di Giovani Leone

Ci sono segni evidenti di una situazione drammaticamente patologica. Nei giorni scorsi sono intervenuto all’incontro tra ebrei, israeliani e palestinesi “TRA IL FIUME E IL MARE. Per una terra condivisa”, organizzato da Mai indifferenti insieme a LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista a Milano, e ho detto che oggi a distinguere noi di Mai Indifferenti da chi mette al primo piano l’antisemitismo è l’ordine d’importanza che diamo ai problemi su cui siamo impegnati: in primo luogo poniamo il massacro dei palestinesi di Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, genocidio o etnocidio che dir si voglia; in secondo luogo, la degenerazione della politica e del senso comune diffuso in Israele in direzione nazionalistica, disumanizzante, razzistica e militaristica che aggredisce la democrazia e il diritto internazionale; solo dopo l’antisemitismo, che è un problema in cui si incrociano e si confondono da un lato il risveglio della tradizione antisemita e dall’altro la critica motivata alla politica dell’Israele di Netanyahu o il rifiuto non condivisibile dell’esistenza stessa di Israele.
Aparlare è Stefano Levi della Torre, uno degli animatori di Mai Indifferenti, la rete nata nel 2024 dopo all’eccidio del 7 Ottobre 2023 e alle morti e distruzioni a Gaza portate avanti dal Governo israeliano e dal suo esercito; inizialmente era un gruppo di donne, ebree, cui poi si sono uniti anche uomini. Tutti, in modi diversi, sono legati a Israele, ma non si riconoscevano nell’assenza di toni critici e nelle reazioni di sostegno unanime alle azioni d’Israele espresse in ambienti ebraici vicini alle Comunità italiane e dalle istituzioni.

Mi sembra una posizione da pecore nere. Di recente il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha attaccato il Vaticano perché a lui “in sostanza, non basta il ripudio conciliare dell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei, né l’affermazione che l’alleanza tra il popolo d’Israele e il signore è irrevocabile, e neppure il riconoscimento diplomatico dello Stato di Israele sottoscritto nel 1993 dal Vaticano. Di Segni chiede alla chiesa un’ulteriore riconversione dottrinaria: se fate vostra la Bibbia ebraica come verità rivelata, ne consegue che dovete far vostro anche «il rapporto essenziale religioso che abbiamo con la terra che ci è stata promessa»”, come ha scritto Gad Lerner. Il rabbino Di Segni chiede in sostanza che venga riconosciuto il diritto divino degli ebrei alla terra Santa. Cosa sta succedendo tra gli ebrei?
Sta succedendo un ribaltamento di una parte del mondo ebraico rispetto a quello che sono stati gli ebrei per due secoli. Ci accusano di tradimento, ma siamo noi ad accusare loro: la figura dell’ebreo è stata il paradigma degli avanzamenti civili da 2-300 anni con l’emancipazione delle minoranze, l’inclusione nelle cittadinanze… La politica di quello che è l’Israele di Netanyahu rappresenta il rovesciamento di tutto questo. Dico l’Israele di Netanyahu perché il senso comune in Israele è deteriorato in maniera enorme. L’ultimo a intervenire nell’incontro di cui dicevo è stato un grande scienziato israeliano che ora si considera un esule ideologico, è venuto ad abitare in Italia perché non regge più la situazione interna di Israele, il clima psico-ideologico che si è affermato.
È un caso isolato o il dissenso comincia a farsi largo anche all’interno delle comunità israeliana e della diaspora? C’è aria di crisi?
C’è una spaccatura profonda che si allarga. Quella più grande e rilevante è negli Stati Uniti, non da noi in Italia che siamo pochissimi, circa 33.000. Negli Stati Uniti gli ebrei sono tra i cinque e gli otto milioni.

Qualche crepa si vede, ma l’appoggio sembra ancora solido. Forse è anche per superare le divisioni all’interno del mondo ebraico sul nascere che ovunque si punta sull’antisemitismo, verso l’esterno e anche all’interno per serrare i ranghi. Col passare del tempo l’arroccamento di Israele anziché attenuarsi si consolida, sembra esserci un framing generalizzato per spostare il focus dalla spropositata violenza dello Stato di Israele in reazione alla barbara aggressione del 7 ottobre sull’antisemitismo. Definire l’azione di Hamas un atto di resistenza è una provocazione, come lo è giustificare come azione di difesa i tre anni di distruzioni e massacri. La maggioranza delle comunità israeliana e della diaspora continua a percepire come una reale minaccia esistenziale l’ondata globale di proteste e l’aumento degli incidenti antisemiti nel mondo dopo il 7 ottobre, li considera manifestazioni di odio anti-ebraico che mette in discussione il diritto stesso di Israele a esistere e a difendersi. Per questo la difesa del Paese è ancora una necessità vitale per la sopravvivenza del popolo ebraico. L’antisemitismo diventa roccaforte, fortino da difendere ad ogni costo, priorità. Si fa dell’antisemitismo uno scudo retorico per delegittimare il dissenso e qualsiasi critica politica verso Israele.
Le leggi sull’antisemitismo piacciono molto alla destra che così riceve dagli ebrei dell’Israele di Netanyahu una sorta di redenzione dalla loro tradizione antisemita, c’è una sorta di tacito accordo per cui la destra appoggia l’Israele di Netanyahu che di rimando li proclama difensori degli ebrei. Contro questo compromesso che imperversa noi ci battiamo a spada tratta, rigirare la storia a proprio piacimento è la base del negazionismo.

