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Giovani palestinesi tra cinema e tragedia: “Viviamo ogni giorno l’occupazione, ora abbiamo imparato a raccontarla”, con il progetto Land

di Rant (da Il Fatto Quotidiano)

Dodici giovani filmmaker hanno partecipato al progetto “Land”

“Ogni palestinese è un filmmaker potenziale”, dice Mira in una serata calda nel giardino del circolo Arci Zalib di Trastevere. Perché ha un telefono e, che viva a Gaza o nei Territori occupati, si trova davanti ogni giorno una tragedia più o meno grande da raccontare: “Il problema è imparare come raccontarla”. Mira Tomar è a Roma per questo. Ha studiato Media all’Università privata di Bir Zeit, periferia nord di Ramallah, ed è una dei dodici palestinesi che, dalla Cisgiordania e da Gaza, sono arrivati ad aprile per partecipare al progetto Land, scuola di cinema gratuita ideata dal festival Cinema in Verde, con l’associazione Acs, l’Università Sapienza e il Comune di Roma.

In due mesi nella Capitale, per molti la prima esperienza in Europa, i giovani tra i 24 e i 30 anni hanno seguito workshop e lezioni sulla costruzione di un film documentario e fiction, con professionisti del calibro di Matteo Rovere, Giulia Steigerwalt, Greta Scarano, Giulia Michelini, Vinicio Marchioni e altri da Ied, Groenlandia e Pandataria film. Hanno realizzato cortometraggi che vedremo a settembre. Torneranno a Ramallah per lavorare: “Mi bloccava l’idea che da noi non ci sono soldi”, racconta Basem Hasiba, studente di Giornalismo all’Al-Quds, “ora ho capito che finanziare un documentario è fattibile”.

Le difficoltà sono altre. Per esempio, vivere a Roma e poi tornare in West Bank. “Guarda i commenti”: Basem scorre i suoi feed social e legge gli insulti sotto una foto scattata a un corteo romano pro-Palestina, di quelli organizzati in supporto alla Global Sumud Flotilla. Non solo: le famiglie chiamano in ansia perché le loro facce circolano troppo, e si chiedono se sarà un problema quando dovranno varcare le frontiera di rientro, controllata da Israele. Qualcuno ricorda preoccupato il commento sarcastico di un soldato di Tsahal al check-point con la Giordania: “Buon viaggio in Italia”.

Su 12 studenti, solo cinque domenica si sono esposti a parlare nell’incontro pubblico di chiusura del progetto Land. Basem c’era: “Non mi spaventa, studio Giornalismo e parlo ogni giorno dell’occupazione. Cosa credi che scriviamo noi giornalisti locali?”. La quotidianità è fatta “di stress, tutto il tempo, ore fermi ai check-point, raid nella città. La mia scuola, da piccolo, era a due minuti da una colonia”. A Roma, Basem ha avuto lo “choc della libertà”: “Poter uscire la sera… All’inizio restavo a casa, mio fratello mi prendeva in giro: ‘Esci, hai 60 giorni di libertà!’. Ora ho paura di tornare in quella vita in gabbia”.

Lo sforzo maggiore per Basem e gli altri è parlare anche d’altro che dei morti ammazzati dai coloni o dall’esercito israeliano. Ha quasi finito un documentario sull’impatto del taglio dei finanziamenti europei e di Usaid sulle realtà culturali della Cisgiordania dopo il 7 ottobre 2023, “nel prossimo vorrei occuparmi su temi ambientali, in fondo l’occupazione ci toglie l’acqua, i campi, la natura…”.

“Il cinema si basa sui contrasti. Cosa c’è di meglio per chi, come noi, la mattina si sveglia coi soldati israeliani in casa e la sera esce comunque con gli amici?”, commenta Hazar Elatrash, 25 anni, di Ramallah. Danzatrice e artista con studi di Cinema a New York e Ludwigsburg, ha già un documentario (The Dangerous Falafel) che segue due studentesse palestinesi dopo un’esperienza di sequestro. “Roma è un bel posto per un palestinese. Con Land ho imparato molte tecniche, ma soprattutto mi è tornata la voglia di fare cinema. Spesso quando sono a Ramallah mi prendeva la depressione e smettevo di seguire i miei progetti. La quotidianità, è troppo opprimente, bisogna pensare ad arrivare a fine giornata. Per questo mi piace viaggiare all’estero, perché mi torna la speranza”. Lo zio di Hazar è stato ucciso l’anno in cui è nata, suo padre è stato in carcere per dieci anni fino al 1985, e poi ancora quattro. “A me interessa mostrare chi siamo, la voglia di vivere non solo le tragedie”, dice. “Certe volte mi sembra che per gli occidentali se non hai un braccio amputato, il velo o non sei conservatore non sei un vero palestinese… Bisogna fare uno sforzo per vederci come siamo”. E per sfuggire alla tentazione di incasellarli nella categoria della vittima.

Per approfondire il progetto di ACS e conoscere tutti/e i/le protagonisti/e: https://www.cinemainverde.it/land/

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