di Sara Scheda Da il manifesto

Israele Il suo rientro in Italia è previsto a breve attraverso un anomalo e lungo tragitto via Egitto dal valico di Taba. Preoccupazioni della famiglia per il viaggio

«Non ho fatto nulla di illegale. Mi hanno portato in questa prigione. Ho subito violenze psicologiche continue e qualche violenza fisica per fortuna non grave. Non ho lesioni. Sono stato spinto ripetutamente. Mi hanno fatto spogliare senza motivo. Mi hanno deriso». Sono le prime parole dalla detenzione di Donato Ferdori, il professore del liceo Anco Marzio di Ostia fermato il 29 ottobre in Cisgiordania e da allora detenuto nel carcere di Givon, a Ramla. Le ha pronunciate stamattina alle 7:45, al telefono con Mariacristina Fraddosio, la giornalista a cui prima della partenza aveva chiesto di garantire la diffusione delle notizie in caso di arresto o ferimento. Non sapeva che in Italia la notizia del suo fermo fosse già pubblica. «Io non so cosa ti hanno detto, ma devi raccontare quello che è successo», ha concluso Ferdori.

Il giorno dell’arresto, Ferdori si trovava ad al-Lubban al-Gharbi, a nord-ovest di Ramallah, con altri 13 attivisti e una giornalista portoghese, per affiancare i contadini palestinesi nella raccolta delle olive. Poi l’arrivo dei coloni armati, la fuga con le olive già raccolte, l’inseguimento fino a una casa. Alle due del pomeriggio sono intervenuti i soldati israeliani e hanno portato via tutti. «Dopo due ore ci hanno fatto vedere questo fantomatico ordine di zona militare chiusa. Se lo sono inventati. Non c’era nessun ordine».

Quasi tutti i fermati hanno accettato l’espulsione amministrativa immediata e sono stati rimpatriati. Ferdori l’ha rifiutata, ritenendo ingiusto l’arresto, chiedendo che a decidere fosse un giudice. Da allora non ha più potuto parlare con il suo avvocato, Alon Sapir, che aveva incontrato una sola volta subito dopo il fermo. «Non l’ho più visto, non lo hanno fatto entrare in carcere», ha raccontato. Davanti alla giudice si è presentato da solo: «Mi ha anche detto “ha ragione, ma non posso fare niente”. La prigione va avanti con le sue regole». Solo dopo la telefonata di stamattina è riuscito a sentire Sapir.

Ora il nodo è il ritorno. «Domani mi portano in Egitto – ha detto Ferdori – ci saranno altre tre persone come me». Non sa spiegare perché sia stato scelto questo percorso, e finora nessuno ha dato spiegazioni. Da Ramla raggiungerà il valico di Taba, a oltre cinque ore di strada. Fino a poco fa era previsto un ulteriore tratto di altre cinque ore fino al Cairo, con la notte in aeroporto. Ora le autorità riferiscono che potrebbe partire direttamente da Taba, senza passare dalla capitale. Resta da capire dove si imbarcherà e quando atterrerà a Roma, e resta senza risposta la domanda di fondo: perché l’Egitto, e non un volo da Tel Aviv.

Stamattina il professore ha sentito anche la sorella, Chiara Ferdori. «Mi ha chiamato dal carcere. L’ho sentito provato ma fiducioso. Mi ha detto che sono stati giorni difficili», racconta. «È convinto di aver fatto la scelta giusta, rifiutando l’espulsione immediata amministrativa. Lo ha fatto perché trova ingiusto quanto sta accadendo in Cisgiordania. Ritiene fondamentale che l’attenzione dell’opinione pubblica sia garantita». E ancora: «Mi ha raccontato di aver subito ripetute violenze psicologiche e derisioni. Non ha potuto sentire il suo avvocato fino a questa mattina».

Alle violenze subite si aggiungono, per la sorella, le preoccupazioni per il viaggio. «Sono contenta di sapere che giovedì sarà a casa, ma mi preoccupa questo lungo viaggio. Non capisco perché, anziché rientrare con un volo aereo da Tel Aviv, abbiano deciso di mandarlo al confine con l’Egitto. Non so nemmeno come gestiranno la restituzione del suo bagaglio, dato che è fermo all’aeroporto di Tel Aviv dal giorno dell’arresto».

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