Da Tripoli alla Mecca, viaggio nel deserto dei sentimenti

Questa è la terza puntata della rubrica “Finestra sulle Rive Arabe”, a cura di un gruppo di arabisti. Il gruppo RiveArabe (www.rivearabe.com) è un sodalizio di studiosi e cultori del mondo arabo. Il coordinamento del lavoro tra il gruppo RiveArabe e la redazione Anbamed è a cura della professora Jolanda Guardi. 

L’articolo che ospitiamo questo mese è di Antonino d’Esposito

Nel 2021, quando ancora eravamo disorientati davanti alla pandemia, nasceva per MReditori una collana dedicata esclusivamente alle scrittrici arabe, dal titolo, tanto semplice quanto emblematico, Nisa’, ossia donne. Due romanzi accolti in questa collana, “Io, lei e le altre” di Jana Fawwaz el-Hassan (traduzione di Amira Kelany) e “Fatma” di Raja Alem (traduzione di Federica Pistono), benché frutto della penna di due autrici molto diverse tra loro e concepiti in modo opposto, uno ancorato al presente e l’altro sprofondato nei meandri dell’Arabia preislamica, mettono in scena entrambi due donne sposate che si confrontano col deserto dei sentimenti in cui sono costrette a vivere. Dalla Tripoli libanese alla Mecca saudita, Sahar e Fatma, le protagoniste, prenderanno delle decisioni simili per sfuggire al nulla affettivo che le circonda.

Chi sono, prima di tutto, queste scrittrici? Jana Fawwaz el-Hassan (1985), libanese di Tripoli, è laureata in inglese e attualmente vive e lavora negli USA. Giornalista e scrittrice, due dei suoi romanzi, quello di cui stiamo parlando e Piano 99, vengono selezionati per il premio IPAF. Raja Alem (1970) nasce alla Mecca e oggi vive tra Jedda e Parigi. Romanziera, giornalista, autrice di teatro e racconti per bambini, è una delle voci letterarie arabe più influenti della sua generazione, nonché la prima donna a vincere il prestigioso premio IPAF nel 2011 col romanzo Il collare della colomba.

Già dalle brevi informazioni biografiche possiamo cogliere le grandi differenze di formazione delle due, la prima nata nel prisma culturale del Libano, la seconda nella culla della civiltà musulmana. Due donne, dunque, separate, anche cronologicamente da quasi una generazione, ma che scelgono di mettere sul foglio due protagoniste dai tratti paradossalmente simili.

Chiave delle esistenze di Sahar e di Fatma è il fallimento della vita coniugale. Se Sahar, per sfuggire all’apatia sentimentale della casa paterna, sposando Sami, spera di scoprire finalmente l’affetto matrimoniale, Fatma si ritrova sposata in tenerissima età con un uomo già vedovo, che di mestiere alleva serpenti e la cui prima moglie, si scoprirà leggendo, è morta in circostanze misteriose. Da una parte, quindi, una scelta volontaria, dall’altra, un dettame della tradizione non scritta.

