Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

10 ottobre 2021

Rassegna anno II/n. 102

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I titoli

Editoriale: Elezioni irachene senza prospettive di cambiamento.

Libia: Scontri tra milizie creano il caos a Tripoli. Per l’OIM, sei migranti morti durante la fuga da un centro di detenzione; il governo smentisce, ma chiede scusa per il trattamento carcerario dei richiedenti asilo.

Afghanistan: Primo incontro a Doha tra rappresentanti di Kabul e Washington, dopo il ritiro USA.

Libano: Un paese al buio dopo il blocco delle due principali centrali elettriche per mancanza di carburanti.

Iran: Morto in esilio in Francia Bani Sadr, primo presidente dell’Iran dopo la caduta dello scià.

Palestina Occupata: Una sentenza di un giudice israeliano conferma il divieto agli ebrei di pregare nelle spianate delle moschee a Gerusalemme Est.

Le notizie

Editoriale

A trent’anni anni dalla guerra di Bush padre (17 gennaio 1991) e a diciotto anni dall’invasione di Bush figlio (19 marzo 2003), l’Iraq si trova di fronte a scelte politiche importanti in queste elezioni che si svolgono oggi, le quinte dal 2003. L’esportazione della democrazia si è rivelata una favola per far digerire all’opinione pubblica mondiale l’uso della guerra per dominare un’area strategica come quella del Golfo arabo-persico. La dittatura di Saddam Hossein non aveva legami con Al-Qaeda, ma con l’arrivo dei soldati statunitensi la rete terroristica si è insediata e i suoi discepoli sono passati al più estremista e sanguinario Daiesh (Isis) che ha occupato, per tre lunghi anni, dal 2014 al 2017, un terzo del paese per ricostruire il falso califfato. Le armi di distruzione di massa non sono mai state trovate, anche perché non ce n’eano. (Vedi rapporti della commissione Intelligence del Senato USA ed il rapporto britannico Crichet). Il sistema politico insediato dagli statunitensi ha spalancato le porte alla corruzione più spinta, basti ricordare il governo Bremer, da quel bilancio disastrato dello Stato iracheno sono stati dilapidati, fino al 2019, ben 450 miliardi di dollari in tangenti e ruberie varie. Il risultato delle sciagurate scelte guerrafondaie è sotto gli occhi di tutti: un paese diviso, minacciato dal terrorismo, insediato dalle potenze regionali confinanti (Iran e Turchia), eroso dalla corruzione e, malgrado le ricchezze petrolifere (L’Iraq è il secondo produttore di greggio dell’OPEC), è carente la produzione di energia elettrica, i servizi nella sanità e nell’istruzione sono al collasso e la disoccupazione è al 27%, specialmente quella giovanile che è al 35%. Inoltre, i soldati statunitensi sono ancora presenti nel paese, anche se con il pretesto della lotta al terrorismo daieshista. In una parola, il paese non è indipendente.

Queste elezioni anticipate sono il risultato delle pressioni popolari espresse nelle manifestazioni di massa dell’ottobre 2019. Un movimento prevalentemente giovanile, che rivendicava occupazione e lotta alla corruzione con mobilitazioni pacifiche che hanno occupato le piazze nelle principali città irachene. È stato affrontato dalle milizie con un’azione repressiva spietata e con assassinii mirati e rapimenti dei leader. Crimini rimasti impuniti, perché a compierli sono state influenti correnti del Hashd Shaabi (Mobilitazione Popolare), milizie ingaggiate dal governo per la lotta contro il terrorismo jihadista, ma fuori dal controllo degli organi statali militari e della sicurezza. La pandemia del Covid19 ha imposto al movimento di protesta di abbandonare il campo e trasferire le sue azioni sui social.

Queste elezioni anticipate sono la promessa del premier Al Kadhimi, che è stato nominato dopo che il movimento ha fatto fallire due tentativi precedenti di premier incaricati, vicini alle forze politiche filo-iraniane.

L’attuale premier aveva coperto il ruolo di capo dei servizi di sicurezza dal 2016 fino al momento dell’incarico governativo, nel maggio 2020. In un anno e mezzo, Al Kadhimi ha creato le condizioni per un suo secondo incarico. Amico degli Stati Uniti, ma non nemico dell’Iran, è riuscito ad evitare che l’Iraq diventasse un campo di battaglia tra i due sfidanti, dopo l’assassinio del generale iraniano Soleimany nell’aeroporto di Baghdad. Ha ripreso l’iniziativa, per dare un ruolo all’Iraq nello scenario arabo, con l’alleanza economica insieme al Cairo ed Amman, oltre alla mediazione tra Arabia Saudita e Iran, per smussare le tensioni nella regione e la ripresa delle loro relazioni diplomatiche, interrotte dal 2016. Sul fronte interno, il governo non ha riportato risultati significativi, anche a causa dell’emergenza Covid ed il conseguente calo dei prezzi petroliferi, principale fonte delle entrate statali. La sfida terroristica è dietro l’angolo e le divisioni etnico-confessionali sono la costante che caratterizza le alleanze politiche. A suo favore gioca la debolezza delle coalizioni e la parcellizzazione dei partiti. Secondo i sondaggi, nel prossimo Parlamento non ci sarà nessuna maggioranza per le coalizioni che si presentano alle urne. Al Kadhimi non ha creato un proprio partito, ma lo sostengono i seguaci dell’imam Muqtada Sadr, che le previsioni danno come il maggiore gruppo parlamentare e si è garantito anche l’alleanza con i due partiti curdi, con la promessa di risolvere i contenziosi tra Baghdad ed Erbil, in materia di trasferimenti di bilancio.

