Editoriale: La Democrazia non si esporta, si conquista.

di Farid Adly

Leggo sui media analisi distorte sulla disastrosa fine dell’occupazione statunitense e dei paesi della Nato in Afghanistan. Viene negato il fallimento dell’operazione scaturita dalla vendetta di Bush per i 3000 morti delle Torri Gemelle, nel nome della lotta al terrorismo qaedista. Il tema centrale che si vuole sviluppare è quello della validità del concetto di “esportazione della democrazia”, qualche volta scritta con la D maiuscola. Alcuni commentatori usano questi temi per fini di politica interna. Si prende di mira chi argomenta sulla caduta di Kabul, sostenendo che l’errore fondamentale era stato il tentativo di camuffare l’intervento bellico con slogan devianti, coprendolo con una foglia di fico.

La democrazia non si esporta, ma si conquista!

Nessuna potenza occidentale ha il copyright sul diritto alla libertà. Va ricordato a tutti che l’Europa è stata la madre che ha dato i natali a fascismo e nazismo e non può dare lezioni a nessuno. Le teorie razziste, sul deficit democratico di certi popoli, ignorano che la democrazia è un processo sociale che va di pari passo con lo sviluppo economico. Le dottrine politiche non hanno l’impronta etnica, ma sono condizionate dal modo di produzione. Tutte le analisi che non prendono in considerazione il contesto storico peccano di un pregiudizio che parte dalla falsa superiorità dell’uomo bianco.

In secondo luogo le bombe non portano mai libertà, ma morte. Nella condotta dei Bush, che hanno scatenato le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (1991 e 2003), non c’è nulla di democratico, ma soltanto violazione dei diritti, uccisioni e distruzioni. Gli eserciti Usa e dei paesi Nato hanno sperimentato nuove armi e imposto il loro dominio su uno scacchiere strategicamente importante per i loro interessi, quello dell’Asia centrale e del Golfo arabo-persico.

Guardare agli eventi soltanto dal punto di vista occidentale e non ascoltare anche le voci dei popoli oppressi è un limite che porta ogni discussione fuori strada. Tutti i popoli aspirano alla libertà e per realizzarla sono stati disposti, e lo sono tuttora, a molti sacrifici. Nessuno aspetta l’elemosina dei paesi capitalistici e soprattutto si dovrebbe avere la consapevolezza che le guerre e la vendita di armi non aiutano le forze democratiche nel sud del mondo, anzi consolidano i regimi dispotici e corrotti amici dell’Occidente. Gli esempi dell’Arabia Saudita e dell’Egitto sono lampanti. I fratelli e le sorelle afgane di orientamento democratico e progressista, dopo 20 anni di occupazione, non partono dal punto zero, ma da molto e molto più indietro: i fondamentalisti adesso sono visti dalla povera gente come dei liberatori che hanno sconfitto la più grande macchina da guerra. Gli effetti sulle altre realtà, dal Medio Oriente all’Africa, si faranno sentire con una nuova ondata di integralismo soffocante ed assassino.

Agli strateghi delle capitali dell’opulenza questo effetto domino è un aspetto collaterale di seconda importanza, perché saranno altri a pagarne l’alto prezzo; infatti, il jihadismo ha mietuto più vittime tra i popoli di fede islamica.

A 20 anni di distanza rinnovo il mio appello: “Occidentali, non vendeteci più armi!”

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