Nel deserto dei sentimenti, centrali sono le figure maschili, rappresentate in un continuo fallimento che, però, si riversa sulle donne come una maledizione. In Io, lei e le altre sono tre gli uomini attorno ai quali ruota la vita di Sahar: suo padre, il marito e l’amante. Tutto parte dalla famiglia, quel nucleo fondante della società che si sfalda e si sgretola. Il padre di Sahar, marxista e libero pensatore, in un contesto, quello di Tripoli, molto conservatore, subisce il fallimento degli ideali in cui crede e si isola da moglie e figli, andando addirittura a lavorare in Kuwait. Privata del tradizionale perno fondante, la famiglia di Sahar mantiene le apparenze, ma affettivamente va in contro ad un collasso che intacca per sempre il rapporto della figlia con l’altro sesso. Divisa tra ammirazione e recriminazione nei confronti del padre, Sahar decide di sposare un uomo che è l’opposto del genitore: Sami, di famiglia credente, sembra il maschio giusto su cui fare affidamento per costruire un futuro solido. Le illusioni, tuttavia, non perdono tempo a crollare; la famiglia del marito rinfaccia a Sahar di essere figlia di quel padre, le due gravidanze aumentano le angosce della donna che si trova costantemente picchiata e stuprata da un marito capace di imporre la propria autorità virile solo attraverso la violenza. Come sfuggire a tutto questo? Un indizio lo troviamo già nel titolo del romanzo. “Lei e le altre” non sono altro che tutte le personalità che albergano all’interno dell’universo-Sahar e che, di volta in volta, entrano in scena per ovviare a una realtà troppo dura da sopportare. Anche nel rapporto con l’amante, l’unico in cui sembra esserci davvero amore e rispetto, l’autrice non fornisce al lettore elementi di sicurezza tali da rendere il tradimento ancorato alla realtà contingente. Insomma, viene da chiedersi se quegli incontri extraconiugali, consumati in una casa vicino al mare, siano effettivamente atti compiuti o immaginati.

Parimenti, in Fatma, gli uomini della protagonista sono sempre tre, padre, marito e amante; la Alem, però, si spinge ancora oltre rispetto alla el-Hassan e crea una sorta di realismo magico, in chiave preislamica, che strania e lascia aperte tutte le interpretazioni. Data in sposa giovanissima dal padre, che pare volerle bene ma non sa che farsene della sola figlia femmina che gli ha generato la moglie, morendo di parto, Fatma si ritrova segregata in casa del marito, legata al letto e ripetutamente violentata, quando vorrebbe conoscere e sperimentare in maniera libera la propria sessualità col consorte. Nella stanza accanto a quella del talamo delle torture, decine di serpenti vivono nelle loro teche, ugualmente relegati e sfruttati per ricavare veleno. Sarà nella relazione che Fatma instaurerà coi serpenti, dopo essere stata morsa dal più mortale di tutti, che la giovane, recuperando i poteri primordiali ereditati da una nonna che ha vissuto per secoli, ribalterà le relazioni di potere tra marito e moglie. Dopo aver usurpato il controllo dei rettili, ed essere stata riconosciuta da questi come loro “regina”, Fatma, sotto mentite spoglie, accompagnerà il marito in un viaggio attraverso il deserto coi serpenti. Durante questa specie di pellegrinaggio onirico, tra le sabbie del tempo che si riavvolge e si dilata, Fatma raccoglierà l’eredità di una magia ancestrale e conoscerà l’amore con un principe di epoche lontane.

Il deserto dei sentimenti, luogo fisico e metafisico, in entrambi i romanzi si caratterizza per la presenza di ambienti chiusi e asfissianti. Sahar e Fatma vivono le violenza e l’apatia in stanze e appartamenti senza luce, ma le due donne trovano la stessa forza di opposizione in uno spazio, quello dell’immaginazione, che, seppur compreso nella limitatezza del corpo, trova l’infinito nel pensiero. Perché, sia nell’uno che nell’altro, non possiamo affermare con stentorea certezza che ribellione, presa di coscienza del sé, ribaltamento dei ruoli, risveglio sessuale fuori dal matrimonio e imposizione di una nuova realtà a trazione femminile siano da ricercare nei fatti verosimili della narrazione romanzesca. Eppure, esistono. Che siano frutto di un artificio letterario, il realismo magico, che dal lontano Sudamerica è venuto a rotolarsi nel Hijaz, o di uno straniamento psicologico della protagonista, che forse potremmo definire ai limiti della schizofrenia, ciò che lega questi due romanzi, così apparentemente lontani, sta nella ricerca di una realtà parallela possibile, in cui vivere un presente altro e alterato, laddove il Libano e l’Arabia Saudita non permettono a queste due donne di essere.

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