Un mese di ordinaria violenza in West Bank
di Riccardo Antoniucci (da Il Fatto Quotidiano)
Olive e non solo. 561 attacchi. Per i palestinesi una stagione ad alto rischio, tra arresti e violenze

Nella fattoria di Havat Avihai hanno costruito un frantoio, ma non hanno alberi di olive. Sui social un appello: “Venite a fare l’olio da noi”. Si rivolgevano a tutti i coloni israeliani di Cisgiordania, e gli uliveti da cui vengono le olive con cui riempiono i sacchi sono palestinesi, cresciuti sulle terre vicino agli insediamenti occupati in violazione del diritto internazionale, e in alcuni casi anche dalle leggi israeliane. Havat Aivhai rientra nella seconda categoria, costola recente della città-colonia ultraortodossa di Modi’in Ilit, sul confine tra Israele e West Bank. A est c’è Ramallah, tutto intorno villaggi storici della Cisgiordania. La “fattoria Avihai” è poco a nord del villaggio di Lubban al-Gharbi ma non teme sgomberi, anzi. Giovedì i residenti palestinesi sono usciti per la raccolta delle olive, accompagnati da attivisti che hanno risposto all’appello internazionale anche quest’anno. “Verso le due è arrivato un gruppo di coloni. Conosco il loro leader, si chiama Eitan Melet”, racconta al Fatto Eran, attivista israeliano. Con lui c’erano anche 14 internazionali dell’International solidarity movement, tra cui 5 italiani. “I coloni hanno iniziato a gridare che dovevamo andarcene, a insultarci. Uno aveva un M-16, ci hanno spinto verso il villaggio”. Sulla strada è comparsa una jeep militare. “I soldati dell’Idf si sono fermati con i coloni, hanno parlato, poco dopo sono entrati a Lubban al-Gharbi: è chiaro che i coloni glielo avevano chiesto”.

L’Idf ha circondato la casa dove si erano ritirati gli attivisti, hanno preso il sindaco di Lubban al-Gharbi e l’hanno intimidito, gli hanno preso il telefono. “L’ultima cosa che mi ha detto è che, secondo i militari, se noi attivisti ce ne fossimo andati subito non ci sarebbero stati problemi”, racconta Eran, che si è effettivamente allontanato. I 14 attivisti dell’Ism non potevano fare lo stesso, sono stati arrestati con la motivazione che avrebbero violato una zona militare chiusa, mai segnalata. Sono finiti prima nelle celle del check-point di Ni’ilin e poi nel centro di detenzione dei migranti illegali dell’aeroporto Ben Gurion, a Tel Aviv, per l’espulsione. Tra i cinque italiani c’è un professore romano, che a quanto risulta al Fatto ha rifiutato di firmare il foglio di rimpatrio volontario e dovrà passare davanti al giudice dell’immigrazione nelle prossime 48 ore. C’era anche Albi, studente emiliano di 27 anni che ha affidato un comunicato ai familiari. Eran ieri è partito dalla West Bank per consegnare agli arrestati le valigie lasciate indietro, ma al Ben Gurion non l’hanno fatto passare. Il sindaco di Lubban al-Gharbi ha subito percosse ma sta bene, non ha più recuperato il telefono. Di certo, nell’area non si faranno più le olive.

A Kafr Malik, est di Ramallah, ieri un gruppo di coloni bardati e armati di mazze ha aggredito raccoglitori di olive palestinesi e attivisti. Anche qui sono intervenuti militari e hanno fatto evacuare solo i palestinesi. Un colono ha dato una testata a un attivista israeliano, fratturandogli il naso. “Io ho preso un pugno allo stomaco”, racconta Sarit Michaeli, “un agente chiamato sul posto dai coloni, ha confiscato tre veicoli palestinesi e ha arrestato un attivista israeliano”.

Dall’inizio della stagione delle olive, l’ong Yesh Din ha documentato 561 episodi di violenza, in 180 villaggi. Un record. Oltre alla raccolta negata, la vita dei palestinesi in West Bank è una gincana tra demolizioni, distruzioni di campi, chiusura arbitraria di strade, sparatorie e confische. Nota Bt’selem, “la violenza che si intensifica durante la stagione del raccolto è resa possibile dalle infrastrutture che lo Stato e i coloni realizzano e ampliano nel corso dell’anno”. L’Idf demolisce le case, i coloni le bruciano. Nella zona già martoriata di Masafer Yatta è stato imposto il divieto di pascolo, per i palestinesi soltanto, dopo l’attentato cui sono stati uccisi due militari Idf a Hebron. La zona vive uno stato d’assedio di fatto: l’Idf ha chiuso gli accessi, arrestato centinaia di persone, sgomberato famiglie, demolito case (ieri quella dell’attentatore), tagliato l’acqua. Una “strategia di sfollamento forzato” che a B’Tselem ricorda quella adottata a Tulkarem e Jenin nel 2025, quando 33 mila palestinesi sono stati cacciati dai campi profughi. E sulle macerie continuano a nascere nuovi insediamenti, come nel villaggio di Umm al-Khair di Masafer Yatta, che è stato isolato per giorni. “C’era un matrimonio, la gente è rimasta bloccata”, racconta al Fatto Ketty Bar, attivista israeliana accorsa per portare viveri. Lì sono stati feriti anche i reporter freelance Andrey Khrzhanovskiy, Adele Shoko e Jasper Nathaniel: arrestati e rilasciati solo ieri su cauzione, con il divieto di ingresso in Israele da gennaio. Ieri notte è stato applicato un incendio e lasciata una scritta: “Col sangue e col fuoco la Giudea cadde, col sangue e col fuoco risorgerà”. La stagione delle olive non è ancora finita: “Domani ci riproviamo”, dice Yuval. “Speriamo di incontrare meno violenze”.

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