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Flotilla, il racconto dell’attivista: “mi hanno sparato sulla nave prigione”; A Istanbul 50 feriti negli ospedali turchi dopo le violenze

di Alessandro Mantovani (da Il Fatto Quotyidiano)

A Istanbul hanno portato in ospedale 50 “reduci” della Flotilla per Gaza, compreso un italiano. Si parla di fratture alle costole e agli arti superiori, di molestie e perfino violenze sessuali, ma è presto per un bilancio. Tra i feriti non ancora refertati c’è Adriano Veneziani, 28 anni, romano, colpito alla spalla da un proiettile – forse di gomma o forse no – sulla nave prigione dove ha trascorso una notte anche chi scrive: “È successo martedì, prima che arrivaste voi. Verso l’ora di pranzo. Sono entrati e hanno lanciato i flashbang (granate assordanti, ndr) tra le gambe della gente, come poi hai visto anche tu, per stiparci tutti dietro la linea nera, in fondo. Io stavo in prima fila e un militare mi chiede: ‘What’s your name?’. Ho risposto ‘Adriano’ e magari ho sbagliato, quello ha sparato due colpi. Uno di rimbalzo mi ha colpito sul piede, ma lo stivaletto ha tenuto. L’altro mi ha preso sulla spalla ed ecco qua, c’è ancora il segno. L’occhio nero invece me l’hanno fatto all’ingresso sulla nave”, ci racconta Veneziani, sbarcato giovedì sera a Fiumicino.

“Hanno sparato almeno altre due volte – dice ancora il giovane romano – in un caso a un ragazzo credo svizzero, dall’alto, perché si era accucciato per vedere da sotto il container se fossimo vicini a terra”, operazione che mercoledì mattina ha compiuto anche chi scrive, senza conseguenze per fortuna. “Abbiamo trovato uno dei proiettili e non era di gomma, era una pallina di metallo simile ai proiettili da caccia, contenuta da strati di garza”, spiega Veneziani.

Laureato in Economia in Francia, il 28enne romano è dal 2025 impegnato nella Global Sumud Flotilla, anche nella raccolta dei fondi in Italia. Lavorava fino a poco tempo fa in un importante fondo di investimento. “L’ho lasciato – racconta – perché quel lavoro richiede sempre maggiori collusioni dirette o indirette con l’industria della guerra. Dobbiamo saper prendere decisioni che vanno contro il nostro interesse a breve termine. Farò altro”.

Difficile immaginare che un militare sulla nave prigione sapesse chi fosse. “Certo – conferma Veneziani – Sicuramente sono nei loro database perché ho partecipato alla missione del settembre 2025 (su Otaria, c’era anche chi scrive, ndr) ed ero stato intercettato anche la notte tra il 29 e il 30 aprile a ovest di Creta. Ma non credo che mi abbiano sparato per quello. Perché mi ha chiesto il nome? Non lo so. Forse mi ha preso di mira perché la sera prima, quando eravamo stipati nei container e ci illuminavano con le luci intermittenti e i mirini, ero tra quelli in piedi sulla porta per oscurare e consentire alla gente di dormire. La mattina mi era sembrato che 4 guardie mi indicassero e mi puntassero. Poi, quando sono entrati, quello ha sparato”.

Anche al porto di Ashdod, dopo che il deputato M5S Dario Carotenuto e chi scrive erano stati separati dagli altri prigionieri, Veneziani le ha prese. “Quando siamo scesi dalla nave – ricorda – ci hanno presi per la testa e per i piedi e buttati nei gazebo per la perquisizione: calci e pugni. Poi in un altro gazebo esterno, con il pavimento di terra e pietre: tutti in ginocchio, alcuni con la fronte spiaccicata a terra. Poi ci hanno portato nella struttura, nell’edificio. Ben-Gvir non l’ho visto, forse l’ho sentito – dice – ma non potevo alzare la testa senza che mi riempissero di botte. Mi portava una militare donna, ha chiamato altri due, uomini, che volevano costringermi a dire una frase in ebraico con la parola ‘Israel’, non ho idea di cosa volessero farmi dire. Ma sono stato zitto. Calci e pugni. Più avanti, quando ho chiesto un interprete e la traduzione di una dichiarazione in ebraico che volevano farmi firmare, mi hanno stretto le fascette ai polsi fortissimo, avevo le mani viola. Le hanno tagliate con le cesoie”.

“Rappresento gli attivisti della flottiglia da oltre un decennio e il trattamento riservato loro durante questa spedizione è stato tra i più violenti e duri”, ha detto Suad Bishara, avvocata dell’associazione Adalah. Non è ancora possibile valutare i casi di “molestie e violenze sessuali” di cui hanno detto gli attivisti. È invece ricoverato in osservazione a Istanbul Ruggero Zeni, 69 anni, di Rovereto (Trento) comandante della barca Sirius. Stanno valutando eventuali postumi di un pugno al fegato, forse rientra lunedì.

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