Da: Scienza e Pace, Vol 7 No 2 (Da QUI)
Il reale significato della celebrazione della Nakba oggi
di Andrea Vento

Questo è un testo scritto nel 2016, ma mantiene tutta la sua forza e attualità, alla luce della seconda Nakba che i palestinesii stanno subendo con il genocidio e la deportazione forzata in corso a Gaza, a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

Prima di leggere questo testo vi invitiamo a quardare questo video tratto dal documentario che rievoca il massacro di Tantura, a lungo negato dalla storiografia ufficiale israeliana, ma poi quando la censura di Stato è caduta, la verità che avevano raccontato gli storici palestinesi e arabi si è rivelata seriamente documentata dalla voce dei criminali delle bande sioniste che avevano compiuto quel massacro (con stupri, esecuzioni di inermi contadini disarmati e distruzioni):

Il reale significato della celebrazione della Nakba oggi
di Andrea Vento
Il 15 maggio è una ricorrenza di particolare
importanza per i palestinesi. È il giorno in cui
celebrano la Nakba, ovvero la ‘catastrofe’: tramite
questa giornata viene mantenuto vivo il ricordo della
cacciata dalle proprie abitazioni di centinaia di
migliaia di persone e la mancata fondazione di un
proprio Stato autonomo. La data scelta per questa
ricorrenza ha un elevato significato simbolico: il 15
maggio 1948 segna, infatti, l’inizio della prima guerra
arabo-israeliana, che si concluderà all’inizio del 1949
con la vittoria del neocostituito Stato d’Israele. È anche l’inizio delle lunghe traversie del
popolo palestinese che, in circa 70 anni, hanno portato alla drammatica situazione attuale
caratterizzata da violazioni sistematiche dei diritti umani e delle risoluzioni delle Nazioni
Unite, da un regime di occupazione militare particolarmente opprimente, da continui
espropri e dalla colonizzazione abusiva delle terre, da espulsioni individuali e di massa
che, nel corso dei decenni, hanno prodotto una quantità tale di profughi che, ad oggi, metà
del popolo palestinese vive al di fuori dei cosiddetti “Territori occupati”, acquisendo il poco
invidiabile status di “popolo della diaspora”. La celebrazione della Nakba, col passare del
tempo, ha assunto pertanto un valore più ampio: se da un lato essa rappresenta il giorno
dell’identità nazionale palestinese, dall’altro cerca di mantenere viva l’attenzione
internazionale sulla negazione dei diritti di un popolo, in primis quello
all’autodeterminazione, e alle insostenibili condizioni di vita cui esso è costretto.
Se, per un verso, la Nakba è un evento che unisce l’intero popolo palestinese, dall’altro
esso costituisce un elemento di forte contrapposizione all’interno dello stato di Israele e
della comunità ebraica in generale. La controversia ha iniziato ad emergere a seguito delle
ricerche documentali effettuate, a partire dagli anni ’80, dalla corrente dei cosiddetti “Nuovi
storici” israeliani. Obiettivo di questi ricercatori era quello di studiare quanto avvenuto in
Palestina nel decennio 1940/50, con lo scopo dichiarato di mettere in discussione la
versione “ufficiale” dei fatti e fare emergere l’effettiva realtà degli eventi che avevano
portato alla partizione della Palestina, alla fondazione dello Stato di Israele e all’espulsione
di massa di quasi 800.00 palestinesi dalle proprie terre.
In questo quadro, particolare rilevanza scientifica ha assunto l’opera di Ilan Pappe, leader
di questa corrente storiografica, che ha effettuato approfondite ricerche storiche sul
problema dei profughi legato alla nascita dello Stato di Israele. Le sue ricerche sono
sostenute dal progetto, per l’autore essenziale in una società effettivamente democratica,
di formare l’opinione pubblica e le giovani generazioni sulla base di una narrazione
veritiera del processo fondativo di Israele: solo in questo modo i suoi concittadini possono
comprendere e padroneggiare il proprio passato e, su questa base, costituire la propria
coscienza personale e collettiva in senso critico, affrancandosi dalla versione

propagandistica del movimento sionista elevata a verità storica nazionale e fedelmente
riportata nei libri di storia e nei testi scolastici.


Figura 1: Il piano di partizione della Palestina in base alla Risoluzione 181 dell’ONU


Secondo la versione ufficiale israeliana, alla scadenza del Mandato britannico sulla
Palestina Storica (Israele e Territori palestinesi occupati), le Nazioni Unite avevano
deliberato, con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, la partizione della regione in
due stati (Figura 1). Mentre il movimento sionista si era dichiarato favorevole al progetto, il
mondo arabo e i palestinesi si opponevano, per cui il giorno dopo la fondazione dello stato
di Israele, proclamato alla mezzanotte del 14 maggio del 1948, gli stati arabi entrarono in
guerra contro il neonato Stato ebraico e convinsero i palestinesi ad abbandonare le
proprie case per facilitare le manovre degli eserciti arabi, nonostante gli appelli dei leaders
ebrei a rimanere. La tragedia dei profughi palestinesi, secondo questa versione, non
sarebbe dunque imputabile a Israele – che dopo la guerra del 1948/49 estese il suo
territorio rispetto a quanto previsto dalla Risoluzione delle Nazioni Unite (Figura 2) – ma
agli arabi stessi, nonostante a quella data 250.000 palestinesi fossero già stati espulsi. I
“new historians” israeliani hanno sempre contestato questa versione e, dopo lunghi e
approfonditi studi, compiuti sulla documentazione ufficiale del movimento sionista e sugli
archivi militari israeliani desecretati nel 1998, giunsero a una ricostruzione storiografica in
netto contrasto con quella ufficiale.