Se le previsioni dei sondaggi saranno confermate, l’Iraq con altri 5 anni di governo Al Kadhimi potrà riprendere il suo ruolo nello scenario mediorientale e creare le condizioni per una ripresa dell’economia e far fronte alle necessità occupazionali ed al miglioramento dei servizi erogati alla popolazione.

Non sono cambiamenti radicali, ma passi importanti per rispondere anche se parzialmente alle parole d’ordine di Maydan Tahrir (Piazza della Liberazione).

Libia

Scontri a fuoco tra due milizie ingaggiate dal governo hanno creato il caos nella capitale Tripoli, nella notte tra venerdì e sabato. Due morti e decine di feriti tra la “Forza di Stabilizzazione” alle dipendenze del Ministero dell’Interno; ad attaccare è stata una milizia denominata “301”, al servizio del Ministero della Difesa. Secondo informazioni ufficiose, il motivo dell’attacco è il tentativo di liberare una donna arrestata dalla polizia per motivi di vendita illegale di alcolici. La donna sarebbe parente di un capo della “301”. La sparatoria, avvenuta sulla strada per l’aeroporto, ha interessato una zona vicina ad un centro di detenzione per migranti. Centinaia di loro sono riusciti, nel fuggi fuggi generale, a prendere la strada della libertà. 2000 secondo fonti governative. Il ministro dell’interno ha riferito che un migrante è morto schiacciato dalla folla durante la fuga. Un rappresentante dell’OIM, invece, ha dichiarato che i morti sarebbero sei, caduti sotto i colpi dei mitra delle guardie, ma la dichiarazione è stata smentita dal Ministero dell’Interno. Il centro di detenzione di Al-Mabani ha la capacità di 1000 posti, ma vi sono ammassati oltre tremila persone, con 800 donne e 200 minorenni. L’OIM, che ha sempre denunciato queste condizioni disumane, ha deciso di abbandonare l’ufficio di Tripoli. Il Consiglio Presidenziale ha pubblicamente chiesto scusa ai migranti per il trattamento ricevuto ed ha assicurato ai fuggiaschi la protezione e tutte le cure necessarie. Per coloro che invece sono rimasti nel centro ha annunciato che saranno trasferiti in abitazioni e per chi ha una professione, sarà garantito un lavoro. Mussa El-Kuni, membro del Consiglio Presidenziale, ha rivolto all’Unione Europea l’appello di rispettare gli accordi per l’accoglienza dei richiedenti asilo ed ai paesi di origine di organizzare il rimpatrio dei loro cittadini. Se si dovesse passare dalle parole ai fatti, forse sarebbe la volta buona per un cambiamento radicale nelle politiche securitarie del governo libico in materia di migrazioni.

Afghanistan

Secondo giorno negli incontri a Doha tra la delegazione taliban e quella statunitense. È la prima trattativa tra Washington e Kabul, dopo la partenza delle truppe USA dall’Afghanistan. La delegazione afghana è guidata da Amir Khan Muttaqi, ministro degli esteri del governo provvisorio costituito dai taliban. La delegazione di Washington è formata da funzionari del Dipartimento di Stato, dalla Cia e dall’agenzia USAid. Gli argomenti affrontati sono: aiuti alla popolazione e corridoi sicuri per l’espatrio dei cittadini USA e dei collaboratori afghani. L’incontro non è un riconoscimento del nuovo governo di Kabul, ma è un primo contatto per dipanare questioni complesse, tra queste i taliban chiedono la fine sia del congelamento dei fondi della Banca centrale afghana sia dei sorvoli sui cieli dell’Afghanistan di aerei e droni USA.

Oggi si terrà anche un incontro con una delegazione dell’UE.

Iran

Il primo presidente della Repubblica Islamica, Abu Al-Hassan Bani Sadr è morto ieri a Parigi, all’età di 88 anni. È stato un oppositore del regime dello scià, esule in Francia dal 1963 al ’79 e poi consigliere dell’Imam Khomeini durante il suo esilio parigino, accompagnandolo a Teheran dopo la vittoria della rivolta popolare. È stato estromesso dall’incarico presidenziale un anno e mezzo dopo, a causa del suo tentativo di impedire al clero sciita di impadronirsi del potere politico. Fuggito nel 1981 su un aereo militare per raggiungere Parigi, dove ha ottenuto l’asilo politico. Ha fatto parte del Consiglio della Resistenza iraniana, ma lo ha abbandonato tre anni dopo, nel 1984.

Libano

Un paese al buio.

Le due centrali elettriche libanesi sono cessate di funzionare per mancanza di carburante. Lo ha annunciato la società elettrica nazionale, informando che l’interruzione dell’elettricità potrà durare diversi giorni. La crisi dei carburanti perdura da diversi mesi e il governo e la banca centrale non sono riusciti a garantire la copertura finanziaria per l’importazione del petrolio. La maggior parte della popolazione si fornisce di generatori privati che funzionano a gasolio, ma anche quello scarseggia sul mercato interno. Il timore maggiore è per la fornitura dell’acqua potabile e per i forni del pane.

Palestina Occupata

Un giudice israeliano ha stabilito il divieto agli ebrei di pregare nelle spianate delle moschee di Al-Aqsa, a Gerusalemme Est. La sentenza ribalta il pronunciamento precedente di un’altra giudice che, giovedì, aveva annullato l’ordinanza della polizia che impediva ad un rabbino di pregare nelle moschee. La profanazione di queste aree è stata una costante della politica delle destre israeliane, da quando nel 2000 l’allora premier Sharon, poco prima delle elezioni, aveva “visitato” la spianata delle moschee, protetto dalla polizia.

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