La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze del Riesame che confermavano gli arresti del gip del tribunale di Genova nei confronti del presidente dei palestinesi in Italia Mohammad HANNOUN, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere dal 27 dicembre per aver fatto delle opere di bene a favore di famiglie disagiate palestinesi. Prima della pronuncia, a Roma è stato tenuto un presidio sotto la Corte di Cassazione, in attesa della decisione dei giudici.

La Suprema Corte ha inoltre decretato inammissibili i due ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del Riesame in precedenza, nei confronti di Raed Al Salahat. Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso.

Riportiamo qui l’analisi di 4 giorni fa, pubblicata dal manifesto. Articolo di: Mario Di Vito.


«Non valgono le prove israeliane su Hannoun»

Teorema La procura della Cassazione boccia i documenti di «Mr Avi». Ma condivide l’impianto dell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. Negli anni è cambiato il concetto giuridico di finanziamento al terrorismo: avere a che fare con Gaza adesso è uguale ad avere a che fare con la lotta armata. Mercoledì udienza per il ricorso dei pm di Genova contro la scarcerazione di uno degli indagati

Le prove raccolte in Israele durante le sue operazioni militari a Gaza contro Mohammad Hannoun e gli altri arrestati di fine dicembre per i presunti finanziamenti ad Hamas non sono utilizzabili. I sostituti procuratori generali di Cassazione Lucia Odello e Paolo Sansonetti sposano la tesi già espressa dal tribunale del riesame di Genova e, in vista dell’udienza di mercoledì davanti agli Ermellini, hanno depositato venerdì 19 pagine di memoria sul caso. Questo non vuol dire però che l’inchiesta genovese sia ritenuta dalla procura generale infondata. Anzi, per Odello e Sansonetti gli altri indizi raccolti sono comunque da considerare «solidi» e per questo verrà richiesto l’annullamento con rinvio del provvedimento con cui il riesame, a gennaio, aveva scarcerato il 48enne palestinese Raed el Salahat, arrestato insieme ad Hannoun e ad altri quattro (più due tutt’ora ricercati).

IN OGNI CASO le 266 «battlefield evidence» prodotte da Israele il 23 giugno dell’anno scorso e gentilmente inviate alla segreteria della procura di Genova il primo luglio successivo – e poi ancora integrate ad agosto – non potranno far parte del processo. I motivi sono formali e riguardano sia il fatto che la fonte è anonima (le carte sono firmate da tale «Avi», funzionario dei servizi di sicurezza di Tel Aviv) sia il fatto che gli indizi sono stati raccolti senza verbali di sequestro, dunque senza alcuna garanzia sulle modalità e le circostanze dell’acquisizione.

RESTANO da risolvere gli altri nodi della vicenda. A partire dal fatto che già in altre due occasioni le accuse di finanziare Hamas per il 64enne Mohammad Hannoun, residente in Italia dal 1983, erano finite nel vuoto. Nel marzo del 2006, il gip di Genova Maurizio De Matteis aveva respinto una richiesta di arresto nei suoi confronti perché, pur essendoci «una certa condivisione degli ideali dell’associazione in questione», all’inchiesta della procura mancavano i «gravi indizi» del sostegno diretto alle attività di lotta armata di Hamas. Che Hannoun sia un simpatizzante del movimento di resistenza islamica non è mai stato un mistero per le autorità: la prima informativa della digos del capoluogo ligure al riguardo risale infatti addirittura al 1991.

NEL 2010 la pm Francesca Nanni ha chiesto e ottenuto l’archiviazione della posizione di Hannoun in un’indagine per terrorismo sia per la solita mancanza di «gravi indizi» sia perché rilevò la «difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione del materiale trasmesso da Israele, spesso raccolto nel caso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento».

QUESTA VOLTA, a dire dalla procura, del gip e del tribunale del riesame di Genova, impostazione condivisa anche dalla procura generale della Cassazione, la situazione è diversa. Sia perché i canali di finanziamento ad Hamas sarebbero stato individuati con maggiore chiarezza rispetto al passato (soprattutto tramite le intercettazioni e i tracciamenti) sia perché, nel corso degli anni, le norme sul sovvenzionamento delle organizzazioni terroristiche sono cambiate. E ora sono molto più stringenti di qualche anno fa. Il fatto è che, dopo l’attacco del 7 ottobre del 2023, Hamas è considerata terrorista nella sua totalità e non più solo nella sua struttura militare. Un bel problema per chiunque operi nella Striscia a qualsiasi titolo e qualsiasi livello. Parliamo infatti di un territorio strettamente controllato da Hamas, che oltre alle milizie può contare su burocrazie e apparati amministrativi. Chiunque abbia a che fare anche solo con le istituzioni civili gazawi, di fatto, sta fiancheggiando un gruppo terroristico. Almeno in tribunale è esattamente così che funziona.

LA GIP SILVIA Carpanini, che aveva disposto il carcere per Hannoun e per gli altri indagati, nella sua ordinanza aveva insistito molto su questo punto: decine e decine di pagine dedicate alla storia del conflitto isrealo-palestinese per poi concludere che «l’ala politica» e «l’ala militare» di Hamas sono esattamente la stessa cosa e che, dunque, avere rapporti con la prima significa avere a che fare anche con la seconda.

DOPO il riesame, Fabio Sommovigo, uno degli avvocati di Hannoun, nell’annunciare che si sarebbe rivolto alla Cassazione, disse di non condividere la «sostanza dell’impianto accusatorio, ovvero che aiutare chi si trova a Gaza favorisca la sopravvivenza di Hamas e dunque che gli aiuti umanitari possano costituire in sé la struttura del reato contestato». Alcuni indizi, a suo dire, sarebbero stati travisati. Altri ancora ignorati. Nelle carte in effetti mancano gli ordini, mancano i piani operativi, mancano i contatti con chi direttamente fa uso di armi. Ma, come detto, il reato risiede nel semplice fatto di aver inviato denaro a Gaza. Vale in Italia la stessa impostazione degli uffici giudiziari israeliani: se sei un palestinese, sei un terrorista.

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