di Un Ponte per…

3 anni di genocidio.
3 anni di impunità.
3 anni in cui nessuno ha pagato per tutto questo.
In questi tre anni di genocidio, non abbiamo visto nascere “coalizioni di volenterosi” per far cessare il genocidio a Gaza, né sono state adottate dall’Italia misure – neanche simboliche – come il riconoscimento dello Stato di Palestina, la rottura delle partnership economiche e militari con Israele o il sostegno allo stop degli accordi di associazione. Anche l’arrivo nel nostro Paese di poche decine di student3 da Gaza è avvenuto con enormi difficoltà, a fronte di migliaia di richieste.
Di fronte all’assenza delle istituzioni, solo la società civile ha provato a fare la propria parte. «Una parte importante ma comunque insufficiente a fermare il genocidio e che, spesso, ha riprodotto modalità orientaliste, talvolta inconsapevoli: modalità che continuano a non riconoscere pienamente al popolo palestinese il diritto di autodeterminarsi come gli altri, di vivere senza occupazione, senza quotidiani soprusi, senza che qualcun altro possa decidere cosa può entrare a Gaza, in quali quantità o, ad esempio, quante calorie spettino ogni giorno a una madre o a un bambino» – spiega il nostro collega palestinese Sharif Hamad, originario di Gaza.
A questo si è aggiunto, nel nostro Paese, un clima crescente di criminalizzazione dell’attivismo, ad esempio con il DDL Antisemitismo, che equipara qualsiasi forma di solidarietà con il popolo palestinese o qualsiasi posizione critica verso l’ideologia sionista a un crimine odioso come l’antisemitismo.
Allo stesso tempo, un clima crescente di islamofobia, che prende piede con forza soprattutto sui social, favorisce la criminalizzazione delle persone palestinesi in Italia. Basti ricordare gli arresti e le cause tuttora in corso. E favorisce l’odiosa retorica della remigrazione, delle “classi con troppi stranieri”, delle “culture inconciliabili con la nostra”. Completa il quadro, la propaganda ossessiva sul tema del “riarmo europeo” che, invece di soffiare sul silenzio delle armi nella scena internazionale, alimentano una cultura bellicista. «Ben vengano, allora, film israeliani come Naza o No Other Land, che squarciano il velo di ipocrisia sullo Stato di Israele e sulla violenza cieca del colonialismo di insediamento, chiamando l’oppressore con il suo nome e usando le parole corrette.
Tutto questo, però, ci mette di fronte a una verità disarmante: abbiamo avuto bisogno delle loro voci per credere a ciò che le persone palestinesi ci dicevano da decenni, senza essere credute», conclude Sharif Hamad.
Come associazione, in un’ottica decoloniale, in questi tre anni abbiamo fatto la nostra parte, seguendo i principi del BDS e affidando il nostro intervento in Palestina in toto alle persone palestinesi: a chi viveva e vive il genocidio sulla propria pelle, a chi, giorno dopo giorno, ci ha spiegato cosa entrava e non entrava a Gaza, quali erano e sono i bisogni e le urgenze del momento. Abbiamo scelto di ascoltare chi vive questa realtà, riconoscendo nelle loro parole non una semplice testimonianza, ma il punto di partenza da cui costruire la nostra solidarietà. Inoltre, con il sostegno alla causa civile contro Leonardo e lo stato italiano, stiamo cercando di bloccare il flusso di armi italiane verso Israele, armi che finiscono inevitabilmente nella macchina del genocidio.
Ringraziamo ancora tutte le persone e le realtà solidali che ci hanno dato fiducia, aggiungendo, goccia dopo goccia, più forza ai nostri sforzi al fianco del popolo palestinese.
Il genocidio non è finito.
