A S S O C I A Z I O N E   N A Z I O N A L E   P A R T I G I A N I   D ’ I T A L I A

DOCUMENTO DEL COMITATO NAZIONALE SULLE VICENDE

DELL’AFGHANISTAN

(Approvato all’unanimità in data 10 settembre 2021)

Il mostruoso attentato del 26 agosto all’aeroporto di Kabul è il più drammatico

segnale dell’instabilità della situazione in Afghanistan dopo il fallimento

dell’intervento militare e delle operazioni che, a seguito dell’accordo di Doha,

avrebbero dovuto consentire una fuoriuscita regolata da parte degli Stati Uniti e dei

suoi alleati.

Questo drammatico conflitto è terminato, ma non sono terminate le sofferenze degli

afghani: da un lato il governo dei talebani sembra formato dalla loro parte più

radicale, integralista e fanatica, dall’altro inquieta per la sicurezza internazionale e

dello stesso Afghanistan la presenza organizzata in alcuni territori delle strutture

locali dell’Isis, responsabile a quanto sembra dell’attentato all’aeroporto del 26

agosto ed infine c’è da esprimere una grave preoccupazione per le notizie di violenze,

sopraffazioni e omicidi che giungono da quel Paese e che richiedono un immediato

intervento delle diplomazie di tutto il mondo.

Il quadro della situazione si presta a molteplici considerazioni che proviamo qui a

ridurre all’essenziale.

Come premessa va ricordato che gli Stati Uniti armarono e finanziarono i mujaheddin

in Afghanistan dal 1979 al 1989 in base al programma Cia “Operazione Cyclone”,

contribuendo così in modo determinante al fallimento dell’intervento militare

sovietico. La vittoria dei talebani coincise con la traumatica fine di un lungo periodo

di modernizzazione del Paese iniziato alla fine degli anni 60, grazie a cui il processo

di emancipazione e liberazione delle donne fece enormi passi avanti, e con l’inizio di

un regime oscurantista.

Fin dal suo inizio l’invasione americana dell’Afghanistan apparve un’avventura

scarsamente motivata e pericolosa; scarsamente motivata, se è vero che nessuno degli

attentatori dell’11 dicembre 2001 era afghano; pur essendo reale l’esistenza di basi di

Al Qaeda in Afghanistan e possibile la presenza di Bin Laden in Afghanistan,

apparivano gravi responsabilità dell’Arabia Saudita, fedele alleato degli States: 15 dei

19 attentatori dell’11 settembre erano infatti sauditi, come saudita era Bin Laden.

Pericolosa, perché la storia dell’Afghanistan ha visto sempre la sconfitta degli

invasori anche perché si tratta di un Paese che di fatto non è uno Stato nazionale, ma

un insieme di etnie divise al loro interno in tribù, dove pure si era avviato un processo

di modernizzazione sociale e culturale. La scelta di Bush fu quella dell’apprendista

stregone, avviando una guerra senza ritorno e senza chiari obiettivi, a cui si sono

accodati l’UE e la Nato, in ottemperanza al suo art. 5, in modo passivo e subalterno, e

con loro l’Italia, disattendendo di fatto al disposto dell’art.11 della Costituzione.

D’altra parte la coalizione non si è limitata alla caccia ai covi di Al Qaeda ed a Bin

Laden, col consenso dell’ONU in base al principio di autodifesa, ma ha dato vita a un

conflitto totale e senza quartiere contro i talebani, con catastrofici effetti per la

popolazione civile. Con l’uccisione di Bin Laden nel maggio 2011 (avvenuta fra

l’altro in Pakistan e non in Afghanistan) è scomparsa qualsiasi ulteriore motivazione

della guerra, eppure essa è durata altri dieci anni. La scelta di por fine al conflitto, per

di più clamorosamente perso, è quindi giusta, seppur tardiva. Si ricorderà che

l’accordo relativo è stato stipulato da Trump il 29 febbraio 2020 tramite l’accordo fra

le parti di Doha in Qatar. Ma tale scelta, unita alle modalità della conclusione del

conflitto, ha avuto e avrà conseguenze pesantissime. L’attentato all’aeroporto ne è un

ovvio segnale. Il totale disimpegno degli Stati Uniti in Afghanistan senza alcuna

ragionevolezza logistica e temporale e senza alcun coinvolgimento dei Paesi alleati,

assieme al crollo delle strutture statali e militari afgane, determinerà – e

probabilmente sta già determinando – profondi e per alcuni aspetti imprevedibili

cambiamenti nel futuro del mondo.

