Approfondimento

Ringraziamo l’amico e collega Daniele Barbieri per la segnalazione sul suo blog “La bottega del Barbieri” di questo articolo ( Qui )

UN TRIBUNALE PER LA TURCHIA

di Luca Perilli.

Dal 20 al 24 settembre 2021 si svolge a Ginevra, in pubblica udienza, un processo nei confronti della Turchia.

In connessione a questo articolo, scritto da Luca Perilli – magistrato italiano ed esperto indipendente dell’Unione Europea in Turchia dal 2007 al 2015 – “Questione Giustizia” ha pubblicato il suo rapporto su Indipendenza della magistratura e accesso alla Giustizia, redatto per un Tribunale internazionale istituto dalla società civile,Turkey Tribunal.
Il rapporto è stato approvato dall’Associazione Europea dei Giudici (European Association of Judges – EAJ) e da MEDEL (Magistrats européens pour la démocratie et les Libertés) ed è stato presentato pubblicamente in una conferenza on-line del 16 marzo 2021, alla quale hanno partecipato i Presidenti delle due associazioni e lo
special rapporteur dell’Ufficio del Commissario dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. La conferenza è stata seguita, su varie piattaforme on-line, da oltre quattromila persone.

1. Il progetto Turkey Tribunal

Dal 20 al 24 settembre 2021 si svolge a Ginevra, in pubblica udienza, un processo nei confronti della Turchia.

Il processo è l’approdo di un’iniziativa avviata oltre un anno fa dalla società civile europea che si è raccolta intorno al progetto di raccolta e pubblicazioni di informazioni sulle straordinarie violazioni dei diritti umani occorse in Turchia negli ultimi anni e specialmente dopo il tentativo del colpo di stato del 15 luglio 2016, per affidarle, poi, alla valutazione ed al verdetto di un tribunale internazionale.

Il progetto è denominato “Turkey Tribunal” ed è stato promosso da un’organizzazione non governativa, senza fine di lucro, con sede a Bruxelles, in Belgio.

Da settembre 2020 a luglio 2021, il Tribunale ha pubblicato, presentato e discusso in conferenze internazionali “a distanza” i seguenti sei rapporti, affidati ad esperti indipendenti che abbiano maturato negli anni una conoscenza approfondita delle Turchia:

· Rapporto sulle torture, affidato a Eric Sottas, già segretario generale della Organizzazione mondiale contro la tortura e “premio francese per i diritti umani”.

· Rapporto sull’impunità, affidato al professore, specializzato in diritti umani, Yves Haeck, con il supporto del ricercatore Emre Turkut.

· Rapporto sulle sparizioni forzate, affidato all’avvocato Johan Heymans.

· Rapporto sulla libertà di espressione e di stampa, affidato a Philippe Leruth, già presidente della Federazione internazionale dei giornalisti.

· Rapporto sui crimini contro l’umanità in Turchia, in base allo Statuto di Roma, affidato al professore Johan Vande Lanotte.

· Rapporto sull’indipendenza della magistratura e sull’accesso alla Giustizia, affidato al sottoscritto, magistrato, Luca Perilli.

I sei rapporti si snodano intorno a dieci questioni cruciali riguardanti la violazione dei diritti umani in Turchia e hanno l’obbiettivo di documentare e affidare alla coscienza e alla memoria collettive fatti di eccezionale gravità.

Il Tribunale è composto da sei giudici provenienti da quattro continenti (Africa, America, Australia ed Europa), individuati per la loro autorevolezza in materia di diritti umani .

Il Tribunale, nel processo, verificherà, anche acquisendo prove e ascoltando testimonianze, i fatti e le fonti contenute nei rapporti che saranno presentati in pubblica udienza, ed emetterà un verdetto con il quale offrirà una propria risposta alle dieci questioni trattate nei rapporti.

Tutte le informazioni sul progetto, i suoi promotori, i rapporti tematici indipendenti ed i loro autori, il processo e la composizione del tribunale, le regole di procedura ed il diritto di difesa della Turchia possono essere rinvenute nel sito internet del progetto: https://turkeytribunal.com.

2. Perché un tribunale della società civile? 

La risposta sta nel motto ideato per marcare l’attività del Tribunale: «Because silence is the greatest enemy of fundamental human rights», perché il silenzio è il peggior nemico dei diritti umani.

I rapporti, il processo con le testimonianze e il verdetto, che avrà un’autorità morale e costituirà esso stesso una fonte storica ed autorevole di fatti ed accadimenti, daranno voce a singoli individui perseguitati, così come a milioni di persone che chiedono alla comunità internazionale di mobilitarsi a difesa dei diritti umani in Turchia.

