di Alessandro Mantovani
Al riparo a Marmaris, ora la Flotilla si ricarica

Le barche turche che vanno incontro in alto mare a quelle in arrivo da Creta e dalle Cicladi. L’ingresso nella notte tra sabato e domenica nella baia di Marmaris tutta illuminata, come ti aspetti in una città di vacanze e divertimento dove c’è sempre musica a tutto volume anche se l’alta stagione deve ancora venire. È un porto naturale enorme, circondato da montagne verdissime. E poi i festeggiamenti a bordo, con le fiamme rosse dei bengala accesi dagli equipaggi.
La Global Sumud Flotilla ha trovato riparo in Turchia. Ora le barche sono 48 e si arriva a 53 con quelle dei “cugini” separati della storica Freedom Flotilla, che stanno per conto loro sulla vicina isola di Simi, che però è greca. La navigazione tra Grecia e Turchia è stata serena, era difficile che Israele o chi per lui attaccasse la flotta che andava a Nord-Est e non (ancora) verso Gaza. Il clima è rilassato, qui si rimarrà forse fino al 14 maggio e ieri mattina presto sono arrivate sui cellulari le prime foto di Saif Abukeshek finalmente libero, all’aeroporto di Atene dove l’hanno spedito in aereo da Israele dopo la fine della durissima carcerazione a cui è stato sottoposto insieme al brasiliano Thiago Avila.
Abukeshek, palestinese di 44 anni con passaporto spagnolo e svedese, sembrava provato, dimagrito (“ho perso 15 kg”, ha detto ieri) ma una volta arrivato all’aeroporto El Prat di Barcellona, dove vive con la moglie e i figli, ha dichiarato non solo che “la battaglia per la Palestina e per Gaza continua” e che ci sono “migliaia di prigionieri palestinesi da liberare”, ma anche che sarebbe andato a “preparare la valigia” per raggiungere “i miei compagni in Turchia”, da dove però difficilmente farà rotta verso la Striscia. Di Avila invece non ci sono immagini, gli israeliani l’hanno portato via terra in Egitto e dal Cairo ha preso un aereo per il Brasile.
Entrambi membri dello Steering Committe e figure chiave della Flotilla, i due erano stati trattenuti alla Marina israeliana e deportati in Israele dopo l’abbordaggio di 22 barche a ovest di Creta nella notte tra il 29 e il 30 aprile. Rilasciati dopo due giorni di maltrattamenti gli altri 180 volontari sequestrati. Per Abukeshek e Avila allo Shin Bet non sono bastati sette giorni di interrogatori per formalizzare le accuse, vagamente riferite a relazioni con potenze nemiche in tempo di guerra e affiliazione a organizzazione terroristica che si suppone sia Hamas. Le “prove” sono rimaste segrete. Intanto però l’ultimo avvertimento del ministero degli Esteri israeliano è rivolto alla “Flotilla della provocazione” e non a quella che chiamavano “Flotilla di Hamas”. Dicono che non sarà permessa alcuna “breccia nel blocco navale” per loro “legittimo” che chiude Gaza anche dal mare dal 2008, il “blocco” che la Flotilla vuole “rompere”.
Il governo turco ha consentito solo uno “scalo tecnico” alla Flotilla, contravvenendo comunque all’invito del Dipartimento di Stato Usa che chiedeva di di non aprire i porti. Nessuna accoglienza ufficiale, ovviamente. Solo tolleranza verso una flotta che ha largo consenso popolare in Turchia, ma è stata confinata alla fonda, non proprio in porto, davanti alla Marina Albatros sul lato orientale della baia di Marmaris. Le formalità di accesso dei volontari in Turchia si sono protratte ben oltre l’ora di pranzo in un clima molto sereno, con un gruppo di attivisti turchi ammessi anche nell’area doganale. Poi una parte degli equipaggi e dello staff di terra ha partecipato a una conferenza su “Resistenza civile contro il genocidio” organizzata dalla Worlwide lawyers association (Wolas) che riunisce avvocati attivi sui temi internazionali in Turchia insieme alla Global Sumud all’Università Sıtkı Koçman di Mugla, un ateneo che forma soprattutto professionalità del mondo del turismo nel capoluogo di una regione a vocazione balneare, che comprende Marmaris e anche la più nota Bodrum. Oggi, o forse domani, l’assemblea generale che deciderà se e come proseguire verso Gaza.
