200 a.C (l’era di Alessandro Magno, degli imperi Han in Cina e Maurya in India) e il 1500.

Nel nuovo sistema-mondo, inaugurato dalle espansioni marittime degli Stati europei, con il colonialismo e poi con l’imperialismo, le vicende interne della maggior parte dei territori saranno molto meno autonome e molto più dirette dall’esterno nell’economia, nella politica, nella cultura. E da allora fino al 1800 cominceranno a crescere le disuguaglianze internazionali.

Vedremo infine come dal 1800 in poi il sistema-mondo, a causa della nascita e dello sviluppo del capitalismo industriale, approfondirà di molto le interconnessioni economiche, politiche e culturali fra le diverse parti del pianeta, ma vedrà anche la crescita dell’accentramento del potere in poche mani e di quelle grandi diseguaglianze e quei rischi ambientali di cui si diceva all’inizio.

1La nascita del Medioevo sarà pertanto retrodatata e coinciderà con la formazione delle grandi formazioni tributarie centrali nate tra il IV e il III secolo a. C. in Medio Oriente, India e Cina.

NB lo schiavismo non costituisce un riferimento per la periodizzazione, esso si ritrova infatti all’interno di tutti gli altri sistemi politico-economico-culturali descritti ed è pertanto definibile come fenomeno “interstiziale”.

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