Essi mirano, inoltre, a costituire una base di riflessione per valutare l’azione politica delle istituzioni europee nei confronti della Turchia.

Il progetto del Tribunale nasce, infatti, anche dall’insoddisfazione per la reazione politica delle istituzioni europee alla dissoluzione dello stato di diritto in Turchia.

3. La dissoluzione della Rule of Law in Turchia e la reazione dell’Europa

La Turchia è membro del Consiglio d’Europa dal 1949. Il 12 dicembre 1999 ha acquisito lo stato di Paese candidato all’accesso all’Unione europea. L’acquisizione dello stato di candidato presuppone l’adesione ai criteri cosiddetti di Copenaghen, definiti dal Consiglio Europeo di Copenaghen del 1993. Il criterio politico, in particolare, implica la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Per accedere al percorso di adesione all’Unione europea, la Turchia ha stipulato con l’Unione prima un accordo di associazione e stabilizzazione e, poi, un trattato di pre-adesione con vincoli molto stringenti. Il percorso dei negoziati presuppone una verifica serrata del rispetto degli standard europei in materia di Rule of Law e tutela dei diritti fondamentali.

Rule of Law è un concetto dello Stato per il quale tutti i pubblici poteri operano nei confini segnati dalla legge, in accordo con i valori democratici e nel rispetto dei diritti fondamentali e sotto il controllo di tribunali indipendenti ed imparziali. Nello stato di diritto, i giudici sono i guardiani del rispetto della legge da parte del potere pubblico che accetta l’autorità dei tribunali. Il rispetto della Rule of Law ha un impatto diretto sulla vita dei cittadini, perché è un presupposto per assicurarne l’uguaglianza davanti alla legge e per prevenire l’abuso di potere da parte delle autorità.

Il rispetto della Rule of Law è, poi, un principio fondativo dell’Unione europea (articolo 2 del Trattato sull’Unione europea).

Secondo l’indice internazionale, noto come Rule of Law Index[1],che misura il livello di rispetto dello stato di diritto in 128 Paesi del mondo, nel 2014 la Turchia occupava la 59esima posizione.

Questa rilevazione è stata effettuata dopo un anno cruciale per il rispetto dello stato di diritto in Turchia.

Nel 2013, dal 28 maggio al 16 giugno, oltre due e milioni e mezzo di turchi scesero in piazza. La scintilla della protesta fu la difesa di un piccolo parco, chiamato Gezi, nel quartiere europeo di Istanbul, destinato ad essere cementificato dalla costruzione di un centro commerciale. Il motivo profondo della protesta era, in realtà, la difesa delle libertà fondamentali di uno stato democratico: la libertà di espressione, di riunione, di stampa, messe progressivamente a rischio da un Governo sempre più autocratico. La repressione fu violenta. Oltre ottomila dimostranti dovettero ricorrere a cure sanitarie: 63 con lesioni gravi, 103 con trauma cranici; 11 persone persero un occhio. Le violenze furono perpetrate dalle forze dell’ordine, accusate anche di torture sui dimostranti, spesso consumate nei “cellulari” della polizia. Molti ricorderanno un’icona della protesta, la fotografia della ragazza vestita di rossa con una borsa bianca di cotone, che si volta di spalle con una torsione istintiva ma ferma, per resistere al violento getto degli idranti della polizia; oppure il cordone, fatto di braccia e di mani, delle madri di Istanbul a protezione delle centinaia di ragazzi che si erano accampati nel parco per evitare l’usurpazione della sua destinazione pubblica. Prove di resistenza civile che sarebbero state fiaccate dalla violenza di Stato.