Figura 2: I territori conquistati da Israele con la Guerra del 1948/49
Fin dagli anni ’30 i vertici del movimento sionista, sotto la guida di Ben Gurion, futuro
fondatore di Israele, avevano programmato un piano di pulizia etnica della Palestina.
Questa tesi ha, evidentemente, gravi implicazioni morali e politiche, in quanto definire in
questi termini ciò che Israele ha attuato nel 1948 significa accusare la sua leadership di un
crimine perpetrato consapevolmente. Un crimine contro l’umanità, nel linguaggio giuridico
internazionale. Tuttavia, la finalità dell’opera di Ilan Pappe, che ha raccolto e pubblicato i
frutti della propria ricerca storica nel libro La pulizia etnica della Palestina, non era quella
di incriminare i responsabili quanto quella di indurre i propri connazionali e l’opinione
pubblica mondiale ad ammettere questo “peccato originale” della fondazione di Israele
come precondizione per l’avvio di un equo processo di pace fra israeliani e palestinesi.
L’opera di Pappe ha però incontrato la netta opposizione dei vertici politici e di gran parte
della società e del modo accademico del proprio paese, fino a costringerlo a lasciare
l’Università di Haifa e Israele, e trasferirsi nel Regno Unito per insegnare all’Università di
Exeter e da lì continuare la sua battaglia per affermare la verità sulla nascita dello Stato di
Israele e sulla genesi del problema, tuttora aperto, dei profughi palestinesi. La sua

ricostruzione storiografica continua ad essere fermamente negata ancora oggi dai governi
e dai media israeliani, evidentemente impregnati di ideologia sionista e ostaggio del
movimento dei coloni.
La rigorosa ricerca storica di Pappe ha dimostrato in modo difficile da confutare, sulla base
dei documenti del movimento sionista stesso, come le prime azioni ai danni dei palestinesi
siano iniziate sin dal dicembre del 1947, all’indomani della Risoluzione n. 181 delle
Nazioni Unite, e siano state intensificate a partire dal 10 marzo successivo, allorché venne
approvata, nella Casa Rossa di Tel Aviv sede della leadership sionista, la quarta versione
del “Piano Dalet” contenente i dettagli dei metodi da utilizzare per la sistematica
espulsione dei palestinesi dal territorio assegnato dall’Onu al futuro stato di Israele (Figura
3). Il Piano Dalet come afferma lo stesso Pappe “era il prodotto inevitabile della
determinazione ideologica sionista ad avere una esclusiva presenza ebraica in
Palestina” e occorsero “6 mesi per portare a termine la missione. Quando questa fu
compiuta più della metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone
era stata sradicata, 531 villaggi e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti”. A questa
prima ondata di profughi si sarebbe poi aggiunta quella seguita alla Guerra dei 6 giorni, del
1967, a seguito della quale Israele ha ulteriormente aumentato la quota di territorio
palestinese sotto il proprio controllo (Figura 4).



Secondo l’impostazione della ricerca di Pappe, le due narrazioni storiche ufficiali – quella
israeliana e quella palestinese – in competizione su quanto avvenne in Palestina nel 1948
ignorano entrambe il concetto di pulizia etnica: “da un lato la versione sionista-israeliana
sostiene che la popolazione se andò ‘volontariamente’, dall’altro i palestinesi parlano di
una ‘catastrofe’ che li colpì, Nakba, un termine che in qualche modo si riferisce al disastro
in sé e non tanto a chi o a che cosa lo ha provocato. Il termine Nakba fu adottato, per
comprensibili ragioni, come tentativo di controbilanciare il peso morale dell’Olocausto
ebraico, ma l’aver trascurato i protagonisti può in un certo senso aver contribuito a
perpetuare la negazione da parte del mondo della pulizia etnica della Palestina nel 1948 e
successivamente”. Un limite della prospettiva che tuttavia non cancella il significato che
questa giornata rappresenta per il popolo palestinese, vittima di errori propri ma,
soprattutto, di un contesto geopolitico internazionale che, soprattutto negli ultimi anni, ha
ignorato le violazioni sistematiche del diritto internazionale compiute ai danni del popolo
palestinese e avallato, al di là dei proclami e dell’appoggio a un “Processo di pace” dalla
dubbia serietà, la strategia israeliana di guadagnare tempo a vantaggio dell’inesorabile
l’attuazione dell’originario progetto di esproprio e colonizzazione delle terre palestinesi
(Figura 5) e di totale ebraizzazione di Gerusalemme (Figura 6).



Ricordare la Nakba oggi, a 76 anni di distanza, significa mantenere viva l’attenzione sui
diritti negati del popolo palestinese, al fine di indurre l’opinione pubblica internazionale a
prenderne realmente coscienza e ad esercitare pressioni sui propri governi affinché, dopo
76 anni, si giunga finalmente a un loro definitivo riconoscimento. Inclusa la questione dei
profughi (Figura 7) e del loro diritto al ritorno e al risarcimento per i gravi danni subiti.


1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *