Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

24 agosto 2021

Rassegna anno II/n. 55

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Editoriale: La Democrazia non si esporta, si conquista.

di Farid Adly

Leggo sui media analisi distorte sulla disastrosa fine dell’occupazione statunitense e dei paesi della Nato in Afghanistan. Viene negato il fallimento dell’operazione scaturita dalla vendetta di Bush per i 3000 morti delle Torri Gemelle, nel nome della lotta al terrorismo qaedista. Il tema centrale che si vuole sviluppare è quello della validità del concetto di “esportazione della democrazia”, qualche volta scritta con la D maiuscola. Alcuni commentatori usano questi temi per fini di politica interna. Si prende di mira chi argomenta sulla caduta di Kabul, sostenendo che l’errore fondamentale era stato il tentativo di camuffare l’intervento bellico con slogan devianti, coprendolo con una foglia di fico.

La democrazia non si esporta, ma si conquista!

Nessuna potenza occidentale ha il copyright sul diritto alla libertà. Va ricordato a tutti che l’Europa è stata la madre che ha dato i natali a fascismo e nazismo e non può dare lezioni a nessuno. Le teorie razziste, sul deficit democratico di certi popoli, ignorano che la democrazia è un processo sociale che va di pari passo con lo sviluppo economico. Le dottrine politiche non hanno l’impronta etnica, ma sono condizionate dal modo di produzione. Tutte le analisi che non prendono in considerazione il contesto storico peccano di un pregiudizio che parte dalla falsa superiorità dell’uomo bianco.

In secondo luogo le bombe non portano mai libertà, ma morte. Nella condotta dei Bush, che hanno scatenato le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (1991 e 2003), non c’è nulla di democratico, ma soltanto violazione dei diritti, uccisioni e distruzioni. Gli eserciti Usa e dei paesi Nato hanno sperimentato nuove armi e imposto il loro dominio su uno scacchiere strategicamente importante per i loro interessi, quello dell’Asia centrale e del Golfo arabo-persico.

Guardare agli eventi soltanto dal punto di vista occidentale e non ascoltare anche le voci dei popoli oppressi è un limite che porta ogni discussione fuori strada. Tutti i popoli aspirano alla libertà e per realizzarla sono stati disposti, e lo sono tuttora, a molti sacrifici. Nessuno aspetta l’elemosina dei paesi capitalistici e soprattutto si dovrebbe avere la consapevolezza che le guerre e la vendita di armi non aiutano le forze democratiche nel sud del mondo, anzi consolidano i regimi dispotici e corrotti amici dell’Occidente. Gli esempi dell’Arabia Saudita e dell’Egitto sono lampanti. I fratelli e le sorelle afgane di orientamento democratico e progressista, dopo 20 anni di occupazione, non partono dal punto zero, ma da molto e molto più indietro: i fondamentalisti adesso sono visti dalla povera gente come dei liberatori che hanno sconfitto la più grande macchina da guerra. Gli effetti sulle altre realtà, dal Medio Oriente all’Africa, si faranno sentire con una nuova ondata di integralismo soffocante ed assassino.

Agli strateghi delle capitali dell’opulenza questo effetto domino è un aspetto collaterale di seconda importanza, perché saranno altri a pagarne l’alto prezzo; infatti, il jihadismo ha mietuto più vittime tra i popoli di fede islamica.

A 20 anni di distanza rinnovo il mio appello: “Occidentali, non vendeteci più armi!”

I titoli

Afghanistan: Ancora caos all’aeroporto di Kabul. Un soldato afgano ucciso da uomini armati. I Taliban respingono l’ipotesi di rinvio del ritiro delle truppe straniere dopo il 31 agosto.

Tunisia: Il presidente Saied ha prorogato a tempo indeterminato lo stato d’emergenza e la sospensione del Parlamento.

Eritrea: Washington impone sanzioni contro il capo dell’esercito eritreo per i crimini compiuti in Tigray.

Turchia: Muri contro i profughi afgani provenienti dall’Iran.

Palestina: Raid aereo israeliano su Gaza.

Siria: Attentati e bombardamenti nel nord del Paese.

Iraq: Annunciata una conferenza al vertice per ridurre la tensione nel Golfo. Si attende la partecipazione di re Soliman e del presidente Raissi.

Le notizie

Afghanistan

I taliban hanno annunciato che la formazione del loro governo sarà resa pubblica soltanto dopo la partenza dell’ultimo soldato straniero ed hanno respinto le proposte di rinviare il ritiro delle truppe USA e Nato oltre la data prefissata del 31 agosto. Il portavoce a Kabul, Sohail Shahin, ha affermato che: “Ci saranno conseguenze ad una simile evenienza, minandola fiducia tra l’amministrazione Biden e il movimento. La nostra reazione non tarderà”. Nell’aeroporto, ieri, c’è stata una sparatoria tra soldati afgani e uomini armati, conclusasi con l’uccisione di un militare e diversi feriti.

Secondo fonti taliban, sono state inviate formazioni di miliziani per il controllo della valle del Panshir, dove si è formato un fronte di resistenza guidato da Ahmed Massoud. Questi ha dichiarato che le sue milizie sono pronte alla resistenza in caso di fallimento delle trattative. La zona è stata sempre la roccaforte degli anti taliban e il movimento non ha mai potuto dominarla neanche nel periodo antecedente l’invasione statunitense (1996-2001) e ha fatto ricorso all’assassinio del leader Massoud, “Il leone del Panshir”, padre dell’attuale Ahmed, con un attentato eseguito da due finti giornalisti arabi che avevano nascosto l’esplosivo nella videocamera, due giorni prima della strage delle due Torri Gemelle.