Nel 2013 iniziarono anche gli attacchi sistematici alla magistratura. Nel dicembre del 2013, la Procura per crimini gravi arrestò, in un’indagine di corruzione, i figli di tre ministri e altre 34 persone vicine governo. Fu il primo caso importante -anche se non l’unico- di un’indagine della magistratura che penetrava negli affari del Governo. Ciò fu reso possibile da una consapevolezza della magistratura di potere operare con indipendenza, dopo le riforme costituzionali del 2010, che riguardarono principalmente la Corte costituzionale (Anayasa Mahkemesi) e il Consiglio superiore della magistratura (Hâkimler ve Savcılar Kurulu – HSYK) e furono adottate nel solco del percorso di adesione della Turchia all’Unione europea. Anche in questo caso, la reazione del Governo fu violenta, nel senso che travolse l’effettività dell’azione della Procura e l’indipendenza del Consiglio superiore della magistratura: un emendamento del 26 dicembre 2013 al Regolamento sulla polizia giudiziaria determinò la subordinazione di quest’ultima alle gerarchie del Ministero dell’Interno troncandone la dipendenza funzionale dalle procure; una legge omnibus del febbraio del 2014, poi parzialmente dichiarata incostituzionale, sottomise alle interferenze del Governo la prima camera del Consiglio superiore della magistratura, quella addetta alle nomine e ai trasferimenti; nei giorni immediatamente successivi, cominciò il trasferimento forzoso di giudici e pubblici ministeri, inclusi 13 presidenti e 11 procuratori dei più importanti tribunali, con riassegnazione dei casi più importanti. Negli anni seguenti, dal 2014 e il 2016, seguì il ricollocamento coatto, spesso verso le regioni del sud-est della Turchia, di centinaia di giudici e pubblici ministeri sgraditi al Governo. Era l’anticamera degli arresti di massa del luglio 2016.

Dopo il tentativo di colpo di stato del luglio 2016, attraverso la decretazione d’emergenza e l’abuso della legge antiterrore, 282.790 persone sono state tratte in arresto con l’accusa di terrorismo e 94.975 sono state poste in custodia cautelare (dati del 15 luglio 2020): tra queste molte voci critiche, quali scrittori o giornalisti, o oppositori politici o rappresentanti nazionali o locali del partitolo filocurdo HDP (Halkların Demokratik Partisi – Peoples’ Democratic Party).

All’inizio del 2021, le persone ancora in detenzione erano 25.912, quelle sotto procedimento penale 597.783.

Nei giorni immediatamente successivi al tentativo di colpo di stato, il Governo pubblicò alcuni decreti, contenenti liste di proscrizione che stilavano i nomi di 2745 giudici e pubblici ministeri, destinati ad essere arrestati per l’accusa di terrorismo. Le liste includevano anche due membri della Corte costituzionale, 5 membri del Consiglio superiore della magistratura, 8 componenti del precedente Consiglio e tutti i 16 candidati di una lista indipendente (opposta a quella denominata YBP, Platform of Judicial Unity, supportata dal Governo) che aveva concorso alle elezioni del Consiglio superiore nel 2014, 140 membri della Corte di cassazione (Yargıtay Başkanlığı) e 40 del Consiglio di Stato (Danıştay) e, inoltre, alcuni magistrati morti da tempo.

1684 giudici e pubblici ministeri furono prontamente rintracciati e posti in stato di custodia cautelare. Qualificate organizzazioni non governative hanno registrato torture e maltrattamenti in carcere. Alcuni giudici e pubblici ministeri sono morti durante la prigionia.

Nell’elenco dei magistrati sotto accusa vi era anche Yavuz Aydın[2], già giudice del Consiglio di Stato ed esperto presso la rappresentanza permanente della Turchia presso l’Unione europea, che riuscì a fuggire con moglie e figli piccoli, affidandosi ai trafficanti di essere umani in un viaggio della disperazione durato circa un mese; oggi è rifugiato in Europa e vive con la famiglia in Belgio. Intervenendo in un convegno su “La crisi dello Stato di diritto e l’indipendenza della magistratura”, organizzato il 13 luglio 2021 dal Consiglio Superiore della Magistratura, egli ha dichiarato: «Mi sono addormentato giudice e mi sono risvegliato terrorista».

Con la decretazione d’emergenza 4560 dei 14.500 magistrati in servizio al luglio 2016 sono stati licenziati per accuse di terrorismo e non sono stati più riammessi in servizio. Oggi, i magistrati in servizio sono oltre 20.000; in soli tre anni ne sono stati assunti circa diecimila, con procedure rapide e giudicate non trasparenti dagli osservatori internazionali; il 45% dei magistrati turchi ha meno di tre anni di servizio.

Con equanime spietatezza, la scure degli arresti ha colpito i difensori dei diritti umani e, tra questi, molti avvocati e rappresentanti di spicco di importanti organizzazioni non governative.

615 avvocati sono stati arrestati nei giorni successivi al colpo di stato, 1600 sono stati sottoposti ad indagini, 450 sono stati condannati per accusa di terrorismo, compresi numerosi presidenti di ordini professionali e anche Selçuk Kozağaçlı, Presidente della Associazione degli avvocati progressisti, arrestato l’8 novembre 2017 con l’accusa di associazione terroristica. Tra gli avvocati sottoposti a custodia cautelare, vi era anche Ebru Timtik, morta il 19 ottobre 2020 nella prigione di Silviri, quando pesava 30 chili, dopo 238 giorni di sciopero della fame trascorsi domandando un giusto processo per sé e per i propri assistiti. Tra questi ultimi, İbrahim Gökçek, Helin Bölek, Mustafa Koçak, tre componenti di un noto gruppo musicale turco, Grup Yorum, fondato nel 1985 e connotato da una musica di opposizione politica, sono morti in carcere, all’età di 40 anni il primo e 28 anni gli altri due, dopo oltre duecento giorni di sciopero della fame.

Ma anche rappresentanti di organizzazioni non governative, sono stati sottoposti a custodia cautelare: come il Presidente di Amnesty International, Taner Kılıç condannato il 3 luglio 2020 a sei anni e tre mesi di carcere per il reato di partecipazione a un’organizzazione terroristica armata, dopo essere stato liberato dalla detenzione cautelare il 31 gennaio 2018 ed essere nuovamente arrestato il giorno successivo; o il filantropo Osman Kavala, arrestato il 28 ottobre 2017, per accuse connesse ai fatti di Gezi Park, poi assolto, ed immediatamente arrestato nuovamente per accuse legate al tentativo di colpo di stato, dalla quali è stato prosciolto, venendo però trattenuto stato detenzione nel carcere di massima di sicurezza di Silviri, per una terza accusa, questa volta per spionaggio, nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo ne avesse ordinato la liberazione con una decisione del 10 dicembre 2019.

I decreti di emergenza hanno dissolto oltre 1400 associazioni attive nella difesa di un vasto spettro di diritti umani e, tra queste, le associazioni dei giudici L’unione dei Giudici e Yarsav che contava oltre 1800 iscritti. Il Presidente di Yarsav, Murat Arslan, arrestato il 12 ottobre 2016 e poi condannato a 10 anni di carcere, è stato insignito nell’ottobre 2017 del premio Vaclav Havel per i diritti umani del Consiglio d’Europa.

Nel gennaio 2017, un emendamento costituzionale, poi confermato da un controverso referendum del 17 aprile 2017, che raggiunse il 51,41% dei voti con il forte sospetto di brogli, ha posto il Consiglio superiore della Magistratura sotto il diretto controllo della maggioranza politica. Oggi il Consiglio, che era in precedenza eletto dai magistrati di tutte le giurisdizioni per la maggior parte dei suoi componenti, ha 15 membri, due di diritto, il Ministro ed il sottosegretario alla Giustizia, tre nominati dal Presidente e 10 eletti dal Parlamento.

Sette anni dopo i fatti di Gezi, nel 2020, la Turchia è precipitata dal  58esimo al 107esimo posto su 128 Paesi del Rule of Law Index; essa è, inoltre, diventata una delle più grandi prigioni di giornalisti al mondo.

Dopo sette anni, i negoziati per l’accesso all’Unione europea sono ancora aperti, anche se sospesi, nonostante la Turchia abbia assunto una direzione pervicacemente contraria ai criteri di Copenaghen.

Anzi, attraverso una «Dichiarazione» del marzo 2016, l’Unione europea ha individuato nella Turchia un partner privilegiato per un accordo, mantenuto negli anni successivi e garantito da un supporto finanziario dell’Unione di 6 miliardi di euro, volto a prevenire i flussi migratori dal medio-oriente verso l’Europa e a sostenere un piano di rimpatri di migranti irregolari. Questo accordo, la cui cornice giuridica è stata definita dalla dottrina «evanescente, sfuggente, ispirata alla massima flessibilità e informalità pur di raggiungere il risultato»[3], presuppone, ai fini dei rimpatri, che la Turchia sia considerato un «Paese sicuro». L’ ufficio europeo di supporto all’asilo (EASO) segnala invece, nel suo rapporto del 2021 su “asylum trends”, che la Turchia si è mantenuta, nel 2019 e nel 2020, tra i primi dieci Paesi di origine per numero di richiedenti protezione internazionale in Europa.

Quanto alla Corte europea dei diritti dell’uomo, essa ha cominciato ad assumere le prime decisioni sui casi turchi di detenzione arbitraria ad alcuni anni di distanza ed a ritmi altamente ridotti[4], nonostante essa sia stata investita da migliaia di ricorsi di cittadini turchi, per le repressioni messe in atto dal Governo dopo il tentativo del colpo di stato. In molti, casi, la Corte ha applicato il principio del previo esaurimento delle vie di ricorso interne, ritenendo che i cittadini turchi che rivolgevano alla Corte europea dovessero prima percorrere il rimedio previsto dall’articolo 148 della Costituzione della Turchia. Questa norma, introdotta con la modifica costituzionale del 2010, ha riconosciuto alla Corte costituzionale il potere di giudicare sui ricorsi di individui che invochino la violazione di un diritto fondamentale.

