Pubblichiamo un articolo dell’amica Bruna Sironi, apparso su Nigrizia, che analizza il significato, i limiti e la portata storica della nomina di una donna a presidente del Parlamento in Sud Sudan.

Ringraziamo il direttore della testata e l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo nella nostra Newsletter, Anbamed.

La redazione di Anbamed

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Una carriera nel Splm, iniziata negli anni Novanta

Sud Sudan: una donna presidente del parlamento

Vicepresidente del partito di maggioranza, Jemma Nunu Kumba rappresenta in pieno la leadership che ha portato il paese alla crisi attuale, di cui ancora non si vede l’uscita. Prima donna alla guida del parlamento transitorio, dovrà garantire l’attuazione degli accordi di pace

di Bruna Sironi (da Nairobi, Kenya)

Nei giorni scorsi il presidente sudsudanese Salva Kiir ha nominato Jemma Nunu Kumba presidente dell’Assemblea legislativa nazionale transitoria (Transitional National Legislative Assembly) paragonabile alla nostra Camera dei deputati. Si tratta di un incarico prestigioso e di grande peso politico assegnato per la prima volta ad una donna nella storia, breve, del paese.

Ѐ una novità positiva, se si pensa che il ruolo delle donne nella società sud sudanese, organizzata ancora secondo radicati schemi patriarcali, continua ad essere generalmente subalterno.

Basti pensare alle diffuse violenze perpetrate sulle donne durante i lunghi anni della guerra civile, in cui, secondo numerosi rapporti delle organizzazioni della società civile locale, delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e delle commissioni competenti dell’Onu, sono state trattate in molte occasioni come bottino di guerra.

Stupri, rapimenti, riduzione in schiavitù per accudimento e servizi sessuali sono stati tacitamente “permessi” ai loro uomini dalle parti combattenti come compensazione di una paga in denaro non solo risicata, ma anche elargita in modo irregolare.

Jemma Nunu Kumba dovrà reggere l’importante posizione in un momento estremamente delicato per il paese, in cui si devono testare e consolidare le sue istituzioni. L’Assemblea legislativa dovrà infatti discutere la costituzione e preparare le elezioni. Due provvedimenti con i quali dovrebbe chiudersi la lunga crisi iniziata alla metà del dicembre del 2013 con lo scoppio della guerra civile, appena due anni e mezzo dopo il raggiungimento dell’indipendenza.

Non è la prima volta che Jemma ricopre incarichi di notevole importanza. La sua carriera è iniziata negli anni Novanta – in piena guerra civile tra l’Splm, allora movimento di liberazione, e il governo di Khartoum – prima come amministratrice di una compagnia legata al Splm e poi come coordinatrice del New Sudan Council of Churches, organizzazione cristiana interconfessionale che ha canalizzato molto dell’aiuto internazionale nelle zone del paese controllate dal movimento di liberazione stesso.

Ha partecipato anche alle trattative che hanno portato alla pace del 2005, in cui era compreso il diritto di autodeterminazione per il sud, che ha aperto la porta all’indipendenza del paese.

Nel 2008, prima del referendum di autodeterminazione e dell’indipendenza, proclamata il 9 luglio del 2011, Jemma, sempre organica al Splm, è stata nominata governatrice dello stato dell’Equatoria Occidentale, dove era nata, nella contea di Tambura, nel 1966. Non è stata confermata dal voto popolare; nelle elezioni del 2010, che si sono svolte nel nord come nel sud del Sudan, ha perso nei confronti di Joseph Bangassi Bakosoro, candidato non presentato dal Splm, che è risultato essere l’unico governatore indipendente eletto nel paese.

Dal 2008 ha ricoperto diversi incarichi governativi, compreso quello di ministro per il genere, l’infanzia e gli affari sociali (Minister of Gender, Child and Social Welfare). Dal 2015 è stata nominata dal presidente Salva Kiir anche vicesegretario generale del Splm, fazione al governo.   

Jemma Nunu Kumba  ha dunque una grande esperienza nella gestione del potere in Sud Sudan. Ora dovrà garantire i lavori di un’assemblea nazionale imponente: 550 membri per un paese di poco più di 11 milioni di abitanti, invece dei 400 precedenti. 332 sono stati nominati dal presidente, 128 dal vicepresidente e rappresentano il suo partito, il Splm-Io, 90 dagli altri partiti di opposizione che hanno firmato l’accordo di pace vigente, firmato nel settembre del 2018.

La sua nomina a presidente dell’Assemblea legislativa rispetta, inoltre il “manuale Cencelli” sviluppato nell’accordo di pace del 2018 per l’assegnazione dei posti alle varie parti firmatarie in questo periodo di transizione. La presidenza dell’Assemblea legislativa spetta infatti alla fazione del presidente, Splm-Ig.

Jemma è equatoriana e dunque rappresenta la terza regione e il terzo raggruppamento etnico del paese, dopo i denka del presidente Salva Kiir, originario del Bahr el Gazal, e i nuer del vicepresidente Riek Machar, originario del Grande Upper Nile e maggior esponente dell’opposizione. Inoltre è donna, e dunque contribuisce a coprire quel 30% dei posti riservati alle donne negli organi elettivi, quota finora mai raggiunta nel paese.

La sua elezione sarà foriera di un nuovo modo di approcciare i problemi del paese? Pochi, in verità, se lo aspettano. Jemma rappresenta in pieno la leadership che ha portato il paese a questa crisi, di cui ancora non si vede chiaramente l’uscita. Ma naturalmente tutti se lo augurano.

Intanto, sono stati nominati anche il vicepresidente dell’assemblea, Oyet Nathaniel, in quota Splm-Io, il presidente e il vicepresidente del Consiglio degli stati (paragonabile al nostro Senato) nel quale siedono 100 rappresentanti invece dei 50 precedenti, rispettivamente: Deng Deng Akon, Splm-Io e Mary Ayen Majok, un’altra donna in rappresentanza del Splm-Ig, il partito del presidente Kiir.

Ora che la compagine è completa, i membri dell’Assemblea nazionale e del Consiglio degli stati dovrebbero prestare giuramento e, finalmente, cominciare a lavorare.

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