Tunisia

Il presidente tunisino ha rinnovato le misure d’emergenza a data da destinarsi. Un mese fa il presidente Saied aveva dimissionato il governo e sospeso il Parlamento. Una misura temporanea che doveva durare soltanto 30 giorni, invece oggi diventa permanente. Durante questo periodo il paese è rimasto senza un governo in carica e le funzioni dell’esecutivo sono state assunte dallo stesso presidente. Una forzatura della Costituzione che adesso è alla prova della credibilità. Questa odierna decisione mette il paese su un binario pericoloso di concentrazione dei poteri non motivata. Le ultime misure di arresti domiciliari o divieto di espatrio contro ex ministri, deputati e giudici hanno creato malumori. 42 giudici hanno firmato un documento di condanna della procedura che travalica i compiti dell’esecutivo. Arresti e divieti di espatrio sono stati motivati con la lotta alla corruzione.

Eritrea

II capo di Stato maggiore delle Forze Eritree di Difesa (EDF), Filipos Woldeyonnes è stato inserito nella lista nera del Dipartimento del Tesoro statunitense. La decisione è stata presa in relazione alle violazioni dei diritti umani, degli abusi sessuali, dei massacri che l’EDF ha compiuto durante le operazioni in Tigray. Andrea Gacki, direttrice controllo delle attività estere del Dipartimento del Tesoro, ha scritto che “È urgente che l’Eritrea ritiri le proprie forze dall’Etiopia ed è necessario che le forze in campo decidano il cessate il fuoco e aprano negoziati per far finire gli abusi e le violazioni dei diritti umani”. Il governo di Asmara ha inviato le proprie truppe in Tigray in supporto all’esercito di Addis Abeba. Secondo molte testimonianze, raccolte dalle ONG internazionali tra i profughi, i soldati eritrei hanno compiuto stupri e violenze inaudite contro la popolazione tigrina.

Turchia

Il governo di Ankara ha avviato il prolungamento di un muro sui confini con l’Iran per altri 64 km, con l’obiettivo di fermare il flusso dei rifugiati afgani. Gli oltre 500 km di confine tra Iran e Turchia dal 2017 sono custoditi con un muro alto tre metri, oltre a filo spinato e trincee profonde. I trafficanti di esseri umani lucrano sulla tragedia che vive la popolazione afgana e predispongono viaggi avventurosi nelle montagne di confine. Lo scorso sabato la polizia di frontiera turca ha fermato 29 persone nascoste in un rudere, in attesa del passatore. Alcuni di loro hanno raccontato di aver viaggiato a piedi per più di 80 giorni. Secondo stime approssimative, in Turchia ci sono 180 mila profughi afgani regolari e altri 120 mila non registrati. Le operazioni di rimpatrio sono state bloccate dopo la caduta di Kabul nelle mani dei taliban.

Palestina

I caccia di Tel Aviv hanno bombardato Gaza, in risposta al lancio di palloni incendiari verso il territorio israeliano. Secondo fonti sanitarie palestinesi non ci sono state vittime, ma soltanto danni materiali. L’esercito ha informato che i suoi aerei sono stati oggetto di colpi di antiaerea ma senza danni. La striscia di Gaza è assediata da Israele da 14 anni e l’embargo rappresenta la lenta morte per 2 milioni di palestinesi. La situazione è aggravata inoltre dalla diffusione del Covid-19.

Il ministero della sanità ha annunciato un programma di incentivi per convincere la popolazione sopra i 55 anni a vaccinarsi. Ogni giorno verranno estratti 10 vincitori di un premio di 200 dollari e alla fine del mese un fortunato tra i vaccinati vincerà 2000 dollari. Inoltre il governo di Ramallah ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per tutti i funzionari che hanno rapporti con il pubblico. Alla conclusione del mese, i dipendenti non vaccinati avranno ferie non pagate fino alla data della vaccinazione. Le misure sono state prese dopo la registrazione della terza ondata di contagi.

Siria

Un attentato terroristico è avvenuto nella cittadina di Izaz, nella provincia di Aleppo. La bomba ha causato morti e feriti, oltre ai danni materiali. Nessuna rivendicazione, ma il dito accusatorio è rivolto contro Daiesh (Isis) che contende il controllo del territorio con Tahrir Sham (il qaedista ex Fronte Nusra). Nella provincia di Idlib, i caccia russi hanno colpito la cittadina di El-Bara. Dall’inizio di maggio è in corso nella zona un’offensiva dei governativi sostenuta dall’aviazione di Mosca.

Iraq

Il premier Al-Kadhimi ha annunciato che sono in corso i preparativi per un vertice regionale con l’obiettivo di mettere fine all’instabilità nel Golfo. I capi di Stato di: Francia, Egitto, Iran e Giordania hanno accettato l’invito alla partecipazione, si attende quello dell’Arabia Saudita. Baghdad sta tentando di giocare un ruolo di mediatore nel tentativo di risoluzione dei teatri di crisi mediorientali, anche per garantirsi una maggiore stabilità interna. Funzionari iraniani e sauditi si erano già incontrati a giugno nella capitale irachena per discutere della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Riad e Teheran, interrotte dal 2016.

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