a cura di Francesca Martino

In questa rubrica riprendiamo in sintesi, ma fedelmente, opinioni, commenti ed editoriali apparsi sulla stampa araba, che valutiamo siano di un certo interesse per il lettore italiano.

La pubblicazione non significa affatto la condivisione delle idee espresse.

Libano 2021… una nuova fase della discesa agli inferi

Albert Dagher – Al-Akhbar (26/11/2021)

Quotidiano libanese

In un articolo lungo e dettagliato apparso sulle colonne del quotidiano libanese Al-Akhbar, l’economista e professore universitario Albert Dagher offre un’acuta disamina della crisi che da oltre due anni affligge il Paese dei Cedri. A settembre 2019, la carenza di liquidità in valuta forte nel settore bancario (il dollaro americano, che dalla fine della guerra civile nel 1990 ha affiancato la moneta locale a un tasso fisso di 1500 LBP/dollaro, NdR) ha costretto la Banca centrale a limitare le importazioni a prezzo fisso di cambio a tre beni essenziali: combustibili, medicinali e grano.

Le dimissioni del governo Hariri a ottobre 2019 – nel clou delle proteste di piazza contro il carovita e il sistema politico inadempiente – non hanno portato alla formazione di un governo tecnico come sperato, ma hanno segnato l’inizio di una serie di mandati fallimentari. Dopo aver annunciato il default sovrano a marzo 2020, il successivo premier Diab è entrato in uno stato di inattività ‘’dettata dal fatto che non capisce nulla di governance […] né aveva una visione alternativa per gestire la crisi dopo l’abbandono del piano di ripresa da parte dell’élite economica e politica (giugno 2020, NdR). […] La mancanza di responsabilità di Diab si è accompagnata a un assoluto vuoto dirigenziale’’.

In Libano, a differenza di quanto accade di solito nelle storie di salvataggio economico, ‘’la Banca centrale ha assunto la supervisione dell’intera questione, commissionata dalla Camera dei rappresentanti e appoggiata dai successivi governi’’.  Questo spiega l’importante volume di banconote stampate a partire da ottobre 2019 per fornire liquidità alle banche e rispondere così alle richieste di ritiro dei depositi. È stata inoltre emessa una circolare per convertire in lire libanesi i depositi in dollari al tasso fisso di 3.900 LBP per dollaro.

La domanda crescente di dollari nel mercato locale è stata una delle principali ragioni del crollo del tasso di cambio della lira. Alla fine di giugno 2021, il tasso di conversione era di 23.300 LBP per un dollaro. Dopo un lieve miglioramento in concomitanza con la formazione del governo Mikati (settembre 2021, NdR), il prezzo del dollaro è tornato a salire.

Tra giugno e agosto 2021, la Banca centrale ha smesso progressivamente di fornire dollari per importare gasolio e benzina, il che ha provocato file chilometriche davanti alle stazioni di servizio per acquistare carburanti prima dell’aumento dei prezzi. È iniziata allora una ‘’nuova fase della discesa agli inferi. […] Nei mesi di agosto e settembre si è più volte assistito all’interruzione totale dell’EDL (Electricité du Liban) per mancanza di carburante; la sua produzione a volte non superava un’ora di alimentazione al giorno’’.

Il 19 agosto 2021, il Segretario Generale di Hezbollah ha annunciato l’inizio dell’importazione di carburante dall’Iran. Subito dopo, l’ambasciatrice americana in Libano ha annunciato il consenso degli USA per importare gas dall’Egitto ed elettricità dalla Giordania, a patto di trattare con la Banca Mondiale per finanziare il prezzo del gas egiziano.
Nel 2020, il reddito nazionale libanese è calato del 20% e calerà ancora del 10% nel 2021. Secondo l’Ufficio centrale di statistica, tra l’inizio del 2019 e il mese di settembre 2021, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 1819%, ovvero di 18 volte. Un rapporto UNICEF pubblicato lo scorso luglio afferma che il 77% delle famiglie libanesi non possiede abbastanza soldi per comprare i viveri necessari. Il che non stupisce se si considera che attualmente lo stipendio dei libanesi ha perso il 93% del suo potere di acquisto.

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L’Iran gioca bene la sua partita con l’Occidente

Mohamed S. Guellala – Echorouk (30/11/2021)

Quotidiano algerino

Nel 2015 l’Iran ha firmato con il Gruppo dei Cinque – USA, Gran Bretagna, Cina, Russia e Francia – un accordo per ridefinire il proprio programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni costategli 160 miliardi di dollari solo tra il 2012 e il 2016. Tra le condizioni imposte, la riduzione del numero di centrifughe per undici anni e la limitazione dell’arricchimento dell’uranio al 3,6% almeno fino al 2031. Questo nella speranza di ‘’recuperare parte dei fondi depredati dalle banche americane e ottenere la rimozione delle ingiuste sanzioni’’, afferma l’analista algerino M. S. Guellala sulle pagine del quotidiano Echorouk.

Con l’arrivo di Trump e l’uscita degli Stati Uniti da questo accordo nel 2018, la risposta iraniana è stata ‘’scientifica, con il ripristino delle centrifughe altamente avanzate e il temporaneo ritorno all’arricchimento dell’uranio al 60%, a dimostrazione della sua capacità di raggiungere il 90% necessario per le armi nucleari’’. Un’escalation che ha costretto la comunità internazionale a tornare al tavolo delle trattative a Vienna.

In realtà, l’Iran non ha mai cercato di fabbricare armi nucleari, come dimostra del resto la fatwa che ne proibisce l’uso, emanata nel 2003 dalla guida suprema Ali Khamenei, e la dichiarazione ufficiale della leadership iraniana all’Agenzia internazionale per l’energia atomica. ‘’Tutto ciò che l’Iran desidera è possedere le competenze scientifiche e tecnologiche per dissuadere i nemici, cosa che le potenze egemoni occidentali rifiutano’’. Potenze egemoni che, secondo Guellala, non scenderanno mai a patti né tantomeno riconosceranno l’esistenza di una nazione se questa non possiede la forza della scienza e della tecnologia. Tuttavia, potenziando questi due aspetti, ‘’(l’Occidente) sarà costretto ad accettare un graduale cambiamento negli equilibri di potere, a patto di giocare bene la partita internazionale come sta facendo l’Iran. […] Prendiamo spunto dalla lezione iraniana!’’.

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