Mala tempora currunt sed peiora parantur. Più che una guerra è stata una mattanza che dovranno essere tribunali nazionali e internazionali a giudicare, ma sarà poi la Storia a giudicare, e infine domineddio. Sembra cominciarsi ad ammettere qualcosa nel mondo ebraico, anche perché poi i fatti sono evidenti e non si può negare la realtà. Ma sono ancora ammissioni blande e generiche per poi tornare a far quadrato e rimettersi in riga seguendo una sorta di richiamo all’ordine perché nulla deve trasparire fuori, i panni sporchi si lavano in famiglia. È un atteggiamento che fa pensare all’omertà che regna all’interno della famiglia mafiosa.
Sono perfettamente d’accordo. Anche perché lo stile mafioso è ormai quello dei potentati internazionali capitalistico/tecnologici che stanno prendendo il potere ovunque. C’è un’aggressione su scala mondiale alla democrazia, fatta in stile mafioso. La mafia non è più un parassita degli Stati ma una organizzazione che sta al di sopra degli Stati. Lo stesso Trump è così, non a caso la sua diplomazia è fatta da suoi familiari, usa la famiglia come staff della sua politica nazionalistica. Lo stile mafioso, da psicologia mafiosa, è diventato una logica dominante, una pratica.
Da siciliano riconosco anche due altri aspetti. Pur essendo grande potere finanziario, la mafia non rinuncia al controllo capillare del territorio e all’esercizio della giustizia (sommaria), risolvendo le controversie senza indugi considerando la violenza strumento di giustizia giusta. Ho visto Naza in anteprima alla Biennale, mi ha colpito vedere che a manovrare strumenti tecnologici e AI erano persone che sembravano normali, non mostri; alcuni si rendevano conto di quello che avevano fatto, altri sembravano convinti di aver fatto la cosa giusta, di essere nel giusto: avevano fatto giustizia.
Non ho avuto tempo il tempo di vederlo, ma di quel che ho sentito mi ha colpito la capacità di controllo e la precisione sistematica, merce molto appetita dalle dittature nel mondo, quindi, è anche una pubblicità della grande capacità di controllo della macchina di guerra israeliana, uno degli attori più eminenti nel campo della produzione di sofisticati armamenti.
Israele sembra avere affinato l’efficienza delle tecnologie sperimentandola sul campo con i palestinesi. Accanto a questo aspetto tecnico/tecnologico c’è quello umano. Tornando a Naza, ciò che sembra aver messo in crisi quelli di loro che sembravano esserlo, è stato il coinvolgimento diretto: gli strumenti li portavano sulla scena in diretta, vedevano con i droni e sentivano dai cellulari le voci di chi veniva bombardato, entravano in casa, nella dimensione domestica dei bersagli che così diventavano vittime.
Le camere a gas naziste sono state inventate non soltanto per lo sterminio di massa, ma anche perché molti soldati della Wehrmacht avevano difficoltà a sparare a una faccia. Allontanare il sangue dalla tua azione diretta facilita le cose: la camera a gas rendeva impersonale il tuo produrre morte. C’è un passo della Gitta Sereny su Treblinka in cui chiede al direttore del campo che ragione avessero di tormentare i prigionieri visto che li dovevano comunque uccidere. Lui risponde con estrema razionalità, dicendo che se non rendevano la vittima abietta era più difficile ucciderla: il soldato che doveva uccidere uno che si presentava umano entrava spesso in crisi. Disumanizzare per facilitare l’omicidio, questo è quello che è successo ieri nei campi di sterminio e oggi anche con i palestinesi. L’islamofobia e l’antipalestinismo è molto simile all’antisemitismo nazista con la rappresentazione degli ebrei estremamente potenti, avidi, insensibili, un pericolo universale per l’umanità che, quindi, deve esser grata a chi combatte fino allo sterminio totale di un tale nemico. “Noi stiamo facendo la guerra del bene contro il male per l’umanità, per voi” ha ripetuto a più riprese Netanyahu.

