Gaza – Speciale per “Rai al-Youm” – Nader al-Safadi:

Come un incendio nella foresta, si è diffusa un’immagine “provocatoria” di un prigioniero palestinese incatenato e seduto a terra dopo essere stato arrestato dalle forze dell’esercito israeliano, in un luogo sconosciuto all’interno della Striscia di Gaza, e sopra di essa era scritto: “Palestinese in vendita”.
Questa immagine, che ha suscitato enormi critiche su tutti i social media ed è stata pubblicata anche da numerosi media arabi ed ebraici, ha rivelato il vero e orribile volto dell’esercito israeliano e ciò che i soldati praticavano: torture e umiliazioni “intenzionali” nei confronti dei detenuti palestinesi durante la guerra contro la Striscia di Gaza.
Questa immagine “ripugnante” si aggiunge al lungo dossier dell’esercito israeliano pieno di crimini, omicidi a sangue freddo, aggressioni e persino stupri contro i palestinesi durante la guerra lanciata su Gaza, rivelando un nuovo capitolo delle dure sofferenze vissute dai suoi abitanti.
L’esercito israeliano non si è limitato a commettere crimini contro i civili della Striscia di Gaza, ma i suoi soldati hanno anche diffuso queste violazioni sui social media tramite video e foto che mostrano il rapimento di giovani palestinesi e umiliazioni scioccanti contro i civili.
In uno degli episodi più recenti, un soldato israeliano ha pubblicato sul suo account personale una foto dopo aver terminato il servizio nella guerra di “genocidio”, accompagnandola con un commento provocatorio: “Palestinese in vendita”.
Nel frattempo, attivisti hanno diffuso un video in cui si vedono soldati israeliani rapire un giovane durante la loro incursione nella città di Jabalia, senza che si sappia nulla del suo destino fino ad ora, riflettendo la continuità delle violazioni e l’incertezza sul destino dei civili dopo l’ultima guerra.
Questi post hanno suscitato un’ampia ondata di indignazione sulle piattaforme social. Attivisti hanno sottolineato che riflettono l’entità delle violazioni ancora in corso e mettono in luce le sofferenze dei civili il cui destino rimane oscuro dopo la guerra.
Altri hanno affermato che il post del soldato israeliano rappresenta una chiara dimostrazione della brutalità sistematica e della disumanizzazione praticata dall’occupazione israeliana contro il popolo palestinese. Hanno aggiunto che celebrare il maltrattamento dei detenuti e trattare gli esseri umani come oggetti di scherno rivela il profondo crollo morale all’interno della struttura militare dell’occupazione.
Un attivista ha scritto commentando il rapimento del giovane a Jabalia: “Questo è il nostro vicino, Islam Subhi Afaneh, una persona con disabilità, scomparso dall’ultima irruzione a Jabalia”.
Un altro ha scritto: “È stato arrestato durante l’ultima irruzione a Jabalia. È una persona con disabilità e non è in grado di pronunciare il suo nome, per questo non è stato diffuso”.
Altri attivisti hanno ritenuto che questo comportamento rappresenti il tipo di crudeltà di cui i soldati si sentono autorizzati a vantarsi, affermando che celebrare il rapimento dei palestinesi e umiliare la loro dignità descrivendoli come ‘in vendita’ rivela una cultura della violenza sostenuta da Israele e smaschera l’impunità quasi totale di cui godono i soldati.
Alcuni utenti hanno collegato tutto ciò a un nuovo documentario britannico intitolato “Breaking the Ranks: Inside Israel’s War”, che rivela pratiche che i soldati stessi hanno descritto come “sparatorie senza restrizioni” contro civili palestinesi nella Striscia di Gaza, e il completo crollo degli standard legali ed etici che dovrebbero regolare il comportamento delle forze armate durante la guerra.
Il documentario include testimonianze di soldati, alcuni con nome e altri con identità protette, i quali hanno confermato di aver ricevuto ordini di distruggere edifici in aree precedentemente dichiarate “zone sicure” per i civili, oltre a colpire persone che non rappresentavano alcuna minaccia diretta né avevano relazione con i combattimenti.
Molti commentatori hanno concordato sul fatto che queste azioni non siano episodi isolati, ma comprovino un modello più ampio e continuo di crimini di guerra, sparizioni forzate e trattamenti inumani contro i palestinesi, sottolineando che la persistenza di tali violazioni riflette l’entità del collasso morale all’interno della struttura militare dell’occupazione.