La giusta scelta di Biden di abbandonare l’Afghanistan è stata fatta, in sostanza, nel

modo peggiore, senza peraltro coinvolgere tutti gli attori internazionali: non solo

l’UE, ma anche la Russia e in particolare la Cina. C’è il rischio che il disimpegno

americano dall’Afghanistan preluda ad un acuirsi delle tensioni verso la Russia ma in

particolare verso la Cina, il cui coinvolgimento per disegnare il futuro

dell’Afghanistan è invece necessario, come giustamente sottolineato da Draghi.

Il degrado dei rapporti fra l’Unione Europea e gli Stati Uniti è stato confermato dal

recente G7, dove il Presidente americano ha rifiutato di procrastinare i tempi di

allontanamento dall’Afghanistan, come richiesto dal leader britannico Johnson

nonostante l’ultimatum dei talebani. Appare saggia la convocazione del G20,

proposta dal Presidente del Consiglio italiano, perché coinvolge un più ampio numero

di Paesi nella discussione ed in particolare la Russia e la Cina, ma anche la Turchia e

l’Arabia Saudita, seppure sarebbe opportuno trovare forme di coinvolgimento di altri

Paesi confinanti con l’Afghanistan, come Iran e Pakistan, che già ospitano milioni di

afghani.

L’invasione dell’Afghanistan, iniziata vent’anni fa spodestando l’emirato islamico

afghano, cioè il governo dei talebani, e avviando una tragica occupazione, si

conclude, davanti alla dissoluzione delle strutture di uno Stato evidentemente

fantoccio, con la restaurazione dell’emirato: si tratta di una storica sconfitta politica e

militare.

Si chiude così un conflitto durato più del doppio della somma dei periodi delle due

guerre mondiali, con costi giganteschi, 241mila morti (di cui oltre 70mila civili)

secondo il (prudente) report del Watson Institute, un’inflazione galoppante, una

produzione di oppio mai vista in passato, una corruzione dilagante a cominciare dalle

più alte autorità di governo, l’inesistenza di una campagna di vaccinazione anti

Covid, una quantità di investimenti nel settore civile irrisoria rispetto alle spese

militari. Chi ha guadagnato cifre colossali sono stati la lobby delle armi e le agenzie

di contractor, cioè di mercenari, che hanno partecipato alla guerra con più di 100mila

uomini.

E’ improbabile che la fine della guerra in Afghanistan disegni la fine della centralità

dell’Occidente e dell’egemonia a stelle e strisce, ma sicuramente ne rappresenta un

segno forte di decadenza. Va ricordato che le popolazioni europea, americana,

canadese, australiana rappresentano nel loro insieme circa un decimo del totale della

popolazione mondiale – poco meno di 8 miliardi di persone – e che un reale governo

del mondo non può avvenire a trazione forzosa, unilaterale e minoritaria.

La conclusione fallimentare delle ostilità in Afghanistan rappresenta inoltre la fine di

qualsiasi teoria di esportazione o di trapianto del tipo ideale di governo di un popolo

chiamato democrazia, che di fatto – dove è stato tentato – ha teso a proporre come

universali anche gli usi, i costumi e la cultura dell’Occidente: la forma che negli

ultimi decenni ha assunto un progetto di fatto neocoloniale. A ben vedere, per di più,

questi tentativi di esportazione della democrazia hanno in realtà proposto uno

specifico modello di democrazia presentandolo di fatto come l’unico possibile: la

democrazia liberale. Tali tentativi, come ci dimostra l’esperienza dell’Afghanistan,

dell’Iraq, della Libia, sono falliti. Gli ideali della democrazia, che si può realizzare in

varie forme, hanno sì una valenza universale ma vanno storicamente declinati in

luoghi e tempi determinati, perché devono fare i conti con la storia, la geografia e la

cultura di ciascun popolo. E’ perciò ragionevole pensare che gli orizzonti di sviluppo

della democrazia nel mondo si possano realizzare attraverso specifiche vie nazionali

che saranno presumibilmente molteplici e diversificate.

Ciò non può significare il disinteresse rispetto alle vicende di altri Stati in particolare

dal punto di vista dei diritti umani, ma la via attraverso cui battersi per una loro

effettiva universalità non può che essere quella dei rapporti diplomatici, anche aspri,

come nel caso della situazione turca o egiziana, attraverso la strada maestra della

cooperazione e degli interventi civili, di cui l’esempio più emblematico è Emergency.

Peraltro con la conclusione della guerra in Afghanistan cade – ci auguriamo –

definitivamente il grande inganno delle “guerre umanitarie”, che, oltre a stragi e

disastri, ha causato una drammatica instabilità in tante parti del mondo ed in

particolare in Medio Oriente.

Nell’immediato c’è il rischio che si rafforzino i sovranismi nell’Unione Europea per

tre ragioni: 1) il modello degli Stati Uniti come Paese che tende a soddisfare

esclusivamente i propri interessi nazionali (American First) può essere contagioso: se

“American First”, perché non “Prima gli italiani”? 2) dalla conclusione della vicenda

afghana Trump esce in qualche modo vincitore nel suo conflitto con Biden, risalendo

così la china della sconfitta elettorale; 3) la nuova ondata di migranti, in questo caso

afghani, sta già determinando reazioni di chiusura e di xenofobia.

L’Unione Europea deve immediatamente reagire senza incertezze a questa situazione

respingendo qualsiasi idea di Europa-fortezza o Stati nazionali-fortezze, mettendo

finalmente e urgentemente a tema una politica di difesa e di sicurezza autonoma e

comune che oggi non c’è. Difformemente da diverse dichiarazioni di personalità

politiche e del mondo dell’industria che abbiamo letto in questi giorni, tale politica

deve avere una natura rigorosamente difensiva, escludendo interventi militari come

quelli avvenuti negli ultimi vent’anni, che dietro il pretesto della sicurezza nazionale

o continentale o quello della difesa dei diritti umani, nascondevano volontà

neocoloniali e imperialistiche. La stessa lotta al terrorismo ha bisogno di un

coordinamento sempre maggiore e sempre più efficace fra tutti i Paesi UE, sapendo

che una delle cause della virulenza terroristica negli ultimi vent’anni è stata

determinata proprio da tali interventi militari, come in Iraq e in Libia.

Va inoltre aperta a livello europeo una riflessione sulla NATO e sulla sua esistenza,

non solo perché sono venute meno le ragioni storiche del patto di difesa legato alla

guerra fredda ed al contrasto col blocco dell’Est, ma anche perché la sua nuova

funzione di appoggio a interventi cosiddetti umanitari, sempre manifestata nella

forma di aggressione militare, si è dimostrata fallimentare come nel caso

dell’Afghanistan o ha causato effetti catastrofici, come nel caso della Libia, Paese che

si è di fatto dissolto come entità nazionale. A fronte della costituzione di una forza di

difesa europea, potrebbero venir meno le già carenti ragioni di esistenza della NATO.

Ma è l’insieme della politica estera dell’UE che va rivista, privilegiando la

cooperazione ed il confronto continuo, in una visione policentrica che, a maggior

ragione nel tempo della globalizzazione, guardi al mondo non come un territorio da

adeguare alla sua cultura, al suo sistema politico ed economico, ma come una grande

occasione di relazioni economiche, commerciali, culturali, ideali, e mantenendo salda

la radice antifascista della stessa unità europea che in qualche circostanza in questi

ultimi anni è sembrata vacillare.

In sostanza l’Europa in politica estera e in politica di difesa e di sicurezza ha bisogno

di una rivoluzione copernicana.

L’accoglienza dei migranti dall’Afghanistan, con una particolare attenzione alle

donne ed alle loro famiglie, è un dovere civile e morale dei Paesi dell’Unione

Europea, in particolare di tutti i Paesi che hanno partecipato alla campagna militare in

Afghanistan. Occorre una regia ferma e rigorosa che distribuisca con equilibrio e

responsabilità il flusso dei migranti contrastando senza quartiere bizantinismi,

chiusure, provincialismi che già si stanno manifestando. Bene ha fatto il

coordinamento donne nazionale ANPI a lanciare un appello per il sostegno e per

l’accoglienza delle donne e più in generale di tutti i profughi afghani: “Di fronte a

questa nuova, devastante emergenza umanitaria, è necessaria una mobilitazione

urgente, anche di solidarietà materiale”.

Va comunque sempre ricordato che la condizione di costrizione e subalternità delle

donne è una caratteristica non del solo regime talebano, ma anche di tanti altri Paesi

teocratici, a cominciare dalle monarchie del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita,

tutti Paesi con cui l’Occidente ha ampi e ricchi rapporti politici e commerciali.

Infine, la vicenda afgana è anche una lezione per il nostro Paese, dove troppo spesso

la discussione in Parlamento sul merito e le finalità delle missioni militari è stata

approssimativa e superficiale, soffermandosi prevalentemente sui progressivi

rifinanziamenti come è avvenuto per l’Afghanistan: occorre una visione del mondo

all’altezza dei tempi, superando qualsiasi sindrome da guerra fredda, qualsiasi

subalternità, qualsiasi pregiudizio eurocentrico, ricercando ogni occasione per

promuovere cooperazione e sviluppo.

Mai come oggi l’obiettivo dell’Italia, dell’Europa e di tutto l’occidente dev’essere

quello di una rinnovata coesistenza pacifica, che metta al centro il freno della corsa

agli armamenti e rilanci un effettivo ruolo dell’ONU anche per la promozione di un

politica delle materie prime non predatoria e attenta a promuoverne un uso

ambientalmente e socialmente non nocivo.

Roma, 10 settembre 2021

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