Ormai però Israele è talmente isolato che non riesco a immaginare come potrà venirne fuori. Non sembra trasparire pentimento, tutt’al più pena e qualche dubbio. Quelli tra gli israeliani che non considerano tutti i palestinesi nemici o perlomeno complici, si rammaricano genericamente in generale per l’alto numero di vittime, fatto che però viene ridimensionato nella sua gravità in quanto effetto collaterale inevitabile per garantire il diritto all’esistenza di Israele, Stato sotto perenne assedio e attacco da parte di un nemico che ha alle porte e anche dentro “casa propria”, considerando tale la Cisgiordania e Gerusalemme. In tutto ciò Netanyahu sembra ancora forte, politicamente è un campione, da decenni in sella e mai disarcionato, un equilibrista, un acrobata che riesce sempre a cadere in piedi.
Alcuni dicono che è possibile che Netanyahu possa rivincere le elezioni. Se succederà sarà disastroso per Israele. Insieme a Trump stanno provocando la decadenza dell’Occidente, che produce paura, desiderio di conservazione e difesa da un futuro che si teme. L’istinto davanti a una sensazione universale di decadenza è quello di fermare la storia. Chi è progressista guarda invece al futuro. Gli ebrei lo hanno hanno fatto, con quella generazione pazzesca di personaggi che hanno fatto la storia come Marx o Freud, lavorando sui passaggi. La loro genialità è stata di emanciparsi sia dell’ebraismo tradizionale che dalle costrizioni della società qual era allora, essere nel passaggio, viverlo, elaborarlo. Adesso invece abbiamo il tradimento di quella vocazione degli ebrei a elaborare il passaggio.
Nel 2018 avevo fatto una intervista su “migrazione e/è cambiamento” all’allora rabbino della comunità ebraica di Venezia Rav Scialom Bahbout che mi aveva spiegato come l’ebreo sia per intima natura migrante: essere in cammino è stata la sua forza. È evidente che oggi si sia arroccato fermando, irrigidendo e bloccando i passaggi.
Esattamente. In un mio saggio cito un passo del deuteronomio (Esodo 23/9) in cui Dio dice: “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” e conoscete quindi dello straniero la nefesh (parola ebraica che significa letteralmente “soffio vitale” o “essere vivente” e indica l’intera persona nella sua unità fisica e vitale, non un’anima separata dal corpo NDR). Io l’ho parafrasato in “tratterete bene il perseguitato perché voi siete stati perseguitati e quindi conoscete lo stato d’animo del perseguitato”. Nell’elenco di tradimenti che secondo me sono in corso c’è anche quello della memoria ebraica: la Shoah non può diventare un pretesto per fare una Shoah. Sembra esserci una sorta di sindrome di Stoccolma verso i nazisti.
Quando un trauma o un abuso non vengono elaborati, il risentimento, la rabbia e la frustrazione accumulati creano un meccanismo di proiezione in cui il dolore personale viene trasformato in rabbia agita verso l’esterno. Il “Triangolo Drammatico di Karpman” sviluppato dall’analista transazionale Stephen Karpman, descrive come i ruoli di vittima, persecutore (carnefice) e salvatore non siano fissi, ma tendano a scambiarsi fluidamente: chi subisce un torto può assumere il ruolo di persecutore per difendersi, rivalersi o ribaltare una condizione di estrema vulnerabilità percepita. I postumi del trauma, con ferite aperte e cecità emotiva, sono un problema su cui israeliani e palestinesi dovranno lavorare a lungo per superarlo.
È più semplice avere a che fare col proprio nemico che con la propria vittima. Una famosa frase che Golda Meir rivolse ai palestinesi riassume il problema: “Noi vi potremmo perdonare un giorno di aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto a uccidere i vostri”. Credo che Golda Meir pensasse all’apparenza nobile della sua frase, non al suo rovescio, che invece significa questo: vi potremo perdonare come nemici, mai come vittime. Se vi riconoscessimo anche come vittime, dovremmo riconoscere il nostro debito verso di voi: quello che per la nostra necessità di esistere abbiamo contratto sottraendovi parte della vostra terra. Ma il riconoscimento di questo debito da parte di Israele, il riconoscimento della Nakba, della catastrofe palestinese, è una chiave necessaria per il compromesso. Come lo è, da parte palestinese, il riconoscimento dei secoli di persecuzione degli ebrei in Europa fino alla Shoà come stato di necessità della nascita e dell’esistenza di Israele. È il riconoscimento reciproco di due popoli, della loro storia e dei loro motivi, la chiave di una soluzione di compromesso.