Lo strumento del ricorso individuale alla Corte costituzionale diventò operativo il 23 settembre 2012 e, dal 2013 al 2016, la Corte dimostrò di essere un argine possente contro l’arbitrio dello Stato: come quando, il 4 Dicembre 2013, dispose la liberazione dal carcere di un importante giornalista della stampa secolare, Mustafa Ali Balbay, che era stato condannato a 34 anni carcere in relazione ai grandi casi giudiziari del tempo (Oda TV e Ergenekon) e che il 2 giugno precedente era stato eletto membro del Parlamento; oppure quando, il 2 aprile 2014, ordinò la riapertura di Twitter, il cui accesso era stato bloccato dal Governo e che, con altri social media fu, fu accusato avere svolto un ruolo chiave nelle proteste di Gezi; o come quando, nel febbraio 2016, dispose la liberazione dei Giornalisti Can Dündar ed Erdem Gül che avevano trascorso 92 giorni in carcere, essendo stati arrestati per aver fatto il loro lavoro di cronisti ed avere raccontato del sequestro da parte della magistratura di un carico di armi diretto in Siria su mezzi di proprietà dell’intelligence turca e verosimilmente destinato all’ISIS.

Non fu, pertanto, un caso che i primi due arresti, dopo la notte del 15 luglio 2016, colpirono il vice-presidente della Corte Costituzionale Alparslan Altan e il giudice della Corte Erdal Tercam. L’illegalità della detenzione di Altan, che era anche membro della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, è stata affermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, per violazione degli articoli 5 commi 1 e 4 e 15 della Convenzione, quasi tre anni dopo il suo arresto, con la decisione del 16 aprile 2019, cui la Turchia non ha dato esecuzione.

La domanda sull’effettività della via di ricorso interno alla Corte costituzionale, dopo l’arresto dei due giudici, non ha trovato convincente risposta nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

4. Il rapporto “Indipendenza della magistratura e accesso alla Giustizia” di Turkey Tribunal

Il rapporto del Turkey Tribunal, qui pubblicato, ripercorre ed analizza i fatti sommariamente enunciati nel paragrafo precedente ed affronta il più ampio tema degli impedimenti dell’accesso alla Giustizia in Turchia.

Esso si sofferma su molti nomi ed alcune immagini di persone, molte delle quali arrestate o detenute ed alcune morte per difendere la libertà.

Esso cerca di sostenere, attraverso fatti e fonti, una tesi sulla storia recente della Turchia, e cioè che la dissoluzione dello Stato di Diritto non è stata determinata da una reazione sproporzionata al tentativo di colpo di Stato del luglio 2016.

Questo fu invece un’occasione, un “dono di dio” come disse il Presidente Recep Tayyip Erdoğan parlando in pubblico il 17 luglio 2016, due giorni dopo gli eventi. Esso fu un’occasione per attuare purghe nei confronti di una magistratura che cercava di difendere lo stato di diritto e la propria indipendenza, per arrestare o silenziare gli oppositori politici e le voci critiche.

I fatti indicano che la dissoluzione dello stato di diritto è stata, invece, perseguita con sistematica tenacia, a partire almeno dal 2013, dai fatti di Gezi Park.

[1] WJP Rule of Law Index (worldjusticeproject.org) Si tratta di un indice elaborato da un organismo indipendente (World Justice Project (WJP) Rule of Law Index).

[2] Yavuz Aydın, La lunga storia della magistratura turca, pubblicato in questa Rivista.

[3] Chiara Favilli, Nel mondo dei “non-accordi”. Protetti sì, purché altrove, pubblicato in questa Rivista.

[4] Ignazio Juan Patrone, La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di fronte alla repressione in Turchia ovvero «C’è ancora un giudice a Strasburgo?», pubblicato in questa Rivista.

Turkey Tribunal – Luca Perilli – Judicial Independence and Access to Justice

(*) magistrato, esperto indipendente dell’Unione europea in Turchia dal 2007 al 2015. Link all’articolo originale: https://www.questionegiustizia.it/articolo/un-tribunale-per-la-turchia-turkey-tribunal

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