Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

27 Luglio 2021

Rassegna anno II/n. 27

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I titoli

Tunisia: Coprifuoco e chiusura degli uffici pubblici, dopo gli scontri tra sostenitori e avversari del presidente Saied. Il premier annuncia che consegnerà i poteri di governo a chi sarà incaricato.

Iraq: Il Kurdistan iracheno costituirà una propria banca centrale; una sfida al governo federale.

Iran: Le manifestazioni di protesta si estendono alla capitale. In piazza i commercianti contro le interruzioni dell’energia elettrica.

Palestina Occupata: Protesta delle comunità di pastori contro la sostituzione etnica israeliana.

Libano: Il discusso miliardario Miqati incaricato di formare il governo.

Le notizie

Tunisia

Le decisioni del presidente tunisino sono un terremoto politico. Congelare il Parlamento e mandare a casa il governo, facendo dimettere i ministri degli Interni, della Difesa e della Giustizia sono una sfida al partito Ennahda e rischiano di trascinare il paese nelle violenze. Il presidente si è basato per decidere le sue mosse sull’art. 80 della Costituzione, ma è un’interpretazione estensiva che non corrisponde alla realtà dei fatti. L’articolo parla di assunzione delle funzioni esecutive da parte del presidente, in caso di pericolo per l’indipendenza del paese. Ennahda ha gridato al golpe e ha deciso di presidiare il Parlamento, ma il leader Ghannouchi ha trovato le porte sbarrate dalle forze di sicurezza e dall’esercito. Manifestazioni pro e contro Saied si sono svolte nella capitale, con scontri a distanza perché la polizia ha separato i due gruppi. Ci sono stati diversi feriti ma non gravi, a causa del lancio reciproco di pietre e bottiglie. Il sindacato ha condannato ogni violenza ed ha chiesto alle parti di ricomporre la crisi istituzionale e politica, con il dialogo e in tempi stretti. Le forze di sicurezza hanno chiuso la sede della redazione di Al-Jazeera (pro islamisti) e manifestanti di Ennahda hanno attaccato la redazione di Al-Arabiya (pro Saied). Durante la giornata di ieri si sono susseguite le prese di posizione dei partiti dell’opposizione, che prevalentemente hanno condannato la mossa del presidente, ma addossando alla coalizione governativa la responsabilità di aver tirato troppo la corda, con una politica economica che favorisce pochi e un’incapacità di gestire la pandemia. Il più duro attacco a Saied viene dalla sinistra (all’opposizione). Il Partito dei lavoratori, in un comunicato, ha affermato che “il passo di Saied va nella direzione di riportare il paese sotto la dittatura di un uomo solo”. Il premier Msheishi ha affermato – in un gesto distensivo – che consegnerà i poteri di governo a chi sceglierà il presidente. In un decreto presidenziale, Saied ha imposto il coprifuoco, il divieto di assembramenti e la chiusura per due giorni degli uffici pubblici, tranne sanità, polizia e esercito.

Iraq

Il Kurdistan iracheno si accinge a creare una propria Banca centrale. La motivazione ufficiale sarebbe quella di far fronte alle difficoltà finanziarie della regione autonoma, che ha accumulato 30 miliardi di dollari di debito. La vicenda sembra molto più complessa di questa semplificazione e non si potrebbe celare il motivo politico di ricatto nei confronti del governo federale di Baghdad, che aveva ridotto le spettanze del Kurdistan, dal bilancio nazionale, al 12% invece del precedente 17%. Questo annuncio va nella stessa direzione del referendum per l’indipendenza del 2017, vinto nelle urne, ma perso nel confronto con Baghdad e che ha rischiato di trascinare il paese in un’altra guerra civile.

Iran

Si sono estese anche a Teheran le proteste popolari, questa volta contro le interruzioni della fornitura di elettricità. Lo afferma la stessa tv di Stato, che nel notiziario di mezzogiorno di ieri ha riportato immagini senza audio, commentando che sono stati gridati slogan politici. Il ministero dell’energia ha ribadito che le interruzioni sono programmate e sono state necessarie per far fronte all’aumento della richiesta per le alte temperature estive oltre alla diminuzione di produzione delle centrali idroelettriche a causa delle scarse precipitazioni. Nel Khuzestan proseguono le manifestazioni contra la scarsezza dell’acqua dal 15 luglio.

Palestina Occupata

I beduini di Ras Teen, a 20 km da Ramallah, hanno organizzato una giornata di protesta sulle loro terre confiscate dall’esercito israeliano. Denunciano il piano di sfratto che le forze di occupazione stanno mettendo in atto per sostituire le loro comunità pastorizie con colonie di ebrei israeliani. La comunità è costituita da 350 persone, compresi i bambini, e l’unica loro ricchezza sono i greggi di pecore. Da 20 anni l’esercito di Tel Aviv ha imposto loro la sedentarietà, impedendo la transumanza verso la valle del giordano. Adesso il governo israeliano ha deciso di sloggiarli. A giugno l’esercito ha demolito le baracche degli animali, distrutto le loro tende e forato a colpi di mitra i serbatoi dell’acqua. La zona della loro comunità è classificata con la lettera C nei famigerati accordi di Oslo, cioè sotto il controllo civile e militare israeliano. I soldati hanno “consigliato” loro di trasferirsi in altri terreni classificati nelle aree A (sotto l’ANP) oppure B (controllo misto). La politica di sostituzione etnica è palese alla luce del fallito piano della “frode del secolo”, annunciato da Trump e Netanyahu, per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Le cartine che sono state illustrate alla Casa Bianca prevedevano l’annessione del 30% dei territori della Cisgiordania allo Stato di Israele. Secondo i dati dell’ONU, negli ultimi 10 anni, 110 mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro terre. Una Nakba continua.

Libano

Il presidente Aoun ha incaricato il discusso miliardario, Nagib Miqati, di formare il governo. Le consultazioni con i gruppi parlamentari hanno fatto propendere per questa scelta, dopo il consenso di Hezbollah e Al-Mustaqbal di Hariri. Miqati è il terzo incaricato dalla strage del porto di Beirut, che aveva portato alle dimissioni dell’allora governo Diyab. La prassi del sistema politico libanese è quella della spartizione degli incarichi istituzionali in forma confessionale. Un presidente cristiano, un primo ministro musulmano sunnita e un presidente del Parlamento musulmano sciita. Una democrazia azzoppata, che esclude l’entrata in parlamento ai partiti non confessionali. Una delle rivendicazioni dei moti del 2019 è stata quella di una legge elettorale sulla base della cittadinanza e non della fede di appartenenza: “una testa, un voto” su base nazionale.

Miqati non gode un consenso popolare e già Domenica sera, appena si è diffusa la previsione di essere indicato come premier, centinaia di manifestanti hanno protestato davanti alla sua abitazione.

Di fronte a questo governo ci sono sfide enormi per raddrizzare l’economia e la finanza libanesi. Malgrado l’emergenza, l’elite politica si è chiusa in una sfida all’ultimo coltello, senza badare alle conseguenze per la popolazione, impoverita e senza elettricità, medicine e carburanti. A Parigi si terrà, il 4 agosto, primo anniversario della strage del porto, un seminario dell’ONU per rinnovare il programma di aiuti umanitari al Libano.

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